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Il legno degli alberi di Roma non è un rifiuto: la storia di Franco Paolinelli e della Sap

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Ogni anno le tempeste urbane abbattono migliaia di alberi nelle città italiane. Quel legno sparisce quasi sempre in discarica. Franco Paolinelli, fondatore di Sap – SilviCultura AgroCultura Paesaggio, ci racconta perché è un errore – e perché ha dedicato trent’anni a dimostrare che si può fare altrimenti

La notte tra il 24 e il 25 luglio 2023, un tornado ha attraversato Milano in dieci minuti: raffiche oltre i 100 km/h, 40 millimetri di pioggia caduti nell’arco di tempo in cui normalmente ne cadrebbe uno mensile.

Il risultato è stato catastrofico per il verde urbano: alberi divelti in tutti i quartieri, strade inagibili, parchi chiusi fino a data da destinarsi. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 2023, Milano è stata colpita da un nubifragio che ha abbattuto quasi 5.000 alberi, segnando in modo profondo il paesaggio urbano.

Non è un caso isolato. Nel 2023 si sono registrati in Italia 500 eventi estremi, con un aumento del 64% rispetto all’anno precedente: grandinate, bombe d’acqua, bufere di vento hanno devastato campagne e città da nord a sud della Penisola.

E prima ancora, nell’ottobre 2018, la tempesta Vaia aveva lasciato un segno indelebile sulle foreste alpine: secondo le stime, erano stati abbattuti 14 milioni di alberi – un dato mai registrato in epoca recente in Italia – su una superficie di 41.000 ettari.

Dietro ogni albero abbattuto c’è una quantità enorme di legname massello che finisce, quasi sempre, triturata o lasciata a marcire. Carbonio accumulato in decenni di crescita che ritorna nell’atmosfera senza produrre nulla.

C’è però chi quella logica l’ha contestata da trent’anni, con ostinazione e senza grandi risorse. Si chiama Franco Paolinelli e la sua storia merita di essere raccontata.

Una laurea sull’Urban Forestry, quando nessuno sapeva ancora cos’era

Paolinelli si è laureato in Scienze Forestali nel 1980, con una tesi sull’Urban Forestry – la prima in Italia su questo tema. “Citavo già tre funzioni del verde urbano: ornamentale, ambientale e produttiva – racconta – I primi Urban Forester americani vedevano già l’Urban Wood“.

Franco Paolinelli

Erano intuizioni che il mercato italiano avrebbe impiegato decenni a recepire. Nel 1978, due anni prima della laurea, partecipava a una delle prime mostre dei Nuovi Artigiani portando una poltrona costruita da un rocchetto porta cavi e una scaletta di legno per ordinare sette buste della spesa: un anticipo della raccolta differenziata che all’epoca non aveva ancora nome. La passione per il legno e per il recupero erano già lì, intrecciate.

Negli anni Novanta, rientrato in Italia dopo anni di esperienze internazionali, Paolinelli si ritrova a fare i conti con un mercato del verde incapace di distinguere tra un professionista laureato e un potatore.

La risposta è pratica: diventa tree climber, introduce la tecnica a Roma, forma una piccola squadra. E mentre pota e abbatte, vede quello che nessuno attorno a lui sembra voler vedere: una quantità enorme di legname pregiato che scompare.

Il telaio Granberg e la scoperta dell’Urban Wood

Nel 1994, sfogliando la rivista dell’International Society of Arboriculture, trova la pubblicità di un aggeggio che cambia tutto: il telaio Granberg, da montare sulla barra di una motosega per eseguire tagli orizzontali su tronchi abbattuti in situ.

“A fine anno ne avevamo già uno e facevamo tavolame direttamente sul posto” ricorda. Era l’inizio. Nel 1993 aveva già fondato la Sap – SilviCultura AgroCultura Paesaggio, definita statutariamente non come organizzazione per la protezione dell’ambiente, ma per la tutela del rapporto uomo-ambiente.

Una distinzione che Paolinelli tiene a precisare ancora oggi: non preservazionismo fine a se stesso, ma relazione attiva tra le persone e il mondo vegetale che le circonda.

Per vent’anni, la Sap lavora in modo discontinuo: produzioni di oggetti, arredi, laboratori didattici. Il tema del legno urbano rimane ai margini del dibattito italiano.

“Cercavo di sensibilizzare la comunità del verde – dice Paolinelli – ma senza alcun successo“. Poi, intorno al 2015, arriva la svolta lessicale. “Ho trovato le parole chiave: Urban Timber e Urban Wood. Mi si è aperto un mondo. Scoprivo che non stavo delirando da vent’anni“.

Di là dall’Atlantico era già nata una rete tecnica, economica e culturale organizzata: la Urban Wood Network, con cui Paolinelli entra in contatto nel 2020. La stessa esperienza vissuta con l’Urban Forestry e con l’Horticultural Therapy si ripete: tra la comparsa di un tema nella letteratura nordamericana e il suo arrivo in Italia passano, sistematicamente, tre o quattro decenni.

Il Legno degli Alberi di Roma: un materiale con identità

La Sap ha depositato il marchio L.A.R. – Legno degli Alberi di Roma, che racconta un’idea precisa: ogni tronco ricavato dalla potatura o dall’abbattimento di un albero urbano porta con sé la storia del luogo in cui è cresciuto. Non è legno anonimo; è un materiale con identità geografica e storica, certificabile insieme al suo contenuto di carbonio.

Il potenziale, spiega Paolinelli, è concreto: arredi per parchi e giardini pubblici, design per interni e uffici, oggetti d’arte, materiali per laboratori didattici e terapeutici. L’ostacolo principale, storicamente, è stato il metallo inglobato nel legno: proiettili e schegge della Seconda Guerra Mondiale nei vecchi esemplari, poi chiodi e filo di ferro accumulati nel tempo.

Le segherie tradizionali hanno sempre preferito evitare. Ma la situazione sta cambiando: molti degli alberi dell’epoca bellica sono stati già rimossi per ragioni di sicurezza e le segherie mobili – utilizzabili direttamente sul posto dell’abbattimento – aprono possibilità tecniche prima inaccessibili.

laboratorio didattico

I laboratori didattici: dove il legno diventa relazione

Il progetto più continuativo della Sap è forse il meno spettacolare, ma quello in cui la visione di Paolinelli si esprime con maggiore coerenza: i laboratori didattici nelle scuole, nei parchi e nei centri culturali. Si arriva con una sacca di “zeppi” – segmenti di potatura – e una sacca di attrezzi elementari di falegnameria manuale. Seghe, raspe, colle, colori.

“E taglia, e sega, e raspa, e buca, e incolla, infila, dipingi, assembla, indossa – dice Paolinelli – La gioia è assicurata“. Non è retorica: nel 2018, a Roma, nella scuola Leopardi, un laboratorio di questo tipo ha trasformato un gruppo di genitori in artigiani entusiasti – i Rolling Logs – che hanno contribuito a costruire un’aula teatro utilizzando il legno degli alberi urbani. Alcune di quelle famiglie lavorano ancora con la Sap.

Il punto dirompente, in questa esperienza, è proprio la normalità di quello che accade: bambini, genitori, insegnanti e nonni che trasformano scarti di potatura in oggetti concreti, capendo attraverso le mani che il legno non è un rifiuto. Che quella materia prima appartiene alla città, e può tornarle.

sap roma

Un deposito di carbonio che nessuno vuole vedere

C’è una dimensione tecnica, nella visione di Paolinelli, che merita attenzione al di là della nostalgia artigianale. Il legno è un magazzino duraturo di carbonio: finché rimane solido – in un mobile, in una scultura, in un elemento di arredo – il carbonio assimilato dall’albero durante la crescita non torna nell’atmosfera.

Bruciarlo o lasciarlo marcire significa liberare Co2. Trasformarlo in un oggetto significa prolungarne il ciclo di sequestro. La normativa italiana sui residui vegetali urbani è ancora un ostacolo: Paolinelli la definisce con una certa eloquenza “delirio normativo“.

Ma il quadro europeo si sta muovendo: dalla Nature Restoration Law emerge che dal 2031 più del 40% dei comuni, comprese aree periurbane e zone agricole e costiere, dovrà ripristinare ecosistemi, aree verdi e copertura arborea.

Più alberi in città significa più legno urbano da gestire nel tempo. La questione non è se affrontare il tema, ma quando e come. Paolinelli ha già risposto. Lo fa da trent’anni, con un telaio da motosega, una sacca di zeppi e una convinzione che non ha mai ceduto: quel legno non è un rifiuto, è una risorsa.

E la città che lo produce ha tutto il diritto di vederlo tornare.

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