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Seapower: dal Mediterraneo l’energia marina made in Italy che aspetta la scala industriale

seapower gemstar - reggio calabria

Trent’anni di ricerca applicata all’Università Federico II di Napoli hanno prodotto Gemstar, Pivot e Hydraspar: tecnologie italiane per trasformare correnti di marea, moto ondoso ed eolico offshore in elettricità, superando il vincolo dei fondali profondi del Mediterraneo

Nello Stretto di Messina, dove le correnti superano i 2,5 metri al secondo, un dispositivo chiamato Gemstar potrebbe generare fino a 125 GWh l’anno di elettricità, volume sufficiente ad alimentare un’intera città.

Il sistema, soprannominato “l’aquilone del mare” per il modo in cui si orienta seguendo la corrente, è il risultato di due decenni di sviluppo condotto da Seapower, centro di ricerca pubblico-privato partecipato dall’Università degli Studi di Napoli Federico II.

Non è un caso isolato. È il prodotto più visibile di un portfolio tecnologico che affronta un problema specifico: come estrarre energia da un bacino, il Mediterraneo, le cui caratteristiche fisiche lo rendono incompatibile con gran parte delle tecnologie sviluppate per i mari del Nord Europa.

Il potenziale marino ancora inespresso

Il divario tra potenziale teorico e capacità installata, nel settore dell’energia marina, resta enorme. Secondo un technology brief dell’International Renewable Energy Agency, la risorsa energetica del moto ondoso disponibile nel Mediterraneo è stimata attorno ai 30 GW, contro i circa 290 GW del Nord-Est Atlantico, incluso il Mare del Nord – un differenziale che riflette soprattutto le diverse condizioni di moto ondoso e non un’assenza di potenziale sfruttabile.

A livello globale, la capacità installata cumulata da fonti oceaniche resta oggi marginale rispetto al resto delle rinnovabili: l’agenzia stima una crescita possibile fino a 10 GW entro il 2030, a fronte di una capacità rinnovabile complessiva mondiale che supera già i 2.600 GW.

Il gap non è di potenziale fisico, ma di maturità tecnologica e industriale. A questo si aggiunge un vincolo strutturale specifico del Mediterraneo: la profondità dei fondali.

Le turbine eoliche offshore a fondazione fissa, che rappresentano ancora la quasi totalità degli impianti installati nel Nord Europa, sono economicamente praticabili solo fino a profondità di circa 50-60 metri.

Oltre questa soglia – che caratterizza gran parte delle coste mediterranee – l’unica strada percorribile è quella delle piattaforme galleggianti, secondo le analisi tecnico-economiche condotte da Rse (Ricerca sul Sistema Energetico) sullo sviluppo dell’eolico offshore in Italia e nel bacino mediterraneo.

Tre tecnologie, tre fonti marine

Il portfolio di Seapower risponde a questo vincolo con tre famiglie di dispositivi, ciascuna dedicata a una diversa fonte di energia marina.

Gemstar, sviluppato dal 2005, converte l’energia delle correnti di marea attraverso due turbine ad asse orizzontale collegate a un galleggiante ancorato al fondale a circa 15 metri di profondità. Il primo prototipo a scala reale risale al 2012, installato nella Laguna Veneta; nel 2025, nell’ambito del progetto Mecs, è stato realizzato un ulteriore avanzamento con un dispositivo da 1 kW di picco, sviluppato nel laboratorio Renew-Mel dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria.

Pivot, nato nel 2015, converte invece l’energia del moto ondoso: una piattaforma ancorata al fondale e una boa oscillante trasformano il movimento delle onde in energia meccanica e poi elettrica. Dopo due fasi di test in laboratorio, un modello a larga scala è stato realizzato nel porto di Civitavecchia. La sua evoluzione offshore, Pivot-Offshore, è oggi in fase di sviluppo avanzato con prototipi in scala.

Hydraspar affronta invece il terzo fronte, quello dell’eolico offshore galleggiante, con una piattaforma che combina un corpo cilindrico centrale e colonne inclinate in una configurazione “a ombrello rovesciato”, pensata specificamente per contenere i costi di costruzione e installazione alle grandi profondità del Mediterraneo, laddove l’ancoraggio tradizionale risulta antieconomico.

Dalla singola tecnologia al sistema integrato

L’elemento più recente del portfolio, Marine Energy Combined System (Mecs), segna un cambio di scala nell’approccio: non più un singolo dispositivo, ma una microrete che integra fonti a elevata predicibilità – le correnti di marea – con fonti più variabili come sole e vento, per compensarne l’aleatorietà.

Il progetto è condotto in partnership con l’Università Mediterranea di Reggio Calabria e la società Elettra. Questa logica di integrazione trova un corrispettivo alla scala europea nei progetti Floatech e Floatfarm, a cui Seapower partecipa attivamente, finalizzati allo sviluppo di turbine eoliche galleggianti di grande taglia e alla loro aggregazione in campi offshore estesi, con l’obiettivo di ridurre il costo di generazione e minimizzare l’impatto sugli ecosistemi marini.

Il nodo che resta aperto non è tecnologico ma industriale: il passaggio da prototipi testati in laboratorio e in scala reale a impianti commerciali distribuiti su larga scala richiede investimenti, filiere di componentistica dedicata e quadri regolatori che, nel caso italiano, sono ancora in fase di definizione – mentre altri Paesi mediterranei ed europei, dalla Francia alla Spagna, stanno già fissando obiettivi di capacità offshore galleggiante al 2030.

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