Home Imprese Sostenibili Un nuovo stile di vita: ecco la pervasività dell’economia circolare

Un nuovo stile di vita: ecco la pervasività dell’economia circolare

Al 3° convegno nazionale Pink&Green tenutosi a Bari tante le testimonianze sul valore di questa strategia economica che sta rimettendo in moto il nostro Paese. Sempre che tutti collaborino…

È andato in scena, questa volta a Bari, il terzo Convegno nazionale di Pink&Green, il format ideato da Edizioni Green Planner per dare voce alle esperienze dirette di ricercatrici, manager, imprenditrici e designer impegnate nel campo dell’economia circolare.

Nella cornice di un territorio ricco di potenzialità per alimentare una transizione verso modelli economici chiusi e sostenibili, le testimonianze di alcune protagoniste del settore si sono mescolate per diffondere le buone pratiche di economia circolare che possono muovere, nel presente e nel futuro, la crescita delle nostre imprese.

Siamo tutti fondamentali nel riuscire a portare al centro del nostro sistema l’economia circolare per migliorare, in sostanza, le nostre abitudini e il nostro essere presenti su questo Pianeta: cittadini, aziende, pubblica amministrazione è circolare anche in questo senso la collaborazione da mettere in atto.

Lo abbiamo appreso bene al 3° Convegno Pink&Green che si è svolto questa volta a Bari. In una sala gremita del Centro Polifunzionale Studenti, sede anche della Terza Missione dell’ateneo, la tappa al Sud si è sviluppata in collaborazione con l’Università degli studi Aldo Moro di Bari nell’ambito del progetto Sos (Sustainability on Stage) finanziato dal Miur.

E si è fregiata di numerosi patrocini, tra cui quelli della Commissione Europea di Asvis, Camera di Commercio di Bari, Acquedotto pugliese, della Rete delle Università per lo Sviluppo sostenibile (Rus) e anche dell’Unesco con il Decennio del Mare e della Settimana della Biodiversità.

I saluti istituzionali di Ateneo e Regione Puglia, con la direttora Gianna Elisa Berlingerio in prima fila, sono stati il benvenuto in campo.

Di fronte a una platea variegata di professionisti del settore, studenti ma anche semplici curiosi, le relatrici, moderate dal nostro direttore responsabile, M.Cristina Ceresa – cui si deve l’ideazione dell’apprezzato format Pink&Green, la parola alle donne dell’economia circolare che ogni settimana va in scena su GreenPlanner.it -, hanno potuto far convergere le proprie visioni ed esperienze nel contesto di quattro GreenParlor (così chiamiamo le tavole rotonde di GreenPlanner) verticali, ma in qualche modo sempre in continuità tra di loro.

Pur rimanendo centrate su una propria area tematica di riferimento, ciascuna di queste tavole rotonde non ha mai mancato di allacciarsi e mettersi in discussione con le riflessioni sollevate negli interventi precedenti, a dimostrazione del fatto che nel campo dell’economia circolare le singole iniziative virtuose non sono mai singole, ma fanno sempre parte di un quadro più ampio, che condivide valori, preoccupazioni e desideri.

locandina convegno

Industria e Università: un dialogo circolare tra le parti

Laboratori di ricerca: anche in questo settore la spinta all’innovazione arriva dalle università e quello che auspichiamo è un dialogo sempre più efficace con le aziende.

Negli ultimi anni il dottorato di ricerca, il più alto grado di formazione accademica, si è molto evoluto nel passaggio da una ricerca di base verso una ricerca applicata, orientata a rispondere alle esigenze delle imprese e del territorio: esiste oggi una formula, quella del dottorato innovativo, che facendo lavorare in co-progettazione l’università e l’azienda riesce a dare un forte slancio nell’acquisizione dei risultati e mette le piccole e medie imprese, che spesso non dispongono di un reparto di ricerca e sviluppo, in condizione di sfruttare le competenze che si trovano nei gruppi di indagine delle università” ha spiegato Isabella Pisano, ricercatrice e docente per il Dipartimento di  Bioscienze, Biotecnologie e Ambiente per l’Università di Bari e – per la precisione – responsabile del Progetto Sos come presidente del Centro di eccellenza di Ateneo per la Sostenibilità.

