Home Green Jobs Libro Bianco 2024 sulla professione del biotecnologo: luci e ombre di un...

Libro Bianco 2024 sulla professione del biotecnologo: luci e ombre di un settore che cerca maggior consapevolezza

Libro Bianco sulla Professione di Biotecnologo
Immagine: Biotecnologi Italiani, Libro Bianco sulla Professione di Biotecnologo - Ed. 2024

Un’istantanea scattata in primo piano sulla figura del biotecnologo nel nostro Paese, un profilo in chiaroscuro, che riflette i punti di forza del settore scoprendo al contempo le criticità che caratterizzano la professione: il libro bianco, pubblicato dall’associazione Biotecnologi italiani, offre un’analisi approfondita della situazione formativa e occupazionale dei laureati in Biotecnologie in Italia

A distanza di tre anni dall’ultima indagine, l’associazione dei Biotecnologi italiani è tornata a redigere in questo 2024 il suo Libro Bianco sulla Professione di Biotecnologo, un documento fondamentale per raccogliere e muovere una riflessione lucida sui dati che riguardano chi studia e opera in questo campo e alle biotecnologie rivolge aspettative, impegno e, in qualche caso, frustrazioni.

L’investigazione, condotta sul finire dello scorso anno, ha raggiunto un bacino complessivo di 1.130 biotecnologi, dislocati sull’intero territorio nazionale; tale campione è stato poi validato dal confronto con altri dataset disponibili (Alma Laura, Assobiotec, Anagrafe Miur), che presentano una distribuzione per regione in linea con i dati raccolti.

Un campione di dati, soprattutto, che disegna già di per sé un identikit interessante in merito alla composizione degli attori protagonisti nel campo delle biotecnologie in Italia: il 70% degli intervistati si identifica nel genere femminile e più del 90% di loro dichiara di non aver raggiunto i 40 anni di età.

Panoramica che conferma, a sua volta, la professione del biotecnologo come prevalentemente giovane e caratterizzata da una significativa predominanza femminile.

Il percorso formativo in biotecnologie

A fare i biotecnologi si incomincia sui banchi e nei laboratori delle università e già a questo livello chi si affaccia alla disciplina è investito da una vasta offerta di percorsi alternativi.

Una proposta che, nel complesso, riesce ad attrarre principalmente gli studenti in uscita dai licei scientifici (63%) e classici (12%), oltre che, in maniera certo non sorprendente, i ragazzi delle scuole superiori a indirizzo biotecnologico: queste ultime si attestano soltanto all’8%, ma d’altro canto non si può non tener conto della loro minor presenza sul territorio rispetto ai licei.

Va detto, comunque, che l’impegno delle università nel tradurre il vasto mondo delle biotecnologie in un’offerta formativa organica e compatta registra complessivamente un alto tasso di apprezzamento lungo tutta la penisola, con scarti minimi tra le diverse regioni.

Si valutano molto positivamente in particolare la preparazione teorica trasferita, la validità dei docenti e la buona comunicazione dei nostri atenei con le opportunità di tirocini all’estero; meno gradite, di contro, la ripetitività delle conoscenze erogate tra corsi magistrali e triennali, la presenza di laboratori pratici (considerata ancora troppo esigua) e la rete di connessioni con il mondo delle industrie private.

Quale che sia la direzione che si decide di intraprendere nel campo delle biotecnologie o l’ateneo sul quale si decida di investire la propria educazione, il percorso di formazione per i biotecnologi si dimostra in ogni caso un cammino generalmente lungo: il 98% dei laureati triennali in Biotecnologie prosegue con la laurea magistrale, mentre solo il 2% entra nel mondo del lavoro; successivamente, il 60% dei biotecnologi ottiene un titolo post-laurea come master, dottorato o scuola di specializzazione.

Inoltre, l’analisi dei numeri relativi alla fascia di età over 30 anni, in cui il 95% risulta aver completato la formazione, racconta un approccio diffuso di life-long learning tra i biotecnologi: più del 50% dichiara di aver speso almeno 8 anni di formazione e, tra questi, si attesta al 36% la percentuale di chi ha devoto a essa più di 10 anni.

 

Il mondo del lavoro per i laureati in biotecnologie

A voler tracciare un profilo di ingresso nel mondo lavorativo per chi si occupa di materie biotech, come spesso accade bisogna purtroppo ammettere che non tutta la penisola procede alla stessa velocità: il Nord Italia emerge come un polo attrattivo e consolidato sia per gli studenti che per i professionisti del settore, laddove altre aree del Paese manifestano un progressivo decremento di studenti e laureati in biotecnologie man mano che si avanza nel percorso formativo e professionale.

