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Acquisti online: la terribile fine dell’invenduto

fast fashion
Immagine da Depositphotos

Anche Eea, l’agenzia europea per l’ambiente, attira l’attenzione sulla pratica della restituzione degli acquisti online. Perché sta diventando insostenibile…

Effetto colllaterale del fast fashion acquistato online è il fenomeno dell’invenduto che sta sfuggendo di mano a tutti. Soprattutto a chi effettua il reso, perchè non si rende conto dell’impatto sull’ambiente: quel capo va buttato.

Ma anche alle aziende venditrici, che si trovano a gestire operazioni e costi di trasporto senza alcun ricavo.

Gestione dell’invenduto: alcune raccomandazioni

Eea, l’agenzia europea per l’ambiente, ha recentemente pubblicato lo studio The destruction of returned and unsold textiles in Europe’s circular economy in cui viene fatto il punto sulla gestione in Europa della componente tessile invenduta (eccedenze di produzione, resi…).

Naturalmente si tratta di stime perché dati certi sull’argomento non ce ne sono ma, in ogni caso, offrono una fotografie eloquente del problema. Riportiamo alcuni passaggi.

Si stima che una quota difficilmente misurabile ma compresa tra 264.000 e 594.000 tonnellate di prodotti tessili immessi sul mercato in Europa (tra il 4 e il 9% dei volumi complessivi) vengano distrutte ogni anno, il tasso medio di restituzione per l’abbigliamento acquistato online è stimato al 20%: un capo su cinque venduto online viene restituito.

Il tasso di reso per i prodotti venduti online è fino a tre volte superiore a quello dei prodotti venduti nei negozi fisici. Si ritiene che in media un terzo di tutti i capi di abbigliamento restituiti acquistati online, finisca per essere distrutto.

Con la recente decisione politica dell’Ue di introdurre un divieto diretto sulla distruzione di prodotti tessili e calzature, è necessario trovare i mezzi per vendere tutti i prodotti ed evitare la distruzione dei prodotti tessili restituiti e invenduti.

Gestione degli overstock

Tralasciamo per il momento il problema dei resi e focalizziamoci sull’invenduto. Come precisa il rapporto, questa componente di potenziali rifiuti tessili è formata da più tipologie di prodotti: overstock (gli articoli che nemmeno non escono dal magazzino), i prodotti obsoleti (non più richiesti dal mercato), i prodotti danneggiati o difettosi.

Produrre articoli da vendere prontamente al consumatore è uno dei punti di forza del fast fashion. Si preferisce rischiare un disallineamento tra ciò che viene prodotto e acquistato, accumulando articoli invenduti in magazzino, piuttosto che perdere l’ordine di un cliente.

Il disallineamento è causato da errate previsioni di vendita, ma anche da dinamiche di mercato o da slittamenti climatico-stagionali che incidono sui comportamenti di acquisto dei consumatori e, spesso, da problemi di approvvigionamento dei negozi che devono far posto alle nuove collezioni e quindi rimuovono l’invenduto.

Ma la causa su cui è più complicato intervenire è intrinseca al modello stesso del fast fashion. Come detto i brand spesso prediligono l’overstock per ridurre i lead time ed evitare il rischio di non riuscire a soddisfare la domanda e generare il relativo profitto.

Poiché la maggior parte della produzione di abbigliamento ad alta intensità di manodopera avviene nel Sud del mondo, principalmente in Asia, dove sono prevalenti i bassi salari ed è più vantaggioso produrre troppo piuttosto che perdere potenziali vendite.

Senza dimenticare le economie di scala: avere un’elevata diversificazione del prodotto e produrre grandi quantità è meno costoso, in media per prodotto, che produrre quantità minori e meno tipi di prodotti.