Una collaborazione tra aziende e atenei che è assolutamente efficace, come conferma la storia di ApuliaKundi, Pmi innovativa pugliese impegnata nello studio e nella realizzazione di prodotti e cibi funzionali a base di Spirulina K.

La nostra realtà nasce proprio da una collaborazione con l’università di Bari, dalla fiducia prestata dal Dipartimento di Farmacia e dal Dipartimento di Agraria all’idea avanzata da un gruppo di giovani under 35.

È merito di questa fiducia e del supporto dell’università e degli enti locali pugliesi se negli anni siamo riusciti a mettere su una realtà importante come quella che ancora portiamo avanti: ApuliaKundi fa parte oggi del gruppo Andriani e con loro nel 2020 siamo riusciti a realizzare un importante assetto di economia circolare – racconta Danila Chiapperini, Ceo dell’impresa – Produciamo così spirulina recuperando una parte dell’acqua del processo di produzione della pasta, in quello che è il più grande impianto coperto in Europa di produzione tramite economia circolare“.

Nel panel è intervenuta anche Carla Casini, presidente e Ceo di Alma, azienda toscana operativa nell’area del pratese. Un esempio solido di come un’azienda guidata da una figura femminile imposta buone pratiche di economia circolare anche per rinverdire il proprio settore: quello delle moquette.

Noi produciamo moquette agugliata, uno di quei prodotti che potrebbero essere incriminati nel novero dei materiali dall’utilizzo temporaneo, a volte anche una volta sola. Con Alma già da diversi anni ci siamo posti l’obiettivo di restituire una nuova vita a questo materiale, recuperandolo e reimmettendolo in un processo produttivo secondario”.

Le stesse relatrici erano comodamente sedute sul risultato di uno di questi processi di economia circolare: pouf creati con il recupero degli scarti di moquette.

Sui valori di riciclo e riuso anche Francesca Callegari, Gtm Manager Italy and Finland per Gpbm, realtà scandinava che opera nella produzione di batterie, tra cui quelle ricaricabili.

Per lei le buone abitudini dei clienti sono fondamentali e li incita a conferire le pile negli appositi spazi perché in quelle pile ci sono materie prime che hanno un valore immenso e quindi si può fare a meno di estrarle ex novo. E poi un invito ad acquistare tutto ciò che è ricaricabile – non solo le pile: perché non si usa e getta.

Il nostro potrebbe essere considerato un po’ un autogol: laddove il core business di quasi tutte le industrie che producono pile è rappresentato dalle alcaline, noi siamo il primo produttore di ricaricabili al mondo. Poter ricaricare una batteria cento, cinquecento, o addirittura mille e cinquecento volte offre il vantaggio non soltanto di prevenire un grande peso di rifiuti, ma presta anche un bel risparmio economico: a fronte di un investimento iniziale più alto, il consumatore può contare su un prodotto che continuerà a riutilizzare molto più a lungo“.

Nei laboratori: provette e formazione da mettere in campo

Tornando sul ruolo delle Università e sulle opportunità offerte dai dottorati di ricerca nelle università, Laura Cipolla, ricercatrice e docente di chimica organica, coordinatrice dei corsi di studio in Biotecnologie e Biotecnologie Industriali presso l’Università di Milano-Bicocca, ha rinnovato l’importanza del ruolo della ricerca accademica in ottica di economia circolare.

Riuscire a trovare una condivisione di obiettivi e intenti tra università e azienda è fondamentale: la possibilità di avere delle posizioni di dottorato più portate verso una collaborazione con il mondo aziendale è un passo importante per riuscire a trasferire quello che noi a livello di ricerca di base facciamo con le nostre competenze su una scala più vicina al consumatore e quindi più vicina all’applicazione industriale. Senza questa collaborazione ci troveremmo a raccontare solo una parte della storia“.

