Home Certificazione Come sta cambiando il dress code del tessile italiano?

Come sta cambiando il dress code del tessile italiano?

settore tessile italiano
Immagine di Depositphotos

Altis Advisory, spin-off dell’Università Cattolica del Sacro Cuore dedicato alla consulenza in tema di sostenibilità, ha presentato i risultati di una ricerca condotta su un campione di oltre 511 imprese del comparto tessile moda per comprendere come sta cambiando il settore

Nel corso di un evento svoltosi il 18 giugno scorso a Milano, Altis Advisory ha presentato i risultati della sua ricerca Dresscode Sostenibilità: i driver del cambiamento per il tessile italiano che analizza e rivela il cambiamento in atto nel settore tessile del nostro Paese.

In primo luogo emerge come le imprese analizzate operano nel b2b e presentano una macro tendenza di adattamento agli obblighi normativi di riferimento da parte delle aziende e l’adozione di un approccio più operativo, che strategico.

Le realtà che integrano strategicamente la sostenibilità all’interno delle attività di business per avere un vantaggio competitivo rappresentano (solo, aggiungiamo noi – ndr) il 7% del campione.

Le imprese comunicano ancora poco le loro strategie di sostenibilità: il 51% le pubblica sul sito internet, mentre solamente l’8% delle aziende redige un bilancio di sostenibilità (il che non sorprende trattandosi prevalentemente di imprese che, data la dimensione, non hanno obbligo di redigere la Dnf).

I temi trattati nei bilanci di sostenibilità analizzati trattano in particolare (in ordine di priorità): la sicurezza sul lavoro, l’etica, la formazione/crescita dei dipendenti, l’efficienza energetica, il rapporto con le comunità locali, i consumi idrici, la corretta gestione dei rifiuti e l’economia circolare.

A distanza sono citati: il cambiamento climatico, la gestione della supply chain, la sicurezza chimica.

La situazione migliora un po’ quando si affronta il tema della certificazione di prodotto, a cui fa ricorso la quasi totalità delle imprese intervistate: il 96% delle aziende del campione che ne possiede almeno una.

Ocs e Gots sono le due più diffuse, a distanza sono citate Gots (33%), Oekotex 830%), Rws (17%), Fsc (11%). Circa il 30% delle imprese ha adottato una certificazione di sistema.

Le certificazioni – commentano i ricercatori – rappresentano per il settore il tentativo autentico di procedere verso la sostenibilità e si sono sviluppate per colmare un vuoto normativo.

Tuttavia, con la Strategia per il Tessile Circolare e Sostenibile dell’Ue anche il ruolo di questi strumenti dovrà necessariamente essere ripensato, per abbracciare un approccio più integrato alla sostenibilità.

In conclusione, come indicato nel report, “è evidente che la spinta alla sostenibilità nel settore tessile è una tendenza irreversibile, dettata fortemente dalla Strategia europea, che si declina in diversi profili a seconda della fibra e dei processi.

L’adozione di un approccio consapevole significa innanzitutto avere una visione chiara dei rischi a cui si è sottoposti e riuscire a vedere le opportunità.

Opportunità che per il settore si legano intrinsecamente ai modelli di produzione e consumo circolari, in cui le filiere sono chiamate a ripensare i propri prodotti e modelli di business“.

Crediti immagine: Depositphotos

» Leggi tutti gli articoli di Innovazione sostenibile, tessile e moda (#innovazionemoda)

Aurora MagniAurora Magni: difficile incontrarla senza il suo setter inglese al fianco. Una laurea in filosofia e una passione per i materiali e l'innovazione nell'industria tessile e della moda; è presidente e cofondatrice della società di ricerca e consulenza Blumine, insegna Sostenibilità dei sistemi industriali alla Liuc di Castellanza e collabora con università e centri ricerca. Giornalista, ha in attivo studi e pubblicazioni sulla sostenibilità | Linkedin
Condividi: