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Oli vegetali: consumo e tutela della biodiversità. Ecco i dati della scienza

oli vegetali
Immagine da Depositphotos

Gli oli vegetali contibuiscono fortemente a una dieta sana, tuttavia produrli può avere un nesso con il sistema alimentare e provocare delle conseguenze ambientali e sociali: cosa dice la scienza…

La domanda di olio è in continuo aumento: qual è dunque il problema? Ipotizziamo lo scenario futuro che si potrebbe prospettare per gli oli vegetali, sia per uso alimentare sia per un impiego non alimentare.

In riferimento a quest’ultimo utilizzo, secondo i dati dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), attualmente circa il 30% è destinato a biodiesel, mangimi e scopi industriali.

Inoltre, entro il 2050, la produzione di oli vegetali potrebbe aumentare di circa il 15%, anche per sopperire al fabbisogno di una popolazione mondiale stimata intorno ai 10 miliardi di persone, mettendo potenzialmente a rischio la biodiversità, qualora si convertissero le aree naturali in colture.

Il metodo e il luogo di coltivazione potrebbero impattare negativamente sulla biodiversità, se si convertiranno altri ecosistemi in nuove piantagioni. Espandere la produzione di oli vegetali può causare deforestazione, migrazione e perdita di specie e persino cambiamenti microclimatici localizzati.

I principali timori per la biodiversità derivano dall’espansione di colture tropicali, come la palma da olio e la soia, negli ecosistemi forestali e nella savana. La conversione delle praterie naturali e delle savane erbose è già in corso e l’espansione delle colture oleaginose negli ecosistemi boreali è ulteriore fonte di apprensione.

Oli vegetali e salute umana

Gli oli vegetali sono parte rilevante di una dieta sana, ma la loro produzione ha un nesso con il sistema alimentare e può provocare delle conseguenze ambientali e sociali.

Come per qualunque attività compiuta dagli esseri viventi, dove c’è un’azione, c’è anche una reazione e quest’ultima rischia di mettere a repentaglio la vita del Pianeta.

Importanti quindi i risvolti ambientali, facendo particolare riferimento alle produzioni industriali in grandi monocolture. Secondo una recente analisi dell’Iucn, la produzione di olio d’oliva ha l’impronta idrica più alta (14.500 m3/t), seguita dagli oli di lino, arachide e girasole.

Gli oli di semi di cotone, soia, colza, cocco e palma richiedono quantità che variano dai 3.800 ai 5.000 m3/t. Inoltre, secondo gli stessi dati, dal 2003 al 2019, le aree coltivate, considerando la geografia dei continenti, sono aumentate del 9%, specialmente in Africa e Sudamerica e circa il 50% dei nuovi terreni agricoli ha sostituito la vegetazione naturale.

Produzione di oli vegetali e deforestazione

Tra gli impegni assunti dall’industria dell’olio di palma c’è l’impegno di “No Deforestation, No Peat and No Exploitation” (Ndpe), ossia “No Deforestazione, No Torbiere, No Sfruttamento”.

Questo impegno, per il quale la palma ha fatto da apripista per molte altre produzioni agricole, ha molteplici obiettivi: impedire che qualsiasi nuova deforestazione venga effettuata per liberare spazio per la coltivazione; fermare lo sviluppo di nuove piantagioni sulle torbiere e proteggere le comunità indigene.

Recenti dati FaoStat (base di dati statistica dell’organizzazione Fao), mostrano che tra gli oli vegetali prodotti nel mondo il 35% è olio di palma, il 28% olio di semi di soia, il 12% olio di colza, il 9% olio di semi di girasole, il 3% olio di arachidi, mentre si posizionano sulle percentuali più basse tra l’1 e il 2% gli oli di semi di cotone, cocco, oliva e mais.

Le emissioni di gas serra dell’olio di palma sono tra le più elevate, perché la sua produzione è legata alla deforestazione tropicale.

La conversione incontrollata delle foreste in piantagioni, come evidenziano gli studi effettuati dalla Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc), comporta la perdita critica di habitat per le specie in via di estinzione, come gli oranghi e contribuisce alla diminuzione della capacità di stoccaggio del carbonio delle foreste, provocando l’accelerazione dei cambiamenti climatici.

Secondo gli stessi studi, in alcune aree, come per esempio il Borneo, è stato stimato che le piantagioni di palme da olio hanno contribuito fino al 50% circa della perdita di foreste tropicali.

Nell’ultimo decennio, la maggiore attenzione e crescente sensibilità verso questi temi hanno spinto produttori e consumatori a cercare di trasformare la produzione, in modo da renderla meno impattante dal punto di vista ambientale e socioeconomico.

Gli sforzi della filiera si manifestano anche in conseguenza ai recenti dati presentati dalla Fondazione Cmcc sull’andamento della deforestazione in Indonesia e Malesia, dove si concentra l’85% della produzione di olio di palma, che hanno fatto registrare un ulteriore calo.

Sono stati sviluppati una serie di schemi e protocolli di certificazione, che includono principi e criteri di natura ambientale e socioeconomica per la produzione sostenibile dell’olio di palma.

Uno dei più conosciuti è la Round table on Sustainable Palm Oil (Rspo) che rappresenta il sistema volontario di certificazione più diffuso.

Gli studi sull’olio di palma pubblicati in letteratura valutano sempre più frequentemente gli effetti delle certificazioni di sostenibilità – sottolinea Maria Vincenza Chiriacò, ricercatrice della Fondazione Cmcc – si nota infatti un aumento negli ultimi anni del numero di studi che riportano effetti socioeconomici positivi correlati alla produzione dell’olio di palma.

Ciò potrebbe essere plausibilmente correlato all’aumento del volume di olio di palma certificato come sostenibile, che secondo i dati Rspo oggi rappresenta il 19% della produzione totale.

Si possono quindi limitare gli impatti degli oli vegetali sulla biodiversità utilizzando metodi di produzione sostenibili.

Che cosa si può fare per bilanciare produzione di oli vegetali e impatti ambientali e sulla salute umana?

I metodi di produzione di oli vegetali hanno un grande impatto sulla biodiversità e il clima. Da recenti studi scientifici eseguiti dalla Fondazione Cmcc ne deriva un postulato: quanto maggiore è la gestione intensiva del suolo, con pratiche monocolturali, irrigazione e assenza di vegetazione spontanea, tanto minore è la biodiversità.

Pertanto, anche se colture oleaginose occupano del suolo, l’impatto sulla biodiversità può essere ridotto attraverso una gestione più accurata: analizzare come e dove coltivarle al meglio, identificare chi può trarne beneficio e minimizzare il loro impatto ambientale.

È una questione di metodo che deve essere più virtuoso per tutta la filiera: gli impatti delle colture oleaginose sulla natura e sulle comunità dipendono dal luogo e dal metodo di produzione, dalle forme di finanziamento che investono in progetti sostenibili, dalla commercializzazione e consumazione.

Bisogna guardare a un’agricoltura rigenerativa, al rispetto degli standard agroforestali e agrochimici, così come a un lavoro più equo. L’aumento nella produzione di oli vegetali necessari per soddisfare la domanda stimata per il 2050 potrebbe richiedere milioni di ettari di suolo.

Lo stesso obiettivo si potrebbe ottenere, riducendo l’espansione negli ecosistemi naturali e investendo maggiormente in innovazione che guarda verso tecnologie sostenibili.

L’adozione di tecnologie avanzate e pratiche agricole innovative può aumentare la produttività delle piantagioni esistenti, riducendo la necessità di convertire nuove aree di foresta e torbiere in piantagioni.

Effettuare investimenti per aumentare la resa delle piccole aziende agricole. Secondo un’analisi dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), circa 300 milioni di piccoli agricoltori tra Africa, Asia e America Latina producono oltre il 70% del fabbisogno alimentare globale.

A causa della mancanza di economie di scala, bassa produttività, carenza di know-how e mezzi di produzione inadeguati, gran parte di questi agricoltori vive in condizioni di povertà e bassa resa.

Aiutarli promuoverebbe anche i sistemi alimentari diversificati, includendo per esempio più colture miste e agroforestali, che rappresentano buone opportunità per la produzione di oli vegetali e gioverebbero alla biodiversità.

Conoscere, informarsi e informare per decidere sapientemente: i consumatori devono conoscere l’impatto degli oli che consumano. Migliorare quindi la trasparenza sulla tracciabilità favorisce un processo decisionale più informato, più consapevole e aiuta e responsabilizzare tutti: legislatori, produttori, investitori e consumatori.

La sostenibilità alla ricerca di un suo equilibrio

Di fronte a questo complesso e delicato scenario è evidente la necessità di trovare un equilibrio tra attività produttive che operano e si espandono anche in virtù di processi sempre più innovativi, sviluppo socioeconomico e tutela dell’ambiente e del clima.

Un approccio più bilanciato richiede una maggiore cooperazione tra amministrazioni pubbliche, mondo imprenditoriale e cittadini per promuovere pratiche sostenibili condivise che garantiscano la sopravvivenza degli ecosistemi, il benessere delle comunità locali e la prosperità socio-economica in uno spettro temporale di lungo periodo.

Crediti immagine: Depositphotos

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