La docente ha poi portato l’esempio di una ricerca innovativa, volta a utilizzare gli scarti della filiera lattiero-casearia per la produzione di poliesteri biodegradabili (insomma, bioplastica) e del tentativo di produrre film per il packaging alimentare a partire da prodotti di scarto a base di amido.

Un fermento nei laboratori che è trasversale a tutta la penisola, da Milano-Bicocca fino all’Uniba: l’assist offerto dalla Cipolla è servito ad Annalisa De Boni, docente presso il Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti nell’Università di Bari, per raccontare l’impegno del suo gruppo sul problema della lana.

La nostra ricerca nel campo della circolarità è cominciata quando un gruppo di agricoltori della Murgia ci ha chiesto di risolvere loro un problema: la lana derivata dalla tosatura che deve avvenire necessariamente due volte l’anno era per loro non soltanto uno scarto che non trovava impiego, ma anche un rifiuto speciale costoso da gestire.

La questione oggi è stata risolta creando una rete tra questi agricoltori, collezionando la loro lana e dando a essa nuova vita sotto forma di tessuti o di imbottitura per pannelli di coibentazione o insonorizzazione“.

Le biotecnologie forza motrice dell’economia circolare

Il mondo delle biotecnologie ha una pluralità di applicazioni preziosa nel campo dell’economia circolare” ha affermato a proposito Ilaria Re, direttore operativo del consorzio Italbiotec, primo ente no profit italiano nel settore delle biotecnologie industriali.

Noi siamo specializzati nel settore biotech e per noi è evidente quanto la versatilità e l’applicabilità delle biotecnologie per la bioeconomia non abbia limiti. Il nostro consorzio aiuta proprio chi fa ricerca e sviluppo, sia in ambito accademico sia in ambito industriale, a ridurre il tempo di immissione sul mercato delle loro soluzioni, anche attraverso l’europrogettazione“.

In questo panel spazio anche alla realtà circolare di Michela Cariglia, Ceo di AI4Skills e founder del Consorzio Gargano Pesca.

“Dopo aver avviato il nostro progetto di acquacoltura ci siamo trovati presto ad avere a che fare con la questione della gestione dei rifiuti: partendo dall’esempio dell’Islanda nel riutilizzo della pelle di pesce abbiamo trovato delle aziende dell’indotto di Civitanova Marche disposte a lavorare questo sottoprodotto per generare, per esempio, borse“.

Ma la Cariglia ha ora messo a punto un sistema basato sull’Intelligenza artificiale per risolvere un altro problema legato all’Ec: la formazione e la ricerca del personale.

L’upcycling che fa ancora più bello il fashion

Un capitolo importante nel corso dell’evento ha riguardato anche il settore della moda. Non è un segreto che il tessile rappresenti in effetti una delle industrie più inquinanti in assoluto (stime dell’Unione europea registrano nel 2020 il settore dell’abbigliamento come la terza fonte di degrado delle risorse idriche e dell’uso del suolo).

Diffondere le buone pratiche dell’economia circolare in un’industria dal così violento impatto ambientale significa, di conseguenza, lasciare davvero un segno importante per la salute del nostro Pianeta.

In un quadro già di per sé così delicato, particolarmente attenzionato è senza dubbio il settore conciario, il quale si trova a fare i conti con un immaginario collettivo non sempre clemente nei suoi confronti. Ma ha anche grande richiesta di posti di lavoro.

L’opportunità di questo convegno Pink&Green mi offre l’occasione di parlare di un settore che soffre di una percezione negativa che non merita – ha dichiarato Fulvia Bacchi, direttora generale di Unic (Confindustria) e Ceo di LineaPelle – L’industria conciaria, almeno quella italiana, ha fatto da tempo della circolarità e della sostenibilità i suoi punti di forza, dal momento che è un settore che recupera quello che è un sottoprodotto della macellazione: finché il mondo mangerà carne, si tratta di un sottoprodotto che ci troveremo a dover gestire in ogni caso.

Bisogna pensare che nel mondo vengono prodotti circa 8 milioni di tonnellate di pelli, che se non venissero smaltite dovrebbero essere bruciate o seppellite; la conceria, invece, recupera questi scarti e li trasforma in nuovi prodotti ad altissimo valore aggiunto“.

Un altro aspetto divisivo messo in luce dall’imprenditrice è quello che riguarda i prodotti chimici impiegati nella lavorazione di questi materiali, i quali però sono nel nostro Paese attentamente regolati e spesso derivano comunque dai processi impiegati in altre filiere.

Senza considerare che alla fine si giunge a ottenere un materiale, la pelle, che è altamente durabile e può essere recuperato e riutilizzato, in pieno accordo con i principi dell’economia circolare.

Aspetto, quest’ultimo, davvero fondamentale in un contesto in cui il fast fashion è invece il paradigma dominante.

Esempi virtuosi che fanno del recupero di pelle, stoffa e altri materiali come elemento chiave per la competitività dell’impresa fortunatamente esistono già: uno di questi è quello di Laura Greppi, Corporate Esg & Sustainability manager di Pattern che in occasione del convegno di Bari ha portato l’attenzione sul nuovo consorzio per il recupero del tessile Twm – sorto in seno a Safe e con la collaborazione logistica e organizzativa del consorzio fondato da Sistema Moda Italia, Retex Green, dove l’obiettivo è anche la tutela della reputazione dei marchi nel processo di gestione dei rifiuti.

Non è solo un sistema di tracciabilità – spiega la Greppiche garantisce la tutela della proprietà intellettuale contro la contraffazione e certifica la circolarità della gestione dei rifiuti tessili, ma anche una filiera che rispetta i requisiti di legge e garantisce l’etica nei suoi processi.

Mi piace pensare – ammette la Corporate Esg & Sustainability manager di Pattern – che questo ci pone un po’ più avanti all’interno del processo di sviluppo e della logistica della gestione dello scarto e penso che chiunque si occupi di tessile dovrebbe aderire a questo approccio“.

Nella cornice di questa tavola tematica, c’è stato spazio per raccontare inoltre l’esperienza di Nicoletta Fasani in qualità di designer di moda sostenibile: la sua firma nasce nel 2010 e dell’upcycling fa da sempre un principio fondamentale.

A novembre del 2023 la mia microimpresa ha deciso di compiere un passo importante e con una startup olandese siamo riusciti a mappare i fornitori per creare un passaporto di prodotto: ciascun capo della mia collezione è dotato quindi di un QrCode che ne mappi la provenienza di ciascun componente. La mia convinzione è che non possa esserci sostenibilità senza tracciabilità, né responsabilità senza trasparenza“.

Anche Laura Cipolla è intervenuta, nuovamente, in questo panel per colorare la discussione con alcune frontiere della ricerca di laboratorio legate al campo del fashion: le prospettive sono diverse e tutte ambiziose, come per esempio quella di recuperare una proteina che rientra oggi tra i sottoprodotti della filiera della seta e che potrebbe invece trovare spazio nel campo della medicina rigenerativa.

Sottoprodotti che mettono in moto l’Italia

In effetti, il lungo filo rosso che ha saputo legare elegantemente le diverse relatrici e tutte quante le molteplici anime che sono emerse nel corso del convegno è stato proprio il tema della valorizzazione degli scarti che immancabilmente caratterizzano qualsiasi settore produttivo. Anche quello legato alla mobilotà sostenbile

Più che un motivo di afflizione o fastidio, bisogna imparare a riconoscere questi sottoprodotti come opportunità preziose di crescita, che ci mettono in connessione con il territorio. Territorio che ne offre varietà e quantità uniche a seconda della regione.

Un legame, quello tra dimensione locale e valore d’impresa, che si esplicita in maniera chiara nella testimonianza di Acquedotto Pugliese, al Pink&Green nella persona di Claudia Fiorentino, responsabile Pnrr e Depurazione per l’azienda.

Con un ambito territoriale che copre l’intera area della Puglia e per un totale di 185 depuratori operanti su questa superficie, si tratta del più grande acquedotto in Europa.

Ci occupiamo di fornire un servizio idrico integrato alla regione, portando l’acqua nelle case dei cittadini. E ovviamente, ci occupiamo anche degli scarti di quest’acqua, ovvero i liquami urbani – ha spiegato FiorentinoNei nostri depuratori trasformiamo i liquami in acqua pulita, che è possibile rilasciare di nuovo nell’ambiente, ottenendo come sottoprodotto i cosiddetti fanghi di depurazione.

Questi fanghi, che per normativa altro non sono che un rifiuto, stiamo cercando di valorizzarli dal punto di vista energetico, oltre che di ridurne la produzione. In questo ci aiuta una ricerca che, nel merito, è molto sostanziosa“.

Su una linea non troppo distante si muove anche Lella Miccolis, presidente del Consorzio Italiano Compostatori: il compostaggio per definizione si occupa di trasformare dei sottoprodotti (tra cui, di nuovo in questo caso, i fanghi di depurazione, ma anche letami e scarti della filiera agroalimentare) in sostanza organica per il suolo attraverso un processo biologico.

Il compost, oltre alla fertilizzazione della terra, può anche seguire una via di valorizzazione energetica.

Da qualche anno a questa parte abbiamo iniziato a produrre dal biogas, attraverso un processo di upgrading, biometano, un prodotto importante dal punto di vista della sicurezza energetica. Attualmente, già produciamo circa 2 milioni di tonnellate di compost – ha spiegato Miccolis Non tutti i nostri impianti hanno adottato il processo di produzione di biometano integrando il sistema di digestione anaerobica dal compost, ma questo numero sta crescendo”.

Il compost si rivela dunque una opportunità doppiamente preziosa: da un lato permette di far fronte alla situazione di incertezza energetica come fonte di energia rinnovabile, dall’altro è necessario che si trovi un equilibrio con il suo ruolo da alleato contro il fenomeno della desertificazione dei suoli.

Ma – è l’appello della Miccolisdobbiamo chiedere a tutti di credere in questo sistema e continuare a fare tutti i giorni la raccolta differenziata“.

In effetti, i dati, lo conferma anche il nostro direttore, sembrano dire che gli italiani sono meno attenti alle ricchezze dei loro rifiuti. Non disperderli ma conferirli adeguatamente permette il presupposto di questo stesso GreenParlor: rimettere in moto l’Italia.

Si ripari chi può, ovvero tutto e tutti

Una carrellata di esperienze e di modelli a cui guardare, tutti in tinta rosa oltre che verde, hanno animato i lavori di questo Pink&Green per la prima volta in questa sua cornice pugliese.

In chiusura a questa staffetta tra personalità del mondo della ricerca e dell’imprenditoria da tutta la penisola, a consegnare il take-home message della giornata ci ha pensato Luciana Delle Donne, founder di Made in Carcere, un’iniziativa sociale che opera all’interno delle carceri italiane e si occupa di creare opportunità di lavoro e formazione per le detenute.

A lei è stato affidato anche un laboratorio pomeridiano di riparazione di abiti e stoffe a fine vita, per insegnare a ragazzi e adulti il valore del mettersi in gioco in prima persona per dare nuova vita a quel che si pensa di buttare via.

Con Made in Carcere abbiamo creato un sistema che in 18 anni è diventato un modello sistemico in Italia. La forza di questo modello, che altro non fa che raccogliere rimanenze tessili, è quella di lavorare con la creatività: in questo modo si ridà vita, alle persone in primis e poi anche al materiale scartato.

È semplicemente un’azione di buonsenso: raccogliamo materiale di recupero, lo portiamo in carcere e lo cataloghiamo; a questi tessuti il nostro lavoro dona nuova vita, eleganza e bellezza e con la vendita dei nostri prodotti possiamo poi pagare uno stipendio alle donne detenute che li hanno realizzati“.

Ma al laboratorio del pomeriggio rimandiamo un articolo a sé: vale proprio la pena scriverlo e leggerlo.

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