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Tartarughe in difficoltà: ecco cosa fare quando le incontriamo

tartaruga caretta caretta
Immagine da Depositphotos

Con l’aumento delle nidificazioni di Caretta caretta sulle coste e la presenza sempre più frequente di tartarughe d’acqua dolce, cresce la possibilità di incontri ravvicinati. Ecco come comportarsi

In Italia, le nidificazioni di Caretta caretta sono in aumento: tra il 2020 e il 2025 gli operatori del Wwf hanno registrato ben 1.055 nidi sulle spiagge di Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia, con una crescita marcata negli ultimi tre anni.

In questo contesto, può capitare sempre più spesso di imbattersi in una tartaruga marina o in un nido. Ma anche lontano dal mare non sono rari gli incontri con tartarughe terrestri o d’acqua dolce che necessitano di aiuto. Sapere come comportarsi è fondamentale per la loro sopravvivenza.

Cosa fare se si incontra una tartaruga marina su una spiaggia

La specie che più facilmente si incontra nei mari italiani è sicuramente la famosa Caretta caretta, presente in tutto il Mediterraneo e protagonista della quasi totalità delle nidificazioni osservate sulle nostre coste. Più rare sono la tartaruga verde (Chelonia mydas), segnalata soprattutto nel Sud Italia, e la tartaruga liuto (Dermochelys coriacea), che compare solo sporadicamente.

Nel caso si avvisti su una spiaggia una di queste tartarughe è bene ricordare le linee guida diffuse sia da Ong e ricercatori, sia da molti Comuni, primi tra tutti quelli Amici delle tartarughe marine, individuati dal progetto Life Turtlenest di Legambiente.

La prima regola è non disturbare l’animale. Se una femmina sta risalendo la spiaggia o sta scavando il nido, bisogna mantenere una distanza di sicurezza, evitare rumori, luci intense e fotografie con flash.

Anche avvicinarsi per scattare un selfie può provocare l’interruzione della deposizione e il ritorno in mare dell’animale senza aver deposto le uova.

In caso di avvistamento, è necessario contattare immediatamente la Guardia Costiera al numero 1530 oppure segnalare l’evento alle autorità locali.

Aiutare una tartaruga ferita e tutelare i nidi

Può accadere che la tartaruga sia in evidente in difficoltà, magari perché impigliata in una rete, ferita o spiaggiata. Anche in questo caso la priorità è chiamare la Guardia Costiera.

Gli esperti raccomandano di non rimettere l’animale in mare in autonomia: una tartaruga spiaggiata ma apparentemente vitale potrebbe comunque avere problemi gravi o lesioni interne, che richiedono cure veterinarie.

Attenzione anche ai nidi: spesso ciò che si nota sono solo le caratteristiche tracce lasciate sulla sabbia dalla femmina durante il percorso verso il punto di deposizione. In ogni caso, se si sospetta la presenza di un nido, è importante non scavare, non inserire ombrelloni o altri oggetti nella sabbia e impedire che l’area venga calpestata. Molti Comuni hanno protocolli specifici da attivare in questi casi e devono quindi essere avvisati.

Anche durante la schiusa valgono regole precise: non toccare i piccoli, non illuminarli con torce o cellulari e non cercare di aiutarli a raggiungere il mare. Come abbiamo già raccontato su GreenPlanner, le tartarughe neonate seguono naturalmente la luce dell’orizzonte marino e qualsiasi fonte luminosa artificiale può disorientarle.

E se la tartaruga è terrestre o d’acqua dolce?

Le tartarughe terrestri – o meglio, le testuggini – vengono notate di solito lungo strade, sentieri, giardini o aree agricole. Se l’animale è in mezzo alla carreggiata, lo si può spostare delicatamente nella direzione verso cui stava andando, evitando di cambiare il suo orientamento.

Questi animali conoscono infatti il territorio e seguono percorsi abituali per cercare cibo o raggiungere i siti di deposizione. Tra le specie autoctone più diffuse in Italia vi è la testuggine di Hermann (Testudo hermanni), presente soprattutto nelle regioni tirreniche, nelle isole e in alcune aree collinari. Più localizzate sono la testuggine greca (Testudo graeca) e la testuggine marginata (Testudo marginata), entrambe diffuse in Sardegna.

Laghi, stagni, canali e parchi urbani ospitano invece numerose tartarughe d’acqua dolce. La specie autoctona italiana è la testuggine palustre europea (Emys orbicularis), un rettile schivo e sempre più raro, tanto che per tutelarla sono attive molteplici iniziative di conservazione.

Di recente, ad esempio, gli esperti di Eleade, partner del progetto Eco4Ticino nell’ambito della più ampia Iniziativa Ticino, hanno lavorato sulll’ecosistema palustre dello stagno di Cerano, sull’Isola Mandelli, in provincia di Novara. Per rendere lo stagno più accogliente per Emys orbicularis, sono stati messi a dimora numerosi esemplari di ninfea comune,  limnantemio, nannufero, ceratofillo comune e millefoglio d’acqua comune. Interventi di questo tipo sono fondamentali per garantire a questa specie autoctona un habitat adatto alla sua sopravvivenza e riproduzione.

Molto più facile è osservare le tartarughe americane del genere Trachemys, note come tartarughe dalle orecchie rosse o dalle orecchie gialle. Per anni sono state vendute come animali da compagnia e molti esemplari sono stati abbandonati in natura quando sono diventati troppo grandi o difficili da gestire. Oggi rappresentano una delle specie invasive più diffuse negli ambienti umidi italiani, in competizione con la stessa Emys orbicularis.

In ogni caso, che si tratti di una tartaruga terrestre o acquatica, se l’animale presenta evidenti ferite o si trova in chiara difficoltà – per esempio, ha il carapace rotto o segni di investimento, oppure si trova incastrata tra rifiuti in plastica – occorre contattare il Centro di recupero animali selvatici (Cras) più vicino. È importante non trattenere l’animale in casa.

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