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È tempo di “sostanza” per gli Esg e di connubio con l’economia circolare rigenerativa

lorenzo sciadini

Cambiare marcia, identità, comunicazione: ecco cosa suggerisce un addetto ai lavori come Lorenzo Sciadini di Esociety che avverte, “ci vogliono anche nuove figure professionali”

Esg al giro di boa. Non sono in pochi a pensarlo. In tutto il mondo con però il mercato statunitense in testa. E con una la crisi di identità di questi obiettivi, pare che tutto il mondo della sostenibilità vacilli di identità.

Ma forse è proprio la materia in sé a dover essere rivista: sono 20 anni che se ne parla e il mondo nel frattempo è pesantemente cambiato (ahimè non in meglio malgrado, appunto, gli Esg).

E dunque? Questo, dunque lo stiamo chiedendo agli addetti ai lavori e questa volta la parola l’abbiamo data a Lorenzo Sciadini, ideatore di Esociety (ma anche di Circular camp) che si definisce design strategist, docente e coach professionista.

Di fatto è un professionista del marketing e della comunicazione. Sciadini è il primo a dirlo: “Gli Esg ormai hanno vent’anni e le recenti regole europee rivolte a banche (Eba) e imprese (Csrd) ne hanno promosso la maturità.

Perciò, dovrebbero sapersela cavare da sole e non sono più questioni da pionieri della finanza etica, ma fattori concreti per misurare lo stato di salute di sistemi sempre più malati che tutti noi abbiamo interesse a curare. Tutti noi, tranne chi non ha prospettive dal cambiamento a breve, evidentemente“.

Dunque, cosa è successo secondo lei?

È bastata una sottoperformance dei fondi Esg per spingere i colossi di Wall Street a ridurre gli investimenti in titoli Esg. Che poi tra clima, guerra, inflazione e altre situazioni scivolose è difficile pensare che potessero andare meglio.

Poi ci sono diciannove Stati Usa che hanno bandito gli investimenti Esg dai loro fondi pensione e portafogli statali. Ma il cambio di passo più significativo viene da BlackRock, il gigante degli asset globali, che passa dagli investimenti Esg agli investimenti di transizione. Qualcosa di molto più concreto e di breve termine.

Come un ventenne che studia senza risultati, che fai? Lo mandi a lavorare! Ecco, gli investimenti di transizione sono una versione molto pragmatica degli sforzi per trasformare i modelli di business e spingerli a diventare sostenibili.

Se si pensa a quanto poco cambiamento hanno portato gli stimoli precedenti forse concentrarsi su qualcosa di concreto contro il cambiamento climatico, la povertà, le disuguaglianze e altre questioni urgenti non è una sconfitta dell’Esg, anzi!

Chi ci va di mezzo secondo lei e cosa si rischi?

Provo a essere cinico. Sicuramente il primo a rimetterci è il grande banchetto di servizi creato per promuovere lo sviluppo degli Esg. Ora, che pare li rimandino a lavorare, c’è meno da speculare (il metodo della conoscenza puramente razionale e prescindente dall’esperienza).

Si torna con i piedi per terra. A parte gli investitori Esg puristi e le aziende Esg mature, allentare gli standard Esg potrebbe addirittura rinforzare la fiducia nello sviluppo sostenibile.

Perché, basta vedere le prime rendicontazioni di sostenibilità per capire che dietro, finora, c’è stata molta poca sostanza. Detto ciò, in Europa non cambia molto sul fronte del credito e delle imprese.

L’Eba continua a guidare le banche sull’inclusione degli aspetti Esg nel credito, mentre la Csrd richiede alle imprese di divulgare l’impatto delle loro attività sulle questioni Esg, promuovendo trasparenza e responsabilità.

Quindi sarà bene che gli operatori smettano di cercare le scorciatoie. Mi chiedo come sia possibile pensare di non passare dalla doppia materialità.

E ritardare una direttiva (la Csdd che è stata approvata deve ora attendere l’approvazione da parte del Parlamento europeo, il quale si riunirà nell’ultima sessione plenaria prima delle elezioni di giugno, dal 23 al 25 aprile – ndr) per identificare, prevenire, mitigare e rendere conto degli impatti negativi delle attività d’impresa e delle catene di valore su diritti umani e ambiente non mi pare una scelta saggia.

Anche se fa più comodo vederla come insieme di obblighi burocratici, in realtà è uno stimoli fondamentale per ripensare una volta per tutte aziende fragili, pronte a essere spazzare via dalla più piccola delle crisi di passaggio.

