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Libertà accademica: cos’è Scholars at Risk e perché sempre più università italiane aderiscono alla rete

Scholars at Risk
Immagine da Depositphotos

Oltre trenta atenei italiani fanno parte di Scholars at Risk, il network che protegge ricercatori e docenti minacciati e difende la libertà accademica nel mondo

Con la recente adesione dell’Università di Parma, salgono a oltre trenta gli atenei italiani che fanno parte di Sar Italia, la sezione nazionale della rete internazionale Scholars at Risk, nata per proteggere ricercatori e docenti costretti a lasciare il proprio Paese a causa di guerre, persecuzioni o gravi violazioni dei diritti umani.

Fondata nel 1999 presso l’Università di Chicago e presente dal 2019 anche in Italia su iniziativa delle Università di Padova e Trento, la Sar sostiene accademici in pericolo e promuove la libertà di studio e di ricerca come valore fondamentale per una società democratica.

Oggi la rete coinvolge centinaia di università e organizzazioni in oltre quaranta Paesi e rappresenta uno dei principali strumenti di cooperazione internazionale a tutela della conoscenza.

Per l’ateneo parmense l’ingresso nella rete rappresenta un ulteriore tassello dell’impegno a favore dei diritti umani, dell’inclusione e della cooperazione internazionale. Referente di Sar Italia per l’Università di Parma è Michela Semprebon, delegata al Tavolo Rifugiati, che coordinerà le attività dell’Ateneo nell’ambito del network.

Come funziona la rete

L’adesione a Sar prevede un contributo annuale definito dalla struttura internazionale di Scholars at Risk in dollari statunitensi, 1.000 o 5.000 dollari, a seconda del livello di partecipazione (contributing member o come sustaining member).

Il cuore dell’attività di Sar è l’accoglienza degli studiosi a rischio. Gli atenei aderenti possono offrire ospitalità temporanea a studiosi costretti a lasciare il proprio Paese, consentendo loro di proseguire l’attività di ricerca e di insegnamento in un ambiente sicuro.

La rete raccoglie le richieste di assistenza di ricercatori e docenti che si trovano in situazioni di rischio e, dopo averne verificato i requisiti, cerca un’università disponibile ad accoglierli attraverso incarichi temporanei di ricerca o insegnamento.

Parallelamente, l’iniziativa incoraggia la formazione di poli nazionali di università aderenti, al fine di rafforzare le attività di fund-raising, advocacy e informazione nei singoli contesti nazionali, e di promuovere una migliore collaborazione con gli altri poli attualmente esistenti (per esempio negli Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera, Germania e Norvegia).

E gli studenti?

Nonostante il programma si rivolga principalmente a ricercatori, docenti e dottori di ricerca, gli studenti possono comunque esserne coinvolti.

Le università che fanno parte della rete organizzano infatti incontri, seminari, attività formative e progetti dedicati ai diritti umani, alla libertà accademica e alla cooperazione internazionale, offrendo occasioni di approfondimento e confronto su temi sempre più centrali nel dibattito globale.

Per chi sta costruendo un percorso universitario o di ricerca, conoscere l’esistenza di Scholars at Risk significa anche individuare atenei che investono nella responsabilità sociale, nell’inclusione e nella difesa della libertà di produzione e diffusione del sapere.

Crediti immagine: Depositphotos

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