I pioppi sono materia prima per l’industria del legno: in Italia si punta allo sviluppo di una nuova generazione di pioppi con i cloni a Maggiore Sostenibilità Ambientale (Msa), selezionati per resistere alle malattie e al deficit idrico
Un tempo fiore all’occhiello dell’agricoltura italiana, il pioppo è materia prima di base per l’industria del legno nazionale, in particolare per la produzione di pannelli, compensati, imballaggi e mobili.
Per decenni, ha affrontato sfide complesse, dalle pressioni dei mercati globali all’impatto della monocoltura e dei cambiamenti climatici.
Coltivato oggi su oltre 50.000 ettari concentrati nella Pianura Padana tra Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna (erano 170.000 degli anni ’60 e ’70), il suo valore risiede nella capacità di essere standardizzato e lavorato su scala industriale, rendendolo una vera e propria commodity.
Oggi la domanda annua dell’industria nazionale, secondo quanto afferma anche il Crea, è di circa 3 milioni di metri cubi. Il che implicherebbe, per soddisfare la domanda interna, almeno 140.000 ettari di pioppeti.
Ma la produzione interna si ferma a poco più di 1 milione, rendendo l’Italia il secondo importatore mondiale di pioppo, dopo la Cina. Questa forte dipendenza dall’estero deriva dalla necessità di rifornire un’industria ad alto valore, come quella del mobile e dell’arredo, che richiede grandi volumi di materia prima. Le importazioni provengono principalmente da Paesi come Francia, Ungheria e Spagna.
Il futuro del mercato del pioppo
Le problematiche del settore sono il risultato di un mix di fattori interni ed esterni che hanno spinto molti agricoltori ad abbandonare i pioppeti. Il crollo dei prezzi a partire dal 1995 ha reso la coltivazione poco redditizia.
A questo si aggiunge un ulteriore fattore economico: la pioppicoltura, a differenza di altre colture agricole, non rientra nel sistema dei pagamenti diretti previsti dalla Politica Agricola Comune (Pac), un’esclusione che ha ridotto la sua competitività e incentivato la riconversione dei terreni.
Per affrontare queste sfide, già nel 2014 era stato siglato un primo accordo interregionale, che però non è stato sufficiente a invertire la tendenza del declino. Questa prima intesa ha comunque rappresentato il primo passo per unire gli sforzi di istituzioni e associazioni di categoria.
Di fronte alla persistenza del declino, la filiera ha reagito con un approccio mirato e rinnovato. Il 12 settembre 2025 è stata siglata la Nuova intesa per lo sviluppo della filiera del pioppo tra le Regioni di Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia, le associazioni di categoria agricole e associazioni come FederlegnoArredo.
Questo accordo stabilisce un quadro di regole e incentivi per rendere la coltivazione del pioppo più efficiente e centrale per l’agricoltura. Le azioni previste includono lo sviluppo di una nuova generazione di pioppi.
La ricerca, guidata da enti come il Crea, ha sviluppato i cloni a Maggiore Sostenibilità Ambientale (Msa), selezionati per resistere alle malattie e al deficit idrico. Parallelamente, vengono adottate pratiche all’avanguardia come l’irrigazione a goccia, che riduce drasticamente lo spreco d’acqua e la gestione integrata che minimizza l’uso di prodotti fitosanitari.
In questo più evoluto modello di coltivazione, la filiera del pioppo valorizza la pianta non solo per il suo legno, ma anche per i suoi importanti servizi ecosistemici.
In questo modo, il pioppo assorbe grandi quantità di CO2, contribuisce alla protezione del suolo e purifica le acque. La strategia di rilancio si posiziona così all’interno di un modello di bioeconomia circolare che garantisce materia prima di qualità all’industria italiana e, al contempo, offre benefici ambientali e paesaggistici.
articolo redatto da Gianmario Folini
Crediti immagine: Depositphotos












