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Glifosato: ecco perché se ne può fare a meno

glifosato
Immagine da Depositphotos

È inquietante: per millenni l’agricoltura ci ha dato da mangiare senza che gli agricoltori neppure sapessero cosa fosse una molecola erbicida, eppure, oggi, il mondo si chiede se l’agricoltura del Terzo Millennio può fare a meno del glifosato oppure no

Il glifosato, per i chimici N-(fosfonometil) glicina, è uno sterminatore di vegetali apparentemente perfetto: sintetizzato inizialmente dal chimico svizzero Henri Martin nel 1950, che cercava molecole ad azione farmacologica, messo poi in commercio dalla Monsanto a partire dal 1974.

Funziona decisamente bene come disseccante sistemico non selettivo e non residuale da applicare in post emergenza sulle piante spontanee che osano infestare le nostre coltivazioni. Una vera manna per l’agricoltura industriale e, ovviamente, per chi produce e vende la molecola.

Indubbiamente, il glifosato ha aiutato a fare agricoltura su larga scala riducendo o eliminando le lavorazioni del terreno e si sa che le lavorazioni possono impattare negativamente sulla fertilità del suolo e sulla sua capacità di immagazzinare il carbonio, in quanto favoriscono la perdita di carbonio organico dal terreno sotto forma di anidride carbonica.

E in un momento storico in cui si discute del contributo dell’agricoltura al cambiamento globale è cosa non da poco. E bisogna anche ricordare che la molecola è molto utile in ambito extra agricolo, dove è altamente efficace nel diserbo totale finalizzato a preservare l’integrità di manufatti.

Con l’avvento, però, delle piante coltivate resistenti all’erbicida, l’impiego del glifosato, che, ovviamente, di suo sarebbe letale anche per le piante coltivate stesse, è aumentato a tal punto da renderlo, attualmente, l’erbicida più usato a livello globale, con immissioni nell’ambiente che rimandano a numeri da capogiro.

Il legame, non più stretto, tra glifosato e agricoltura

Purtroppo, la storia d’amore tra agricoltura industriale e glifosato ha iniziato a vacillare quando, di recente, sono state segnalate popolazioni di piante resistenti, sono emersi dati relativi alla sua persistenza nell’ambiente e ne è stata ipotizzata una certa cancerogenicità.

E così è anche iniziato un dibattito sul come fare agricoltura senza questo diserbante: la soluzione al dilemma potrà apparire forse un po’ troppo semplicistica ma resta il fatto che per secoli, prima dell’avvento dei miracolosi diserbanti, le piante indesiderate nelle coltivazioni sono state contenute attraverso le lavorazioni dei terreni e le rotazioni colturali e questo, semplicemente, funzionava!

È ben noto a chi si occupa di agricoltura che la monocoltura in monorotazione, cioè la coltivazione della stessa specie vegetale che succede indefinitamente a sé stessa sullo stesso terreno, innesca un degrado della fertilità del suolo, una recrudescenza delle problematiche fitosanitarie e la selezione di specie vegetali spontanee il cui sviluppo è compatibile con quello della pianta coltivata e il cui ciclo biologico è sovrapponibile a quello della coltivazione.

È proprio in questi sistemi di coltivazione che il glifosato diventa uno strumento utilissimo, impedendo a quelle specie spontanee che si adattano al tipo di coltivazione di diffondersi a spese della pianta coltivata.

Il semplice cambiamento del modello di coltivazione, con la transizione dalla monocoltura in monorotazione alla successione di specie coltivate diverse, quindi con diversi fabbisogni di lavorazioni del terreno, con diverso sviluppo morfologico della pianta, con diversa durata dei cicli colturali, permette di per sé di contenere la diffusione delle piante spontanee, in quanto le piante non coltivate che spontaneamente crescono nelle coltivazioni faticheranno ad adattarsi a condizioni colturali continuamente differenti e non potranno diffondersi incontrollabilmente.

Questo avviene anche senza l’uso di diserbanti, semplicemente per effetto delle lavorazioni che, in tempi e modi diversi, si effettuano per avviare la coltivazione e anche per effetto della capacità competitiva della stessa pianta coltivata.

Peraltro, dopo la sbornia chimica a cui la Rivoluzione verde del Secondo Dopoguerra ci ha esposti, ben raccontata da Rachel Carson nel suo Silent Spring del 1962, dovremmo essere diventati ben consapevoli del fatto che la biodiversità nelle coltivazioni, di cui le piante spontanee sono magna pars, è importante per preservare la fertilità dei suoli, in quanto favorisce l’accumulo di sostanza organica nel terreno e migliora la composizione della microflora tellurica, e per mantenere gli equilibri ecologici, in quanto favorisce l’azione di quegli ausiliari, dai microbi agli artropodi agli uccelli, che aiutano a mitigare le dinamiche fitosanitarie.

Pertanto, l’ossessione per lo stermino di massa delle infestanti nel Terzo Millennio faremmo bene a farcela finalmente passare.

Fare agricoltura senza glifosato, si può

Fare agricoltura senza il glifosato è, quindi, teoricamente possibile ma l’abbandono di quello che è stato definito come uno di quegli erbicidi che si scopre una sola volta in un secolo (once in a century herbicide) nella pratica passa anche attraverso un processo psicologico non banale in quanto, dal suo avvento sul mercato, un’intera generazione di agricoltori dei Paesi ad agricoltura avanzata ha considerato il glifosato come insostituibile per difendere le colture dalle erbacee e oggi si trova comprensibilmente spaesata davanti alla necessità di pensare a sistemi alternativi per gestire la biodiversità che per fortuna cresce ancora spontaneamente nei nostri campi.

In effetti, il processo è anche e forse soprattutto culturale perché non riguarda solo l’approccio tecnico alla coltivazione da parte degli agricoltori ma impone anche a tutti gli operatori della filiera post-raccolta e della distribuzione, e finanche al consumatore finale, di rivedere i loro standard, per esempio accettando di introdurre nuovi prodotti nelle loro filiere, tollerando la disponibilità solo stagionale di alcuni di essi e accettando rese inferiori che possono aumentare i prezzi alla fonte.

Ma questo è, né più né meno, quello che si richiede in generale per sgravare l’agricoltura dall’uso di una pletora di molecole tossiche, tutte molto efficaci ma anche molto impattanti sulla salute e sull’ambiente, che dal Secondo Dopoguerra hanno ammantato, a caro prezzo, la nostra agricoltura di un’aura di modernità.

Molte di queste molecole, oggi in disuso, apparivano inizialmente insostituibili, una su tutte il famigerato bromuro di metile: eppure oggi di esse neanche se ne parla più.

Crediti immagine: Depositphotos

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Luigi d'AquinoLuigi d'Aquino: si laurea in Scienze Agrarie a pieni voti nel 1990. Quindi, diventa dottore di ricerca in Patologia Vegetale nel 1994 presso l'Università di Napoli. Agronomo ed esperto di difesa fitosanitaria, è ricercatore Enea dal 1998 | Linkedin
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