Secondo Trasporti e Ambiente (T&e) i residui di olio di palma sarebbero in grado di produrre solo 1 milione di tonnellate di Pome (Palm oil mill effluent) e non le 2 tonnellate che cicolavano nel 2023. Un nuovo dieselgate attraverso etichette contraffatte?
Il Palm oil mill effluent (detto anche Pome) un tipo di carburante diesel prodotto da fonte rinnovabile, ottenuto dal residuo della produzione di olio di palma, è sotto osservazione per potenziali frodi.
Secondo Trasporti e Ambiente (T&e), infatti, non tornano i conti di produzione e di commercializzazione (in Italia è Eni la maggiore business company in tema).
T&E, organizzazione indipendente europea che lavora per la decarbonizzazione dei trasporti, sta allertando sulla discrepanza tra i volumi realmente disponibili di Pome sul mercato e quelli effettivamente impiegati nella bioraffinazione da parte delle compagnie, per lo più ancora petrolifere, rilevando il rischio di potenziali frodi di etichettatura.
L’analisi dimostra infatti che, nel 2023, è stato miscelato quasi il doppio di Pome nei biocarburanti europei rispetto ai volumi globali effettivamente disponibili.
I calcoli, riferiti al 2023, che non tornano
L’olio di Pome avrebbe 1 milione di tonnellate disponibili visto il potenziale utilizzo di quella stessa biomassa nella produzione di biogas in Indonesia o Malesia, ovvero nei Paesi che maggiormente la producono, ma le dichiarazioni ufficiali parlano di consumo per oltre 2 milioni.
Il rischio è che la differenza nei volumi possa essere stata colmata fraudolentemente da olio di palma vergine, il cui impatto climatico è drammaticamente più elevato delle fonti fossili, se si tiene conto delle emissioni indirette legate al cambiamento dell’uso del suolo (Iluc).
Tutte le principali aziende petrolifere sono interessate alla produzione di biocarburanti rinnovabili anche perché è ancora ammessa la possibilità di miscelare il bio con il carburante da fonte fossile.
“Le potenziali frodi lungo le catene di approvvigionamento devono suscitare serie preoccupazioni su quanto questo diesel rinnovabile, o Hvo, sia realmente capace di ridurre le emissioni – è il parere di Carlo Tritto, sustainable fuel manager di T&e Italia – perché con tutta probabilità questi vettori non risolvono il problema delle emissioni, mentre certamente non risolvono quello della dipendenza energetica“.
Quale alternativa sostenibile?
Eppure, sulla carta l’Hvo (il cui acronimo è acronimo di Hydrotreated vegetable oil) è una buona alternativa, perché in grado di garantire significative riduzioni delle emissioni – in alcuni casi fino al 95%.
Una delle principali virtù dell’Hvo è la sua versatilità: può essere utilizzato nei motori diesel senza modifiche, riducendo le emissioni di CO2 fino al 90% rispetto al carburante fossile.
Inoltre, non contiene zolfo né aromatici, il che si traduce in una combustione più pulita e minori emissioni di particolato. Oltre agli scarti di olio di Palma (o altri vegetali quali soia, colza) l’Hvo si può ottenere da oli esausti da cucina o grassi animali di scarto.
Oltre alla già citata Eni, in Italia le altre aziende che stanno promuovendo l’uso dell’Hvo sono Costantin e Adriatica Oli che, sebbene non produca direttamente Hvo, è attiva nella raccolta e nel trattamento di oli vegetali esausti, contribuendo alla filiera dei biocarburanti in Italia.
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