Quello dell’abbigliamento online è fra i settori più rilevanti dell’e-commerce Business to Consumer (B2C) italiano e fa leva sui giovani, sulle piattaforme digitali e sulla fast-fashion, modello di moda per nulla circolare e con impatti ambientali altissimi
La fast-fashion, tanto amata dai giovani – ma non solo – per i suoi costi bassissimi e per le attività marketing così creative, attivissime sulle piattaforme video social, è pochissimo circolare – solo il 3% con circa l’1% dei nuovi vestiti prodotto a partire da abiti vecchi – e per lo più produce rifiuti tessili che finiscono in discarica – ogni anno in Europa vengono buttati 5,8 milioni di tonnellate di prodotti tessili.
Inoltre, ha impatti ambientali altissimi: nell’Unione europea il consumo di prodotti tessili risulta il quarto settore più pesante per l’ambiente, il terzo per consumo d’acqua e di suolo.
Un mercato in forte crescita quello del fast-fashion: produzione e consumo di prodotti tessili sono raddoppiati a livello globale dal 2000 al 2015 e le stime indicano addirittura la sua triplicazione entro il 2030.
All’orizzonte, inoltre, si prospetta un ulteriore e ancora più devastante fenomeno, quello dell’ultra fast-fashion, ancora meno sostenibile anche dal punto di vista dei diritti dei lavoratori.
Il tutto aggravato dalla pratica del reso gratuito che le piattaforme di e-commerce applicano e che, come mostra l’indagine dell’Unità Investigativa di Greenpeace Italia che per quasi due mesi, in collaborazione con la trasmissione televisiva Report, ha tracciato i viaggi compiuti da alcuni capi d’abbigliamento del settore del fast-fashion acquistati e resi tramite piattaforme di e-commerce.
In tema di fast-fashion, martedì 20 febbraio, Fondazione Cesvi, con Factanza e Mirror, in occasione dell’apertura della Fashion Week, inaugurerà, in via Paolo Sarpi all’altezza dei civici 19-21 alle ore 11, una provocatoria installazione sul cambiamento climatico.
L’opera, che non lascerà indifferenti i passanti, lancia l’allarme sul riscaldamento globale e sui suoi disastrosi effetti in Europa e nel resto del mondo, sottolineando che negare o ignorare l’emergenza non ce ne mette al riparo.
Moda in viaggio: ecco il costo nascosto dei resi online
Riceviamo e pubblichiamo su GreenPlanner il report di Greenpeace relativo allo spostamento dei resi acquistati online sulle piattaforme di e-commerce
Per condurre l’indagine, sono stati acquistati 24 capi d’abbigliamento del fast-fashion sulle piattaforme e-commerce di otto tra le principali aziende del settore: Amazon, Temu, Zalando, Zara, H&M, Ovs, Shein e Asos.
Prima di effettuare i resi, Greenpeace e Report hanno nascosto un localizzatore Gps in ogni vestito, riuscendo così a tracciarne gli spostamenti, scoprire il mezzo di trasporto usato e studiare la filiera logistica dei venditori.
In 58 giorni, i pacchi hanno percorso nel complesso circa 100mila chilometri attraverso 13 Paesi europei e la Cina. Mediamente, la distanza percorsa dai prodotti per consegna e reso è stata di 4.502 km.
Il tragitto più breve è stato di 1.147 km, il più lungo di 10.297 km. Il mezzo di trasporto più usato è risultato il camion, seguito da aereo, furgone e nave. I 24 capi di abbigliamento sono stati venduti e rivenduti complessivamente 40 volte, con una media di 1,7 vendite per abito, e resi per ben 29 volte. A oggi, 14 indumenti su 24 (pari al 58%) non sono ancora stati rivenduti.
Esaminando le singole aziende, tutti i capi di abbigliamento di Temu sono stati spediti dalla Cina, hanno percorso oltre 10mila chilometri (principalmente in aereo) e, a oggi, nessuno risulta rientrato nelle disponibilità del venditore dopo il primo reso.
Due capi di abbigliamento di Asos hanno viaggiato, in media, per oltre 9mila chilometri transitando per ben 10 Paesi europei. Asos, Zalando, H&M e Amazon sono in cima alla classifica per numero medio di rivendite: 2,25 volte. Mentre il 100% dei capi resi a Temu, Ovs e Shein non è ancora stato rivenduto.
L’indagine conferma come “la facilità con cui si possono effettuare i resi nel settore del fast-fashion, quasi sempre gratuiti per il cliente, generi impatti ambientali nascosti e molto rilevanti” spiega Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia che, nel video qui sotto, descrive in che modo è stata condotta l’indagine.
Quanto pesa il reso dei capi fast fashion sull’ambiente?
La collaborazione con la startup IndaCO2 ha consentito di stimare anche le emissioni prodotte dal trasporto e dal packaging dei capi d’abbigliamento: l’impatto ambientale medio del trasporto di ogni ordine e reso corrisponde a 2,78 kg di CO2 equivalente, emissioni su cui il packaging incide per circa il 16%.
In media, per il confezionamento di ogni pacco sono stati usati 74 g di plastica e 221 g di cartone. Prendendo come esempio l’impatto di un paio di jeans (del peso medio di 640 g), il trasporto del capo ordinato e reso comporta un aumento di circa il 24% delle emissioni di CO2. Il costo medio del carburante per il trasporto, d’altra parte, è stimato in 0,87 euro.
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