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Rischio effetto Rebound sui prodotti green

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Immagine da Depositphotos

L’effetto Rebound nell’economia circolare è poco noto, difficile da quantificare e non ancora studiato a fondo. Tuttavia, è fondamentale dedicargli maggiore attenzione ed evidenziarne i rischi

Solo se si interviene sull’intera filiera, il paradigma dell’economia circolare troverà fortuna e farà bene al Pianeta. Altrimenti, il rischio è quello di cadere nell’effetto Rebound, fenomeno che annulla i possibili benefici ambientali a causa di un aumento della produzione e dei consumi dovuti a dinamiche di mercato.

Il monito viene da Pierluigi Zerbino, ricercatore del Dipartimento di Ingegneria dell’Energia, dei Sistemi del Territorio e delle Costruzioni dell’Università di Pisa, autore di numerosi articoli scientifici e divulgativi sul cosiddetto effetto Rebound.

Sta forse anche in questo rischio il fatto che, malgrado sia invocata e consigliata come buona pratica economica e industriale, l’economia circolare stenti a decollare in maniera decisiva e, anzi, fa notare Zerbino “negli ultimi cinque anni, abbiamo visto il tasso di circolarità ridursi dal 9,1% al 7,2%“.

Di fatto non tutti i progetti legati all’upcycling hanno una Lca positiva (anzi a volte non sarebbero neppure sostenibili). A ciò si aggiunge il rischio chiamato consumismo.

Zerbino invita a “tenere sempre a mente come il prezzo e la qualità di un prodotto riciclato, riparato, o di seconda mano (spesso chiamati prodotti circolari) ci influenzano nella vita di tutti i giorni“.

Ecco un esempio: un prezzo basso di un capo di vestiario, prodotto con fibre riciclate, potrebbe portarci ad acquistare più capi di quelli di cui abbiamo realmente bisogno.

Riteniamo di avere un comportamento green – continua il docente dell’ateneo di Pisa – perché non acquistiamo prodotti nuovi, ma il basso prezzo ci invoglia a chiedere e consumare di più. E consumare di più vuol dire far produrre di più e far inquinare di più.

E cosa succede, invece, quando acquistiamo un cellulare ricondizionato? Che pensiamo di aver contribuito a ridurre l’inquinamento comprando un secondo cellulare più economico, magari da usare con poca attenzione in viaggi avventurosi. Ma questo spesso non ci evita di acquistare anche l’ultimo modello dello smartphone top di gamma per la vita di tutti i giorni“.

È amaro a dirsi – aggiunge – e forse persino frustrante, ma l’effetto Rebound di un’economia circolare definisce proprio questo rischio dei prodotti circolari di alimentare e non ridurre la nostra fame di consumo e l’inquinamento a essa associata.

Il problema è che, a oggi, l’effetto Rebound nell’economia circolare è poco noto, difficile da quantificare e non è stato esaminato a fondo dalla letteratura accademica. Ma, se vogliamo stimarlo e mitigarlo con successo, è fondamentale dedicargli maggiore attenzione“.

Per approfondire il tema consigliamo la ricerca da poco pubblicato sul Journal of Cleaner Production di Elsevier scritto da Zerbino assieme a tre colleghi della Sheffield University Management School.

Nell’articolo sviluppato assieme ai colleghi docenti Benjamin H. Lowe, Meletios Bimpizas-Pinis e ad Andrea Genovese dell’Università di Sheffield – spiega Zerbino – abbiamo passato in rassegna i metodi che potrebbero essere impiegati per misurare il Rebound in contesti circolari, identificando gli strumenti per stimarlo.

Dalla mappatura nasce anche una riflessione sui dati necessari a stimarlo e sul modo in cui il Rebound si manifesta nei nostri comportamenti di consumo, nelle strategie aziendali, nelle filiere e nel commercio nazionale e internazionale. I risultati ottenuti evidenziano lacune nella stima di questo effetto e gettano le basi per sviluppare strategie per mitigarlo“.

Crediti immagine: Depositphotos

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