Il mercato italiano dell’elettronica di consumo raccoglie meno del 40% dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche rispetto all’immesso, a fronte di un obiettivo europeo del 65%. Nel frattempo, prodotti non certificati entrano nell’Unione europea attraverso piattaforme extraeuropee senza controlli adeguati. Il Rapporto Optime 2026 mette a fuoco queste distorsioni e avanza proposte concrete
Meno del 40% contro un obiettivo del 65%. È questo il divario che separa l’Italia – e buona parte dell’Unione europea – dal traguardo fissato dalla Direttiva Raee 2012/19/Ue per la raccolta dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche.
Un obiettivo che, stando ai dati del Weee Forum, organizzazione che riunisce i principali sistemi europei di gestione dei Raee, resta fuori portata per la maggioranza degli Stati membri.
In Italia il recepimento della direttiva è avvenuto con il D.Lgs. 49/2014, ma le difficoltà operative e i fenomeni di evasione degli eco-contributi continuano a deprimere i risultati.
Il Rapporto Optime 2026, presentato dall’Osservatorio sul mercato dell’elettronica e delle tecnologie domestiche, fotografa con precisione questo scenario e identifica due profili distinti ma strettamente connessi: il contrasto all’evasione degli eco-contributi, che sottrae risorse ai sistemi di gestione, e l’incremento della raccolta effettiva, ancora lontana dagli standard richiesti.
Concorrenza asimmetrica: il problema delle piattaforme extraeuropee
Prima ancora della gestione del fine vita, però, il rapporto segnala una distorsione a monte: l’ingresso nel mercato europeo di prodotti non certificati o non conformi agli standard di sicurezza, veicolati da piattaforme di e-commerce extraeuropee.
Il caso Temu, su cui la Commissione europea ha avviato specifiche azioni nell’ambito del Digital Services Act, è emblematico: prodotti immessi in un solo Stato membro possono circolare liberamente in tutta l’Unione, eludendo i controlli previsti per gli operatori tradizionali.
Il principio “stesso mercato, stesse regole“, che l’Osservatorio sostiene fin dal primo Rapporto Annuale del 2018, rimane disatteso.
Le conseguenze sono duplice: rischi per i consumatori, che acquistano apparecchiature prive delle necessarie certificazioni di sicurezza e di conformità energetica, e una sottrazione di fatturato agli operatori legali che invece sostengono i costi di adeguamento normativo.

Task force pubblico-privato e notice and take down
La proposta avanzata da Optime prevede la costituzione di una task force congiunta tra soggetti pubblici e privati, con il coinvolgimento del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e dei Carabinieri Forestali, cui è attribuita la competenza sui controlli in materia di Raee.
L’obiettivo dichiarato è un cambio di passo che consenta di avvicinarsi almeno alla soglia del 60% di raccolta rispetto all’immesso sul mercato.
Sul fronte del commercio digitale, Optime punta a estendere ai social commerce – Instagram e TikTok i canali esplicitamente citati – il sistema di notice and take down già operativo per le violazioni del diritto d’autore.
Il meccanismo consente agli operatori di segnalare alle piattaforme i contenuti illegittimi, ottenendone la rimozione immediata. Il Digital Services Act fornisce già il quadro normativo di riferimento, ma la sua applicazione pratica richiede accordi operativi che ancora non esistono su larga scala.
Intelligenza artificiale come strumento di controllo del mercato
L’ultimo nodo del rapporto riguarda l’intelligenza artificiale applicata al controllo del mercato. La posizione di Optime è netta: l’Ia non è solo un rischio – manipolazione, circonvenzione, frode – ma anche uno strumento di contrasto a quelle stesse pratiche.
L’Osservatorio annuncia un primo caso pilota in cui sistemi di intelligenza artificiale saranno impiegati per identificare e segnalare alle autorità competenti comportamenti illeciti nel commercio digitale.
Il presupposto è che la tecnologia non sostituisca l’intervento pubblico, ma lo prepari: spetta alle istituzioni e alla magistratura chiudere la partita che gli strumenti automatizzati aprono.
Un modello di enforcement ibrido, in cui il settore privato contribuisce al rilevamento e lo Stato mantiene la responsabilità dell’azione.
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