In Europa, i gamberi d’acqua dolce sono in pericolo, a causa dell’introduzione di crostacei alloctoni, dell’arrivo di nuove malattie e della contrazione continua del loro habitat
Tra i tanti animali a rischio in Italia e in Europa, uno in particolare rappresenta un indicatore del rapido declino a cui stanno andando incontro i nostri ecosistemi, soprattutto quelli d’acqua dolce.
Si tratta del gambero di fiume, Austropotamobius pallipes, inserito negli allegati II e V della Direttiva Habitat dell’Unione europea, che ne riconosce l’importanza comunitaria e richiede specifiche misure di tutela.
A livello globale la specie è classificata come “in pericolo” (Endangered) nella Lista Rossa della Iucn.

In Italia è presente anche una sottospecie (anch’essa a rischio), ossia la Austropotamobius italicus.
Questa varietà è diffusa soprattutto nelle regioni del centro e del nord, in gruppi piccoli e frammentati, ma importantissimi per la conservazione generale della specie. Sul nostro territorio si possono incontrare anche, tra le specie autoctone, Astacus astacu e Austropotamobius torrentium.
Secondo una sintesi della letteratura pubblicata da Holdich e colleghi nel 2009, basata su dati raccolti nei primi anni Duemila, la distribuzione del gambero di fiume autoctono in Italia aveva già subito una contrazione intorno al 74% nell’arco di un decennio.
Le cause del declino
Un tempo questo animale era molto comune in torrenti e ruscelli caratterizzati da acque fredde, ben ossigenate e di elevata qualità. La specie ha una crescita lenta, raggiunge la maturità sessuale dopo alcuni anni e – come molte specie legate all’acqua dolce – presenta una limitata capacità di dispersione.
Proprio queste caratteristiche la rendono molto vulnerabile. Le cause della regressione sono infatti numerose: innanzitutto, la perdita e il degrado degli habitat, dovuti alla canalizzazione dei corsi d’acqua, all’inquinamento e ai cambiamenti nell’uso del suolo, riducono progressivamente gli ambienti idonei alla specie.
Da non sottovalutare è anche la crescente pressione esercitata dai cambiamenti climatici, che alterano il regime idrologico dei torrenti e aumentano la frequenza di periodi di siccità e temperature elevate, insopportabili per il gambero di fiume.
Tra le minacce più gravi figurano poi le specie alloctone invasive, introdotte nel corso del Novecento a fini alimentari o commerciali (soprattutto Procambarus clarkii, Orconectes limosus, Pacifastacus leniusculus e Astacus leptodactylus).
Oltre a competere con il gambero di fiume per rifugi e risorse alimentari, questi crostacei alieni sono portatori sani della peste del gambero (Aphanomyces astaci), una malattia letale per diversi crostacei europei, che ha determinato la scomparsa di numerose popolazioni.
Una corsa contro il tempo
Per tutelare la specie – che svolge un ruolo fondamentale negli ecosistemi fluviali, contribuendo al riciclo della sostanza organica – sono per fortuna attivi molteplici progetti.
Ricordiamo qui Eco4Ticino, che promuove interventi di riqualificazione ecologica del bacino del fiume Ticino attraverso il ripristino degli habitat acquatici, il miglioramento della connettività ecologica e il monitoraggio della biodiversità.
La tutela del gambero di fiume rientra tra gli obiettivi del progetto, insieme alla salvaguardia degli ecosistemi fluviali nel loro complesso.
Proprio quest’anno, la società di consulenza ambientale, ecologica e ingegneristica Graia – partner di Eco4Ticino – ha organizzato un corso dedicato ai volontari, con una lezione teorica sulle specie presenti nel fiume e sugli elementi utili per distinguere la varietà autoctona da quelle invasive.
A metà giugno, i volontari hanno anche potuto osservare i gamberi sul campo, durante la notte, per essere pronti a svolgere veri e propri monitoraggi.
In Italia è stato importante anche il contributo dato dal Life Claw, iniziativa cofinanziata dal programma Life dell’Unione europea, che dal 2019 ha garantito una stretta collaborazione tra enti di ricerca, aree protette e amministrazioni.
Il progetto ha guidato azioni integrate di conservazione nei corsi d’acqua dell’Appennino nord-occidentale: controllo delle specie invasive, rafforzamento delle popolazioni autoctone attraverso reintroduzioni, miglioramento degli habitat, monitoraggio sanitario e genetico, oltre a un’intensa attività di sensibilizzazione rivolta a cittadini e portatori di interesse.