Come si legge nel rapporto, “il volume dei prodotti tessili invenduti a causa delle scorte in eccesso e dei prodotti obsoleti potrebbe essere ridotto aumentando l’accuratezza delle previsioni e migliorando la gestione dell’inventario. Potrebbe anche essere ridotto ottimizzando il processo di ordinazione, stoccaggio, utilizzo e vendita delle materie prime, dei componenti e dei prodotti finiti di un’azienda“.

Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. I tempi in cui Benetton tingeva un capo sulla base degli input di vendita dei negozi sembrano lontani, una filiera globale richiede tempi di approvvigionamento-produzione-logistica ben più lunghi di quelli a cui la moda, non a caso fast, ha abituato i consumatori.

In altre parole, non c’è altra via che modificare lo stesso modello di business del fast fashion.

Divieto dell’Ue di distruggere i prodotti tessili e calzaturieri invenduti

Il 5 dicembre 2023 il Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico provvisorio su una proposta di regolamento per l’ecodesign.

Il nuovo regolamento sostituisce l’attuale direttiva sulla progettazione ecocompatibile del 2009 e amplia l’ambito di applicazione al di là dei prodotti connessi all’energia per migliorare considerevolmente la circolarità, l’efficienza energetica, l’efficacia delle risorse e altri aspetti di sostenibilità ambientale per particolari categorie di prodotti immessi sul mercato dell’Ue.

L’articolo 20 della proposta di Espr stabilisce un obbligo generale di trasparenza per gli operatori economici che si disfano di prodotti di consumo invenduti, compresa la divulgazione di informazioni sul numero di prodotti di consumo invenduti scartati all’anno.

Lo stesso articolo apre anche la possibilità di adottare azioni specifiche per vietare la distruzione di determinati gruppi di prodotti di consumo invenduti. I legislatori dell’Ue stanno decidendo un divieto diretto di distruzione dei prodotti tessili invenduti.

Le piccole e microimprese sarebbero esentate da questo divieto, mentre le medie imprese beneficerebbero di un’esenzione di 6 anni. Tale divieto sarebbe applicabile 2 anni dopo l’entrata in vigore del regolamento (Consiglio dell’Unione europea, 2023). Funzionerà?

Alcuni ritengono che costringere le aziende a rivelare pubblicamente la quantità di merci invendute attirerà l’attenzione sulla portata del problema e le costringerà indirettamente a intervenire sulle cause riducendone le quantità (a causa del pericolo di ottenere un’immagine negativa indesiderata del marchio o pagare penalità).

È probabile che l’introduzione di sistemi di responsabilità estesa del produttore (Epr) per i prodotti tessili in tutta l’Ue rafforzi e consenta di spostare i prodotti tessili invenduti verso l’alto nella gerarchia dei rifiuti (seconda mano e donazioni).

Alcune aziende stanno iniziando a introdurre progetti di upcycling del proprio invenduto, talvolta modificando o disassemblando i capi e riproponendo i materiali recuperati in nuove capsule.

Sul fronte dei tessuti (e talvolta anche dei filati e degli accessori) si sta ormai consolidando un nuovo modello di business mediante recupero, valutazione, eventuale modifica e rivendita dei materiali che giacciono nei magazzini delle aziende.

Un’azione basata non solo sulla loro rimessa in circolo ma anche sul conferimento a questi materiali di un nuovo valore mediante la narrazione stessa della loro rigenerazione, in alcuni casi documentata mediante asserzione ambientale auto dichiarata.

Un modello trasferibili ai prodotti finiti accumulati nei magazzini? In fondo anche questa sarebbe un’azione da annoverare tra quelle dell’economia circolare.

Crediti immagine: Depositphotos

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Aurora MagniAurora Magni: difficile incontrarla senza il suo setter inglese al fianco. Una laurea in filosofia e una passione per i materiali e l'innovazione nell'industria tessile e della moda; è presidente e cofondatrice della società di ricerca e consulenza Blumine, insegna Sostenibilità dei sistemi industriali alla Liuc di Castellanza e collabora con università e centri ricerca. Giornalista, ha in attivo studi e pubblicazioni sulla sostenibilità | Linkedin
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