Si tratta di un fenomeno particolarmente evidente nelle regioni insulari e nel Sud Italia, le quali, nonostante un buon afflusso di studenti, faticano a soddisfare adeguatamente le loro esigenze di formazione post-laurea e di inserimento lavorativo.

Stando al documento, le aspirazioni lavorative degli studenti e neolaureati restano comunque prevalentemente entro i nostri confini, con solo circa un intervistato su cinque che esprime la volontà di rivolgersi all’estero per i suoi passi futuri.

A manifestare il più marcato potere attrattivo sono in particolare aziende ed enti di ricerca: un dato in linea con la prevalenza di lavoratori nel settore privato, mentre si registra una ridotta percentuale di lavoratori negli enti di ricerca, pubblici o privati.

Le tipologie di contratto sembrano, invece, ancora una volta differire notevolmente tra settore pubblico e privato e anche lo stipendio medio netto varia in base all’età̀ e al datore di lavoro.

La retribuzione risulta inizialmente più alta nel settore pubblico, ma si osserva poi un’inversione che porta a un aumento della retribuzione nel settore privato all’aumentare dell’età e dell’esperienza: si arriva fino a una media di 2.226€ di stipendio netto per gli impiegati di oltre 40 anni nel privato, contro una media di 1.926€ netti per la medesima categoria nel settore pubblico.

In generale, si riconosce comunque un legame diretto tra livello di istruzione, ottenimento di titoli post-laurea e fascia di reddito, aspetto questo che mette ulteriormente in luce l’importanza di un approccio di apprendimento continuativo lungo tutta la vita lavorativa, cui si faceva riferimento in precedenza.

tabella dati libro bianco

Una professione che merita maggiore consapevolezza: le criticità del settore e le misure per il futuro

Non sono però tutti positivi i dati raccolti nel corso dell’indagine promossa da Biotecnologi italiani. Al contrario, i risultati sembrano indicare in maniera netta alcune criticità che, a ben vedere, restano questioni irrisolte che già erano state messe in luce dal precedente report, stilato nel 2021.

Certamente si registra, a tutti i livelli, una inadeguata misura di orientamento degli studenti in entrata e in uscita dalle università: complice certamente ancora una volta la natura poliedrica della disciplina, che racchiude in sé campi di applicazione e sbocchi lavorativi quanto più variegati e diversificati, tuttavia questa multifattorialità finisce per risultare, anziché un punto di merito, piuttosto un elemento di difficoltà nel momento in cui si valuta una scelta.

Ad accentuare questo senso di incertezza si aggiunge, come se non bastasse, un forte disallineamento percepito tra le competenze acquisite durante la formazione e quelle poi richieste sul posto di lavoro: tra i partecipanti al sondaggio, soltanto il 42% dichiara di aver trovato il proprio percorso formativo come molto in linea con il lavoro svolto e solo una ridotta percentuale di lavoratori ritiene di svolgere effettivamente una mansione da biotecnologo.

Come più volte ci siamo trovati a constatare, la professione del biotecnologo è purtroppo spesso ancora poco riconosciuta e sottovalutata nella società. Manca però anche negli attori stessi del settore una fiducia nell’ottenere lavoro in Italia e questa aumenta generalmente piuttosto se si considerano opportunità all’estero o in settori non strettamente correlati alle biotecnologie.

Questi aspetti, su cui certamente si è lavorato già molto negli ultimi anni, invitano comunque a muovere una riflessione su quali misure urgenti debbano essere intraprese dalle principali voci del settore, tra cui l’associazione Biotecnologi italiani si inserisce.

Tra queste occorre senza dubbio portare sostegno all’ecosistema biotech italiano, coinvolgendo la politica nei processi di comunicazione tra le diverse componenti del settore; accanto a questo, è indispensabile far sì che risultino finalmente riconosciute e valorizzate le competenze dei biotecnologi, fornendo maggiori opportunità di crescita professionale oltre che una retribuzione adeguata.

Si tratta di passaggi obbligati se si vuole perseguire l’obiettivo di promuovere la figura del biotecnologo non soltanto a un pubblico generalista, ma anche tra chi nutre ormai una certa sfiducia nei confronti del campo in cui opera.

Le biotecnologie servono al nostro vivere quotidiano e a esse il futuro sta riservando un ruolo sempre più prominente: che non si rischi di perdere i numerosi talenti di cui disponiamo e di cui avremo bisogno per via di una mancata consapevolezza del proprio valore.

Condividi: