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Buone pratiche di economia circolare a Prato per il recupero degli scarti tessili

riciclo tessili a prato

Un processo industriale virtuoso che riutilizza scarti tessili per produrre filati di alta qualità, con prestazioni simili a quelle della lana vergine: succede a Prato e vi raccontiamo tutto in questo articolo…

Ogni anno a Prato vengono riciclate 22mila tonnellate di stracci. Lo ha calcolato Process Factory per valutare al meglio il life cycle assessment che sottostà a quei ritagli di maglieria post consumo che arrivano dalla raccolta dei sacchetti – soprattutto dal Nord Europa – e che non possono essere rivenduti come usato.

In alcuni casi si tratta di scarti di lavorazione industriale, che vengono poi selezionati – rigorosamente a mano – in base a finezza, colore e composizione fibrosa.

Dopo di che si passa alla cardatura, tecnica che miscela tra loro fibre corte e non omogenee. Il risultato? Un filato di alta qualità, con prestazioni simili alla lana vergine, che tra l’altro non serve tingere perché ha già la colorazione delle fibre d’origine.

Si tratta di una buona pratica di economia circolare che a Prato si mette in atto dal 1840, da quando il conte Baggio, arrivato da Napoli, fece qui il primo esperimento di riciclo della lana e che, nel tempo, è divenuto un modello produttivo unico al mondo, di cui però non è stato quantificato il valore economico.

Secondo Confindustria Toscana Nord il sistema incentrato sul tessile e abbigliamento del distretto pratese – che comprende la Provincia di Prato e alcuni Comuni di altre province – è composto da circa 7.000 stabilimenti, per una produzione totale di oltre 7.200 milioni di euro – anche se numeri precisi sul riciclo di Prato non sono facili da reperire.

Se ne conosce il valore ambientale, però: la manifattura della lana meccanica – o senza pecore – produce un decimo di emissioni rispetto alla fibra vergine, con un risparmio di 60 milioni di kilowatt di energia, 500mila metri cubi di acqua, 650 tonnellate di ausiliari chimici e 300 di coloranti (dato sempre riferito all’analisi di Process Factory).

Un sistema efficiente quello di Prato, che ora con l’arrivo – più o meno imminente – della responsabilità estesa del produttore (Epr) che regola il fine vita dei prodotti, rischia di venire intaccato.

recupero tessili

Gabriele Innocenti, titolare dell’azienda a impatto zero Filati Omega, nonché consigliere di Astri (associazione tessile riciclato italiana) si dice preoccupato: “È indispensabile aderire a un consorzio altrimenti non si può partecipare all’Epr e noi siamo iscritti a Cobat tessile e Corertex – spiega – ma la difficoltà è avere regole omogenee date da uno statuto tipo per tutti i consorzi.

Le aziende del monte – cioè quelle della parte alta della filiera – che hanno le competenze di come e cosa si ricicla che, tra l’altro, sono la maggior parte del distretto di Prato, sembrano escluse dal processo, per ora è tutto in mano ai produttori finali, i marchi di moda“.

Ma se le cose rimarranno così – prosegue il nostro interlocutore – e se a decidere della destinazione dei rifiuti tessili saranno solo i brand, l’Epr finirà per essere una regola caduta dall’alto, che può stravolgere la filiera e ostacolare la normale pratica industriale.

Lasciare che siano solo i marchi di moda a decidere come trattare gli scarti significa distorcere il senso dell’Epr riducendolo a una questione di semplice interesse economico“.

La tracciabilità degli scarti è importante – sottolinea Raffaella Pinori, Ceo di Pinori Filati che produce fibre tessili dai jeans usati – Oggi tutti vogliono essere sostenibili e i materiali ottenuti dal riciclo sono molto richiesti, ma ci vogliono certificazioni, i grandi marchi ce le chiedono: il timore di essere accusati di greenwashing è molto diffuso“.

Mettere il riciclo nero su bianco, quindi. È l’esigenza del momento. E pensare che un tempo a Prato si tendeva a nascondere che i tessuti prodotti qui fossero ottenuti da stracci.

prato, riciclo scarti tessili

La lana meccanica ha una particolarità: è l’unica fibra riciclata a essere più economica della vergine – spiega Gabriele Innocentie la conoscenza di questa tecnica ha permesso a Prato, in un momento di scarsità di materie prime come nel secondo dopoguerra, di superare le tradizionali produttrici industriali di lana vergine quali Inghilterra e Germania, offrendo prezzi più concorrenziali“.

Ma se un tempo il fatto che la lana fosse riciclata era un dettaglio da omettere, ora da 10 anni suscita grande interesse, tanto che è stato creato persino un festival di turismo industriale – Tipo (che sta per Turismo industriale Prato) – che ripercorre la storia dell’arte della valorizzazione del tessile con visite guidate nelle fabbriche pratesi solitamente non aperte al pubblico o fabbriche recuperate e riconvertite, itinerari di trekking industriali, spettacoli, oltre a mostre e laboratori.

Fattore inedito e indispensabile ora è la trasparenza. E nascono nuove iniziative in questo senso: “Abbiamo dato vita a una certificazione del cardato riciclato pratese che ha al suo interno una composizione minima del 70% di fibre da riciclo o da recupero, un prodotto indistruttibile che, oltre a essere riciclato, è a sua volta riciclabile e durabile” racconta Alessandro Sanesi, dell’associazione cardato riciclato, promotore dell’iniziativa in accordo con il Comune di Prato che registrerà il marchio a livello europeo.

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