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A Capo Caccia, la vita si nasconde nelle grotte del Cretaceo, tra laghi salati e nuove specie

Capo Caccia
Immagine: Ministero dell'Ambiente

Il viaggio di GreenPlanner alla scoperta delle aree protette italiane arriva a Capo Caccia – Isola Piana, in Sardegna

Per gli appassionati di natura e di mare, le praterie di Posidonia e le pareti ricoperte di gorgonie sono ormai immagini piuttosto familiari del Mediterraneo. Esistono però ecosistemi più misteriosi: quelli ospitati dalle grotte sommerse.

In Italia, ambienti di questo tipo si trovano nell’Area Marina Protetta di Capo Caccia – Isola Piana, nel nord-ovest della Sardegna. Qui, vivono comunità biologiche uniche, perfettamente adattate all’oscurità.

Andando indietro nel tempo

Le imponenti falesie di Capo Caccia raccontano una storia geologica iniziata durante il Cretaceo, quando gran parte dell’attuale Sardegna era sommersa. I sedimenti carbonatici depositati sul fondale si sono lentamente trasformati nelle possenti rocce calcaree che oggi si innalzano per oltre 300 metri sopra il mare.

Nel corso di milioni di anni, l’acqua piovana ha poi scavato la roccia, creando un intricato sistema di gallerie, pozzi e sale sotterranee. Così si è generato un patrimonio formato da oltre un centinaio di grotte, tra cui la celebre Grotta di Nereo, considerata tra le più estese grotte sottomarine del Mediterraneo, ma anche la grotta emersa di Nettuno, che ospita il Lago salato La Marmora ed enormi formazioni stalattitiche.

In tutta l’area sono diffusi fossili di vario genere e tracce delle antiche forme di vita, come ad esempio le impronte lasciate dai bivalvi nella roccia.

Un mondo nascosto

La biodiversità che popola questi luoghi è davvero sorprendente. Le zone d’ingresso delle grotte rappresentano un delicato ambiente di transizione, dove convivono specie tipiche delle pareti rocciose illuminate e organismi esclusivi degli ambienti bui, che interagiscono aumentando la particolarità dell’area.

All’interno delle grotte, l’ambiente si trasforma: la luce diminuisce rapidamente, le correnti si attenuano, la temperatura resta quasi costante e il nutrimento arriva soltanto grazie alle particelle organiche trasportate dall’acqua.

grotta di nettuno
Immagine: Alghero Parks

In queste condizioni estreme non prosperano le alghe, che hanno bisogno della luce per la fotosintesi. Lo spazio lasciato libero viene invece colonizzato da organismi filtratori in grado di catturare minuscole particelle sospese nell’acqua. Le pareti delle grotte diventano così giardini sottomarini.

Molti di questi organismi crescono lentamente e possono vivere per decenni, contribuendo a creare habitat complessi che offrono rifugio a numerose altre specie. Sono particolarmente diffuse le spugne, anche di dimensioni notevoli e molto ramificate.

Accanto alle spugne vivono altri poriferi, gli animali più antichi comparsi sulla Terra. Le pareti delle grotte ospitano anche i serpulidi, piccoli vermi marini che costruiscono caratteristici tubi bianchi di calcare aderenti alla roccia, dai quali fanno spuntare una sorta di minuscolo ventaglio per catturare il plancton trasportato dalle correnti.

Completano questo ecosistema i molluschi litofagi, capaci di scavare lentamente il calcare in cui vivono, insieme a una ricca comunità di piccoli crostacei e altri invertebrati adattati agli ambienti poco illuminati.

Le cavità rappresentano inoltre un rifugio ideale per aragoste, murene e gronghi (grandi pesci dall’aspetto simile alle anguille) che trascorrono il giorno nascosti negli anfratti per uscire a caccia durante la notte. Altri pesci utilizzano infine le grotte come nursery, dove i giovani possono crescere al riparo dai predatori.

Nuove scoperte

Ma non è tutto: negli ultimi anni le esplorazioni portate avanti in questi ambienti hanno continuato a documentare nuove specie, confermando quanto il patrimonio naturale custodito dall’Area Marina Protetta sia ancora in parte inesplorato.

Tra le scoperte più interessanti c’è quella di una specie del genere Gesiella, un minuscolo crostaceo che vive esclusivamente nelle acque sotterranee e nelle grotte sommerse, avvenuta solo pochi mesi fa. Fino a oggi, si credeva che questa specie vivesse solo alle isole Canarie.

Gli studiosi ritengono che gli antenati di questi esemplari siano sopravvissuti alla crisi di salinità del Messiniano, un evento avvenuto oltre 5 milioni di anni fa, quando la chiusura dello Stretto di Gibilterra isolò il Mediterraneo dall’Oceano Atlantico.

Il mare evaporò quasi completamente, trasformandosi in una vasta distesa di bacini salmastri e piane di sale. Quando, milioni di anni dopo, le acque atlantiche tornarono a riempire il bacino, molte specie erano sopravvissute soltanto all’intento di falde e ambienti carsici, proprio come quelli di Capo Caccia.