Home Imprese Sostenibili Chiamata a raccolta per sostenere l’economia circolare

Chiamata a raccolta per sostenere l’economia circolare

economia circolare simbiosi industriali

Luci e ombre sulle attività delle imprese e sulle abitudini dei cittadini italiani rispetto all’economia circolare, cui non ci si può più sottrarre. Analizzando il nuovo Rapporto del Circular Economy Network e di Enea deduciamo che la strada è ancora in salita, ma è imprescindibile. Ne parleremo anche a Bari nel prossimo convegno Pink&Green con un panel di relatrici che hanno fatto dell’economia circolare un impegno totale

Le tante opportunità legate all’economia circolare non sembrano essere ancora radicate, come dovrebbero viste le reali ricadute sia economiche che ambientali, nelle abitudini degli italiani.

E questo è un dato su cui riflettere perché in realtà dalla strada del riciclo, riuso, riparazione non si deve tornare indietro. Lo devono capire sia le aziende, sia i cittadini, ma probabilmente anche le istituzioni per dare vita a nuovi ragionamenti sulla gestione non solo della raccolta differenziata, ma anche delle opportunità di business.

Guardiamo ai dati appena rilasciati nell’ultimo Rapporto – il sesto – del Circular Economy Network e di Enea. E prendiamo come esempio i Raee: il riciclaggio dei rifiuti delle apparecchiature elettriche ed elettroniche ha perso due punti percentuali rispetto al 2017 (ancorché ci si attesti all’87,1%).

La domanda è, come mai? Che la gente non abbia voglia o non sappia dove portarli? Per questo buona cosa è il fatto che stanno aumentando i punti di raccolta anche in ottime posizioni, presso gli atenei come il Politecnico di Milano, o le sedi del Cnr, giusto per fare un esempio.

Eppure, questa è l’unica strada per rispettare l’ambiente: solo recuperando tutto ciò che c’è di buono nei Raee si può limitare l’uso delle materie critiche e non solo per problemi geopolitici

Le Pmi dicono sì, ma…

E mentre le piccole e medie imprese si dicono favorevoli all’economia circolare – la tendenza emerge da un’istantanea fotografata dal Rapporto che approfondisce anche il ruolo di piccole e medie aziende manifatturiere e servizi – i brevetti depositatati in Italia relativi alla gestione dei rifiuti e al riciclaggio – solo 21, ovvero -25% rispetto al 2016 – fanno temere che l’impresa italiana sia distratta rispetto alle vere opportunità dell’economia circolare.

Eppure l’economia circolare crea lavoro. Gli ultimi dati fotografano un’Italia che potrebbe aumentare di molto i posti di lavoro rispetto a quei 613.000 addetti registrati al 2022. Su questo fronte siamo secondi dopo la Germania, che conta in questi settori 785.000 lavoratori (1,7% sul totale).

Dunque, lo ammette il Rapporto appena presentato a Roma – nel loro insieme gli indicatori di trend della circolarità, basati sulla dinamica degli ultimi cinque anni, segnalano una certa difficoltà dell’Italia a mantenere la sua posizione di leadership.

A piccoli passi cresciamo, ma di poco: in Italia, il valore aggiunto relativo ad alcune attività dell’economia circolare è pari a 43,6 miliardi di euro, 2,5% del totale (era il 2,1% nel 2017).nNel nostro Paese la produttività media delle risorse vale 3,7 euro per chilogrammo contro la media Ue di 2,5 euro per kg.

Puntare sulla circolarità deve essere la via maestra per accelerare la transizione ecologica e climatica e aumentare la competitività delle nostre imprese – ha dichiarato Edo Ronchi, presidente del Circular Economy Network, intervenendo a Roma alla presentazione del 6° Rapporto. E ha continuato affermando che – l’Italia può e deve fare di più per promuovere e migliorare la circolarità della nostra economia, con misure a monte dell’uso dei prodotti per contrastare sprechi, consumismo e aumentare efficienza e risparmio di risorse nelle produzioni; nell’uso dei prodotti, promuovendo l’uso prolungato, il riutilizzo, la riparazione, l’uso condiviso; e a fine uso, potenziando e migliorando la qualità del riciclo e l’utilizzo delle materie prime seconde“.