I professionisti legati al mondo Esg sono preoccupati?

Quali professionisti? I commercialisti? Gli operatori dei sistemi di qualità? Le centinaia di sistemi di rating Esg? Lasciare lo sviluppo sostenibile e la transizione solo a questi professionisti – lo dico senza polemica – è come lasciare l’informatica agli informatici.

Il più grande errore degli anni Novanta è stato affidare il cambiamento agli informatici. Siamo in ritardo sulla digitalizzazione di almeno vent’anni perché l’innovazione degli anni passati è stata lasciata nelle mani degli informatici.

Questo è il divario maggiore tra piccole e grandi imprese. Soprattutto nelle piccole, un sacco di hardware, poca strategia ma soprattutto nessun cambio nelle politiche aziendali, ancora ferme ai primi del Novecento!

Soprattutto nel trattare il capitale più importante: quello umano. Lasciare la sostenibilità ai commercialisti, a quelli dell’ambiente, delle certificazioni non farà avanzare di un passo il business-as-usual.

Il green è un’invenzione della economia lineare per cambiare il meno possibile e il più tardi possibile. Come le gallette e i prodotti light per gli obesi.

Dobbiamo creare nuove figure professionali capaci di affrontare le sfide del futuro con strumenti moderni, non col budgetting e il controllo di gestione (utili quando sono nati, nei primi del Novecento).

Ancora si pensa che la sostenibilità serva a differenziare, ad attrarre clienti sensibili dicono. Una follia! Il nuovo paradigma è fare la differenza non essere differenti e non è per niente facile senza aggiornare il modo di pensare delle imprese.

Qual è il vostro consiglio?

C’è solo una soluzione. Si chiama economia circolare rigenerativa e non ha a che fare con i materiali né con il riciclo. È la più grande rivoluzione sociale degli ultimi trecento anni.

Da quando si è parlato per la prima volta di transgenerazionalità e di sostenibilità nelle foreste sassoni. Né la sostenibilità né l’Esg sono di per sé una soluzione senza una profonda trasformazione del business.

Non basta volerlo, né essere appassionati di ambiente e sociale. Qui servono competenze, investimenti e nuove idee di collaborazione. Deve cambiare logica l’offerta: i prodotti devono essere progettati inmodo da chiudere sempre il ciclo produttivo.

Innovare è d’obbligo! Deve cambiare logica la domanda. La vera differenza la fa la domanda, deve cambiare il ruolo dei clienti: prima, durante e dopo il consumo. I clienti non vanno costretti a troppi compromessi.

Etico ed estetico, oppure etico e comodo non devono stare all’opposto. Se scambiare il possesso con l’accesso lo decide il cliente in base alla comodità. Manutenzione o smaltimento diventano parte del business.

L’impresa si concentra sulla gestione delle risorse in ogni punto del mercato, non solo nella produzione. Questa è la grande differenza! Si chiama economia circolare, non ha nulla a che fare con il riciclo né con la riduzione dell’impatto negativo.

Non costa di più e rende le aziende antifragili. Ma è una rivoluzione culturale oltre che di business. E deve essere riprogrammato ogni imprenditore, ogni manager e ogni collaboratore.

Come per i corsi di informatica degli anni Novanta, con la differenza che qui il salto è di paradigma e si fa prima a farsi aiutare da chi lo ca compreso. Ecco a cosa servono i (nuovi) professionisti molto più mentori, facilitatori del cambiamento che consulenti esperti. Che poi esperti di cosa? Del passato?

E voi… chi siete esattamente e come operate in questo settore?

Noi siamo un’associazione nata per promuovere la transizione alla economia circolare. Crediamo nel ruolo centrale delle banche, soprattutto delle banche di comunità, per accompagnare la transizione nelle comunità.

Perché è nelle città e nelle comunità che si vinceranno le sfide della transizione. Siamo portavoce di nuovi valori dell’economia, di nuovi strumenti, di nuovi modelli organizzativi e di nuove competenze.

Dovremmo avere la coda di imprenditori nei nostri corsi base di economia circolare, ma non è così. Sono tutti a fare la coda dai fornitori di software automatici per il rating Esg.

Noi crediamo molto nel valore delle questioni Esg ma non pensiamo che banalizzarle o renderle regole serva al cambiamento e allo sviluppo sostenibile. Basta balle, è l’ora di prendere le cose sul serio. L’Esg è morta, lunga vita all’Esg.

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