L’industria della lavorazione della pelle sta imparando a utilizzare i microrganismi per rendere più pulite le acque di scarto, sviluppare biofiltri efficaci e smaltire i rifiuti. Lo ha spiegato Elisabetta Scaglia dell’Unione Nazionale dell’Industria Conciaria (Unic) partecipando alla Biotech School in Bicocca
“Ormai la strada è segnata: abbiamo capito, come industria, che sfruttando le biotecnologie si risolvono molti dei nostri problemi ambientali“: l’ha spiegato il 13 febbraio Elisabetta Scaglia, responsabile sostenibilità dell’Unione Nazionale dell’Industria Conciaria (Unic), durante il percorso di Pcto sulle professioni del biotech organizzato da GreenPlanner insieme all’Università degli Studi Milano Bicocca e rivolto agli studenti delle scuole superiori.
Durante l’intervento, Scaglia ha raccontato il proprio percorso e introdotto agli studenti l’industria della lavorazione della pelle: “Mi sono laureata in biologia con una specializzazione in ecologia, quando ancora di questi temi non si parlava – ha spiegato – e oggi lavoro in una filiera importantissima in Italia: i brand di tutte le grandi firme comprano pelli soprattutto nel nostro Paese, siamo davvero un’eccellenza“.
La biologa ha anche ricordato come la pelle sia, in sostanza, un prodotto di recupero: “Nel 99% dei casi la pelle è un derivato di altre produzioni, come latte e carne. Le pelli sono quindi essenzialmente uno scarto dell’industria alimentare e infatti sono normate da regolamenti dedicati ai sottoprodotti. Se le pelli non venissero conciate, produrremmo tantissimi rifiuti: pensate che ogni anno si generano 1.700 km2 di pelli grezze, pari a circa 8 milioni di tonnellate di materiale“.
Pur utilizzando una materia prima di scarto, l’industria conciaria ha un impatto significativo sugli ecosistemi. Per la lavorazione delle pelli sono infatti necessari grandi quantitativi d’acqua e non è raro che si disperdano sostanze inquinanti.
“Con il tempo, ci si è resi conto che sono molti i momenti del processo produttivo su cui si può lavorare per limitare gli impatti e le emissioni – ha commentato Scaglia – andando ad agire sul modo in cui avvengono sia le fasi chimiche sia quelle meccaniche“.
La filiera si sta quindi concentrando, come molte altre, su una migliore gestione dell’acqua e sulla riduzione dei consumi energetici, mentre in parallelo sviluppa strategie per rendere alcune sostanze chimiche – come il cromo – riutilizzabili più volte.
Non solo: a essere protagoniste sono oggi anche le biotecnologie, che trovano applicazione in settori diversi. Si può andare, per esempio, a intervenire sugli scarichi idrici.
“Per quanto riguarda l’industria conciaria – continua Scaglia – l’acqua è la matrice in cui avvengono la gran parte dei processi, dai lavaggi ai veri e propri trattamenti. Dal momento che le acque reflue sono contaminate da materiale perlopiù organico, è possibile selezionare microrganismi in grado di nutrirsi di queste particelle, ripulendo quindi l’acqua di scarto“.
Inoltre, monitorare il tipo e la quantità di microrganismi presenti nelle acque permette di tenere sotto controllo la salute degli impianti e l’efficacia dei processi avviati. In più, si può lavorare sulle emissioni e sull’inquinamento dell’aria, usando biofiltri, come per esempio quelli ricavati da un altro scarto, ossia i gusci delle cozze.
I gusci – composti principalmente da carbonato di calcio – hanno una particolare struttura porosa che li rende efficaci nell’assorbire e trattenere sostanze nocive. Ultimo ma non ultimo, si stanno cercando nuove strade per lo smaltimento dei rifiuti.
“Ciò che viene gettato via dopo i processi conciari è materiale essenzialmente organico, e quindi nel complesso biodegradabile – ha spiegato ancora Scaglia – o riutilizzabile nell’industria alimentare, cosmetica o farmaceutica“.
Si parla di volumi significativi: partendo da una pelle fresca, è necessario rimuovere circa il 70% delle componenti per arrivare a una pelle pronta all’uso, perché l’unico strato utilizzabile è il derma.
Questi scarti vengono per il 78% recuperati da altre aziende specializzate, per esempio nella produzione di collagene e gelatine; quello che non viene utilizzato può essere biodegradato, avviato al recupero termico oppure trasformato in granulati inerti usati in edilizia.
In chiusura, Scaglia ha risposto alle domande di M.Cristina Ceresa (direttore di GreenPlanner e moderatrice dell’incontro) e di alcuni studenti, che per qualche ora hanno vestito i panni di giornalisti in erba.
Ha fatto il punto sulle ultime sperimentazioni nell’ambito delle pelli sintetiche e vegane, facendo notare come, per arrivare a prodotti simili alla pelle a partire da bucce di frutta o altre sostanze organiche, “serva comunque un collante, che di solito è in plastica, quindi non rinnovabile. Anche le prestazioni di questi materiali sono ancora piuttosto scarse“.
Per finire, ha rivolto un appello alla giovane platea: “abbiamo più che mai bisogno di persone che si appassionino al settore. Le concerie non sono un settore sporco e brutto, ma un campo in cui è davvero possibile innovare“.












