Home Energy and Mobility Poq: Che fine fanno le auto danneggiate da alluvioni e grandinate?

Poq: Che fine fanno le auto danneggiate da alluvioni e grandinate?

poq ada

In questo nuovo Poq (Point of question) abbiamo chiesto ad Ada, Associazione nazionale demolitori autoveicoli, che fine fanno le auto danneggiate dagli eventi catastrofici come alluvioni o grandine. Ecco cosa ci ha risposto Anselmo Calò, spiegando la filiera del fine vita degli automezzi

Cimiteri di auto accatastate. È anche questo il danno degli eventi climatici estremi come le recenti alluvioni che anche l’Italia ha vissuto. Auto coperte di fango, danneggiate gravemente dalla grandine. Irreparabili spesso.

E la domanda è: quindi poi dove finiscono? Lo abbiamo chiesto in questo nuovo Poq ad Anselmo Calò  presidente di Ada, Associazione nazionale demolitori autoveicoli che anticipa: “a Bruxelles è in discussione il nuovo Regolamento di settore, la Direttiva tuttora vigente è del 2000 e da allora ci sono state notevoli innovazioni, sia sui veicoli, che nelle procedure applicate nei nostri impianti per trattare i veicoli.

Abbiamo introdotto alcune lavorazioni semiautomatiche che ci hanno consentito di valorizzare meglio i materiali e i ricambi. È giunto perciò il tempo di adeguare anche la normativa, soprattutto con uno sguardo al futuro dei veicoli a trazione elettrica che porranno nuove problematiche sia per il loro trattamento, sia per i materiali che dovranno essere recuperati.

Vogliamo metterci a disposizione affinché il Regolamento tenga conto anche della nostra esperienza. Per questo abbiamo stretto un rapporto di collaborazione con i colleghi spagnoli, che hanno esperienze simili alle nostre, con l’obiettivo di farci ascoltare maggiormente nelle sedi legislative comunitarie.

Dopo la Spagna, probabilmente avvieremo contatti con le associazioni di altri Paesi Europei che hanno mercati simili al nostro“.

Quindi, dove vanno a finire le auto una volta demolite: potete spiegarci il percorso?

La legge italiana, che discende da quella europea, stabilisce che un veicolo fuori uso, ovvero a fine vita, debba essere consegnato a un centro di raccolta, cioè un impianto autorizzato al trattamento di rifiuti pericolosi.

Il veicolo fuori uso, quando il proprietario se ne disfa, è un rifiuto pericoloso, esso deve essere radiato dal Pubblico Registro (Pra) e questa operazione è effettuata dal gestore del centro (demolitore), purché la documentazione di circolazione sia completa, altrimenti non viene ritirato.

Il detentore consegna gratuitamente il veicolo al centro e restano a suo carico l’eventuale trasporto e le spese di radiazione. Generalmente contenute in 50 euro per il trasporto e 37 per la radiazione.

Il veicolo ritirato per essere demolito, deve essere in via preliminare bonificato cioè depurato dei liquidi (carburante, olii, antigelo, tutti elementi pericolosi e degli altri componenti pericolosi batterie al piombo, lampadine al mercurio, marmitte catalitiche).

Dopo la bonifica, si può procedere al recupero delle parti vendibili come ricambi usati e alla selezione dei diversi materiali (plastiche, gomma degli pneumatici, vetro e metalli ferrosi e non ferrosi) che vengono avviati al riciclo.

Queste operazioni consentono di recuperare circa l’85% del peso del peso iniziale del veicolo e costituiscono quella che ormai è entrata nel linguaggio comune come economia circolare, cioè il recupero di materiali che vengono reinseriti nel ciclo produttivo, con grandi risparmi di consumo di materie prime.

Anche il recupero di parti vendute come ricambi usati costituisce una pratica con una forte valenza ambientale, perché comporta il risparmio di energia e materie prime vergini che sarebbero necessarie per la loro produzione nel caso in cui fossero acquistati ricambi nuovi.

auto alluvionate da demolire
Immagine da Depositphotos

Di che numeri parliamo per il nostro Paese?

In Italia nel 2022 sono stati radiati per essere demoliti circa 1 milione di veicoli, da circa 1.450 centri sparsi in tutto il Paese.

La nostra associazione raggruppa i più grandi e meglio attrezzati, i nostri 254 associati trattano poco meno del 38% dei veicoli annualmente demoliti in Italia.

Purtroppo vediamo sempre più spesso che le alluvioni e altri eventi estremi rendono gli automezzi dei cittadini inutilizzabili: chi  recupera queste auto e come?

Il recupero di questi veicoli appena dopo l’evento normalmente viene effettuato dalla protezione civile che concentra i veicoli in una o più aree, anche per liberare le strade e gli altri spazi pubblici.

Successivamente sarà il singolo proprietario a rivolgersi al demolitore per ritirarlo dall’area dove è depositato e condurlo nel centro dove verrà demolito.

Ada è un’associazione, non un consorzio di recupero come nelle altre filiere: che differenza c’è?

La legge non ha previsto la creazione di un consorzio (nel settore auto – ndr), perché il tempo dei consorzi di filiera è superato.

Il Regolamento del settore attualmente in discussione a Bruxelles propone che i produttori di autoveicoli o gli importatori degli stessi si organizzino, se vogliono, in enti oppure gestiscano singolarmente il fine vita dei veicoli.

In tutta Europa ci sono demolitori, esiste anche una Federazione europea delle associazioni nazionali di demolitori, a cui Ada aderisce.

I costruttori si avvalgono da oltre ventanni delle nostre strutture per provvedere alla demolizione dei veicoli, anche perché non mi risulta che per questo abbiano mai pagato un euro.

La filiera si autosostiene, il valore intriseco dei veicoli sostiene i costi del loro trattamento. È una filiera che funziona, recupera circa un milione di tonnellate ogni anno di materiali senza gravare su nessuno, cittadini, Stati o produttori.

E ora, quali sono i principali problemi che Ada si trova ad affrontare?

Come ho detto, a Bruxelles è in discussione il nuovo Regolamento di settore, la Direttiva tuttora vigente è del 2000 e da allora ci sono state notevoli innovazioni, sia sui veicoli, che nelle procedure applicate nei nostri impianti per trattare i veicoli.

Abbiamo introdotto alcune lavorazioni semiautomatiche che ci hanno consentito di valorizzare meglio i materiali e i ricambi. È giunto perciò il tempo di adeguare anche la normativa, soprattutto con uno sguardo al futuro dei veicoli a trazione elettrica che porranno nuove problematiche sia per il loro trattamento, sia per i materiali che dovranno essere recuperati.

Vogliamo metterci a disposizione affinché il Regolamento tenga conto anche della nostra esperienza. Per questo abbiamo stretto un rapporto di collaborazione con i colleghi spagnoli, che hanno esperienze simili alle nostre, con l’obiettivo di farci ascoltare maggiormente nelle sedi legislative comunitarie.

Dopo la Spagna, probabilmente avvieremo contatti con le associazioni di altri Paesi europei che hanno mercati simili al nostro.

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