Il consumo dei materiali in Italia nel 2022 è stato di 12,8 tonnellate/abitante, minore della media europea (14,9 t/ab) ma in crescita (+8,5%) rispetto alle 11,8 t/ab del 2018.

Ancora, sempre nel 2022, la dipendenza dell’Italia dalle importazioni di materiali (46,8%) è più del doppio della media europea (22,4%), anche se in calo (-3,8%) rispetto al 2018.

Eppure per fortuna diminuiscono i rifiuti urbani: ne produciamo solo 494 kg/ per abitante, rispetto alla media 513 kg. I dati si riferiscono al 2022, ma il trend positivo è in crescita. Il che ci fa ben sperare.

Ecodesign avanti tutta

Un dato che dalle università ai centri di ricerca e quindi alle aziende sembra aver preso invece piede sono le modalità di produzione legate all’Ecodesign: l’approccio che sappiamo essere fondamentale per ripensare i processi di produzione. Legno, ferro, carta e vetro sembrano essere le materie prime più ecodisegnate.

E il resto? La teoria non manca a partire dalle 9 R teorizzate da Julian Kirchherr nel 2017 (The 9R Framework on the Circular Economy,) un sistema che permette di evidenziare le principali strategie di economia circolare che le imprese possono adottare.

Azioni che sono state individuate e classificate per avere diversi gradi di circolarità. Dalla R0, che sarebbe rifiutare, alla R9, che sarebbe recuperare, il grado di circolarità delle soluzioni tende a diminuire, anche grazie all’influenza di quattro principali fattori che vengono presi in considerazione:

  • innovazione in tecnologie abilitanti
  • innovazione in progettazione del prodotto
  • innovazione nei modelli di business
  • innovazione nel cambiamento culturale

Ecodesign ed economia circolare costituiscono la simbiosi corretta dei passi da fare verso un’economia sostenibile. Questa maggiore consapevolezza sui processi di produzione e sulla propria impronta ambientale, permette alle aziende di migliorare il proprio posizionamento e di innalzare lo standard di un mercato sempre più attento alle tematiche ecologiche.

I vantaggi per le imprese sono molteplici:

  • un risparmio dei costi di smaltimento dei rifiuti
  • una migliore efficienza nella gestione dei propri processi
  • un minor impatto ambientale e sociale
  • nuove collaborazioni strategiche in ottica di simbiosi Industriale
  • vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza e al mercato

Fare della sostenibilità e dell’economia circolare il proprio core business significa creare un circolo virtuoso di efficienza ed efficacia per tutte le attività d’impresa.

Per avere risultati vincenti e duraturi – è il consiglio di Claudia Brunori, direttrice del Dipartimento Enea Sostenibilità, circolarità e adattamento al cambiamento climatico dei sistemi produttivi e territoriali – è necessario rivoluzionare il modo in cui i prodotti vengono progettati e realizzati, integrando criteri di circolarità nei processi produttivi.

Occorre progettare e produrre oggetti più durevoli e facili da riutilizzare e riciclare, ma anche da aggiornare e riparare. Per una transizione ecologica completa occorre informare e rendere consapevoli quanto più possibile anche i consumatori, ai quali vanno offerti strumenti di conoscenza adeguati a comprendere l’impatto del proprio stile di vita sull’ambiente“.

Di tutto questo e altro ne parleremo al Convegno di Pink&Green, la parola alle donne dell’economia circolare che si terrà a Bari il 24 Maggio sotto l’egida dell’Università degli studi Aldo Moro e un parterre di ricercatrici, manager, designer di grande impatto sull’economia del nostro Paese.

La partecipazione è gratuita previa iscrizione online.

(articolo redatto con il contributo di Ida Ciaralli)

Condividi: