Il mercato italiano delle Smart City vale oltre un miliardo di euro, ma la scadenza del Pnrr a giugno 2026 mette sotto pressione la continuità degli investimenti. La ricerca 2025 dell’Osservatorio Smart City del Politecnico di Milano fotografa un sistema in trasformazione: comuni alle prese con carenze strutturali, un’adozione dell’intelligenza artificiale ancora marginale e modelli cooperativi che faticano a decollare
Un comune italiano su cinque non sa cosa farà dopo il Pnrr. È uno dei dati più significativi della ricerca 2025 dell’Osservatorio Smart City del Politecnico di Milano, che ha monitorato lo stato dell’innovazione urbana in Italia in un momento di transizione critica.
Tra il 2023 e il 2025, infatti, il 76% dei comuni ha utilizzato i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per iniziative di Smart City – quota che sale all’84% per gli enti con meno di 5.000 abitanti.
Ma con la scadenza del Piano fissata a giugno 2026, si apre una fase di incertezza che molte amministrazioni non hanno ancora affrontato con una strategia definita.
Un mercato da un miliardo, con fragilità strutturali
Il valore complessivo del mercato Smart City in Italia nel 2025 si attesta a poco più di un miliardo di euro. Le due aree di investimento principali sono la mobilità intelligente, con circa 220 milioni di euro, e l’illuminazione pubblica, con circa 200 milioni.
I settori in crescita più sostenuta sono lo Smart Government (85 milioni, +13%), il monitoraggio ambientale e del territorio (circa 120 milioni, +10%) e la sicurezza e sorveglianza (102 milioni, +7%).
Le scelte variano sensibilmente in base alla dimensione degli enti: nelle grandi città prevalgono mobilità e monitoraggio ambientale; nei comuni più piccoli si tende a concentrare gli investimenti sulle Comunità Energetiche Rinnovabili.
La solidità di questi numeri, tuttavia, non risolve le fragilità di fondo. Per il 67% dei comuni l’ostacolo principale all’innovazione è la mancanza di personale; per il 52% la scarsità di risorse economiche; per il 51% il deficit di competenze tecniche.
Non si tratta di criticità legate al ciclo di finanziamento, ma di limiti strutturali che nessun bando può sanare nel breve periodo.
Il dopo-Pnrr: chi ha una strategia e chi no
Alla scadenza del Piano, l’85% delle amministrazioni locali si orienta verso nuovi bandi regionali, nazionali o europei. Il 49% prevede un maggiore utilizzo delle risorse interne dell’ente.
Il 22% – un comune su cinque – non ha ancora una strategia post-Pnrr. Un dato che la ricerca non mitiga: in assenza di pianificazione, il rischio concreto è l’interruzione dei progetti avviati e la perdita del valore accumulato nelle infrastrutture digitali già realizzate.
Per il biennio 2026-2027, i comuni dichiarano comunque di voler proseguire gli investimenti: il 69% in sicurezza, il 67% in Cer, il 56% in servizi al cittadino. Le intenzioni esistono; la questione è come finanziarle.
L’intelligenza artificiale: crescita attesa, adozione ancora marginale
Nel triennio 2023-2025, l’Osservatorio ha censito 821 progetti di intelligenza artificiale nel settore pubblico a livello globale, quasi la metà dei quali in contesti Smart City.
Gli ambiti principali sono la mobilità intelligente (171 progetti), lo Smart Government (113) e la sicurezza e sorveglianza (103). Le applicazioni più diffuse sono i sistemi di supporto alle decisioni (55%) e l’analisi predittiva (48%).
In Italia, l’adozione è ancora molto contenuta: solo il 7% dei comuni utilizza già strumenti di intelligenza artificiale. Le prospettive di crescita, però, superano quelle di qualsiasi altra tecnologia monitorata: il 18% dei comuni pianifica di adottarla nel 2026, il 34% dal 2027 in poi.
Il divario tra grandi e piccoli centri è marcato anche a livello europeo: su 174 progetti Ai identificati nelle città del continente, oltre l’86% proviene da comuni con più di 250.000 abitanti. Nei comuni sotto i 5.000 abitanti, il 64% dei cittadini ritiene la propria amministrazione impreparata all’Ai; nelle grandi città questa percentuale scende al 44%, pur rimanendo significativa.
Secondo l’Osservatorio Smart City, l’intelligenza artificiale offre alle amministrazioni una capacità operativa inedita – dall’ottimizzazione delle risorse all’anticipazione delle criticità – ma pone anche una contraddizione che le città non possono eludere: il consumo di energia, acqua e suolo richiesto dai data center necessari per alimentarla è una variabile ambientale che deve entrare nei modelli decisionali delle amministrazioni, non essere ignorata in nome dell’efficienza digitale.
Smart Land: il modello cooperativo che non decolla
Di fronte alla frammentazione degli enti e alla scarsità di risorse, la ricerca individua nella Smart Land – un territorio coeso che condivide standard e infrastrutture tra comuni, imprese e associazioni locali – una risposta sistemica.
L’interesse dichiarato è consistente: il 48% dei comuni intende collaborare con altri enti locali nel futuro, il 49% indica le Regioni come soggetti capaci di coordinare territori diversi (quota in crescita dal 37% dell’anno precedente), e il 72% riconosce nel project financing e nelle Partnership Pubblico-Private strumenti utili per nuovi progetti.
L’adozione effettiva, però, è ancora marginale: oggi solo il 13% dei comuni partecipa attivamente a una Smart Land. Tra i comuni più piccoli pesano l’assenza di risorse (citata dal 62% degli enti sotto i 50.000 abitanti) e le difficoltà di coordinamento (48%); tra i grandi centri, l’ostacolo principale è la realizzazione concreta di progetti intercomunali.
Il modello si declina quindi in due direzioni: una verticale, guidata da Regioni ed enti centrali, e una orizzontale, nata dalla cooperazione tra comuni limitrofi, Pmi locali e associazioni di territorio.
Il disallineamento con i cittadini
A complicare il quadro c’è un dato che la ricerca – condotta in collaborazione con Ipsos-Doxa – restituisce senza attenuanti: solo il 7% dei cittadini italiani sente i propri bisogni realmente al centro dei processi decisionali delle proprie amministrazioni.
Il 52%, invece, dichiara di voler partecipare attivamente alle politiche urbane. Sul fronte dell’Ai, i timori più diffusi tra la popolazione riguardano l’esclusione digitale dai servizi pubblici (38%) e l’uso improprio dei dati personali (36%).
Le amministrazioni, dal canto loro, frenano per ragioni di sicurezza (50%), etica nell’uso dei dati (46%) e carenza di governance (42%). Una convergenza di preoccupazioni che, per ora, non ha ancora prodotto risposte condivise.














