Home Green Jobs Competenze e strumenti: ecco cosa innesca la Nature Restoration Law (Nrl)

Competenze e strumenti: ecco cosa innesca la Nature Restoration Law (Nrl)

nature restoration law
Immagine da Depositphotos

L’indotto che porta con se la nuova legge a difesa della natura – la Nature Restoration Law (Nrl) – è positivo anche in termini di occupazione. Abbiamo bisogno di GreenJobs e strumenti per attuare la salvaguardia degli ambienti marini e terrestri. Vediamone alcuni

Con la Nature Restoration Law (Nrl), la più importante legge sul ripristino della natura mai promossa dall’Unione europea, diventa chiaro che la natura è un bene comune da difendere. Al meglio.

L’obiettivo di questa legge punta a ripristinare il 20% degli ambienti marini e terrestri europei entro il 2030 e quasi tutti gli ecosistemi degradati entro il 2050.

L’Italia e gli altri Stati Membri, quindi, entro i prossimi due anni saranno chiamati a presentare dei piani efficaci e temporalmente ben delineati per ripristinare almeno il 30% di foreste, praterie, zone umide, fiumi, laghi e fondali marini, portandoli da scarse a buone condizioni entro il 2030, aumentando questa percentuale al 60 entro il 2040 e al 90% entro il 2050.

Saranno necessarie competenze e strumenti. Le competenze – lo sottolinea anche il National Biodiversity Future Center – collimano con la creazione di green-blue job.

Green and blue job

Per la Nbfc si apre una nuova filiera economica green dove ricerca di base e ricerca applicata, unite, creeranno nuove prospettive professionali e imprenditoriali.

Queste nuove attività non solo possono essere un motore per l’economia del nostro Paese, ma offrono anche un’opportunità per le giovani generazioni di lavorare a stretto contatto con il patrimonio naturale, contribuendo alla conoscenza, alla valorizzazione e al recupero della biodiversità.

Il ripristino degli ecosistemi rappresenta un investimento significativo sul futuro per uno sviluppo più equo e più sostenibile.

Strumenti nuovi in elaborazione

Tra gli strumenti ricordiamo anche il tema dei Pagamenti per i Servizi Ecosistemici (Pes dall’acronimo inglese Payment for Ecosystem Services).

Con il termine di“servizi ecosistemici (Ecosystem Services) si intendono i benefici, prodotti dagli ecosistemi, che migliorano, sia direttamente sia indirettamente, il benessere delle comunità umane (Mea, 2005).

Tra essi sono compresi sia la produzione di beni, come per esempio il legname, sia i servizi resi dalla natura, come la depurazione dell’aria e dell’acqua fino agli aspetti culturali legati alla ricreazione e al turismo, con risvolti positivi sulla salute fisica e mentale degli esseri umani.

Per indagare maggiormente i meccanismi di funzionamento dei Pes, nel 2023 la Commissione Europea ha finanziato il progetto Life ProForPeS, che unisce un network di esperti di Pes sviluppati in ambito forestale.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra aziende, istituti e università specializzate nel settore forestale tra Italia, Finlandia, Spagna, Austria e Germania; ha una durata di 3 anni e mira a raccogliere, sintetizzare e integrare le conoscenze e il know-how già presenti a livello Ue sugli schemi Pes.

Questo sarà possibile attraverso lo studio degli attuali programmi politici e finanziari dell’Ue, affiancato da un solido processo di consultazione con i principali stakeholder, che forniranno le conoscenze necessarie per elaborare appropriate raccomandazioni politiche e di business riguardanti l’integrazione e le potenzialità degli schemi Pes a livello europeo.

I partner italiani includono l’Università degli Studi di Padova, Etifor | Valuing Nature, insieme al rinomato European Forest Institute con base in Finlandia e Spagna, oltre alla Heberswalde University for Sustainable Development in Germania e la University of Natural Resources and Life Science (Boku) di Vienna.

Il primo risultato di Life ProForPeS è stato l’aver creato una metodologia che sarà utilizzata per la valutazione dei casi Pes a livello europeo.

Le ricadute sugli habitat marini

Ma ora la domanda è: ce la faremo ad attivare tutto o le lobby bloccheranno ancora la strada? Qualche dubbio arriva da GreenPeace Italia ragionando, per esempio, sullo storico accordo delle Nazioni Unite per la protezione degli oceani, a un anno di distanza soltanto due Paesi lo hanno ratificato: si tratta di un grave ritardo perché per entrare in vigore il trattato deve essere ratificato da almeno 60 degli 87 Paesi firmatari.

E per questo ha lanciato una petizione per chiedere al nostro governo italiano di ratificare rapidamente anche il trattato prima della conferenza Onu sugli oceani che si terrà a Nizza (Francia) nel giugno 2025. Obiettivo: consentire la creazione di nuovi santuari marini nel Mediterraneo.

Certo è che la nuova legge sulla biodiversità potrebbe dare una mano anche in questo senso: se lo augura anche Worldrise una no-profit che da oltre un decennio agisce per la conservazione efficace dei mari italiani, facilitando un cambiamento positivo che (ri)connetta le persone al mare, crei consapevolezza circa l’importanza dell’oceano e si concretizzi nell’impegno collettivo per la sua salvaguardia.

Per gli ambienti marini si tratta di un’opportunità imperdibile, che può favorire un’azione combinata sia di ripristino attivo degli habitat chiave, come barriere coralline e prateria di Posidonia oceanica, sia di ripristino passivo, con misure volte a ridurre varie forme di inquinamento marino e minimizzare gli impatti delle attività di pesca distruttive.

Gli interventi legati alla Nature Restoration Law, infatti, possono ripristinare le aree di riproduzione e di crescita degli stock ittici, generando un beneficio a cascata anche per le zone circostanti, che si riflette in un miglioramento dei servizi ecosistemici garantiti dal mare per la nostra vita e per il benessere della società, in termini di risorse, regolazione, ma anche a livello culturale e di supporto.

Non da meno, ripristinare gli ambienti marini degradati significa aiutare l’adattamento della società al cambiamento climatico, limitando i danni determinati dagli eventi meteorologici estremi, dall’innalzamento del livello del mare e dall’erosione costiera.

In questo contesto, l’obiettivo di proteggere in maniera efficace almeno il 30% del mare entro il 2030, adottato con il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework nell’ambito della Cop15, risulta più che mai convincente e rafforza la necessità di una gestione efficace dell’oceano e delle sue risorse, favorendo la designazione e l’attuazione di Aree marine protette (Amp) per consentire il ripristino degli habitat marini.

Verrebbe naturale pensare che se natura è un bene comune tutti dovrebbero salvaguardarlo, ma in una società dove spesso non si vuole bene neppure al proprio familiare rimangono dei dubbi.

Ma noi rimaniamo ottimisti. E già festeggiamo il buon esito della Nature Restoration Law.

Crediti immagine: Depositphotos

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