Home Imprese Sostenibili Plastica: che viaggio fa dopo averla messa nel cassonetto?

Plastica: che viaggio fa dopo averla messa nel cassonetto?

Questa puntata di Pink&Green la dedichiamo al mondo del packaging di plastica, dando la parola a Erica Canaia, Ceo di Fimic, che ci racconta che fine fa un contenitore di plastica una volta usato. Attenzione: riciclato non è sinonimo di riciclabile

“Non basta dire che un prodotto può teoricamente essere riciclato. Dobbiamo arrivare a progettare prodotti che contengano realmente una percentuale di materiale riciclato, con regole chiare, controlli seri e una filiera europea tutelata“: la pensa così Erica Canaia, Ceo di Fimic, azienda italiana che produce macchinari che riciclano la plastica e che, con l’arrivo della giovane Ceo, ha iniziato a esportare in tutto il mondo.

La plastica è un materiale che Canaia conosce bene, tanto da essere nominata Plastics recycling ambassador of the Year 2024 ai Plastics recycling award Europe.

Inoltre, sa anche che viaggio faccia quando noi la buttiamo nel cassonetto: “la plastica non sparisce dal cassonetto – spiega – ma inizia un percorso industriale vero e proprio, fatto di raccolta, selezione, separazione dei materiali, lavaggio, macinazione, filtrazione, estrusione e trasformazione in nuova materia prima“.

Specifichiamo però

Naturalmente, non dobbiamo dire che tutto è riciclabile, o che “tutto funzioni perfettamente – spiega ancora Canaia, che dice chiaramente: “dobbiamo però uscire dalla semplificazione plastica uguale male e iniziare a spiegare cosa succede davvero dopo il cassonetto, perché è lì che si gioca una parte enorme della sostenibilità“.

Fimic sta facendo di tutto perché la corretta cultura del riciclo della plastica sia compreso e si preparino dei professionisti. Con l’ateneo di Padova, infatti, sta progettando un Master che dovrebbe partire con l’inizio del 2027 (vi terremo aggiornati).

Da qui inizia la nostra nuova puntata di Pink&Green, che torna a parlare di plastica, un materiale su cui è fondamentale che ci si comporti in maniera consapevole e civile.

Perché la plastica sappiamo come gestirla e sappiamo anche riciclarla. Ma, come ammette Canaia, il problema è economico e normativo. Oltre che comportamentale.

“Il mercato del riciclato vive una grande pressione – ammette la Ceo – Se il materiale vergine costa meno del materiale riciclato e non ci sono obblighi chiari di utilizzo del riciclato nei nuovi prodotti, molte aziende scelgono il vergine. È comprensibile dal punto di vista economico, ma è pericoloso dal punto di vista ambientale e industriale“.

Ecco il paradosso: “chiediamo ai cittadini di differenziare, chiediamo alle aziende di investire in impianti, ma poi non garantiamo una domanda stabile per il materiale riciclato. La filiera non può reggere solo sulla buona volontà. Serve un mercato vero“.

Solo così gli investimenti industriali avranno il loro ritorno. In attesa del Circular Economy Act che faccia chiarezza e un 2030 che, secondo Canaia, è la data del passaggio chiave, per le nuove normative di imballaggi “più riciclabili e con contenuto riciclato“, gli italiani devono capire che il problema si risolve anche con scelte consapevoli nell’acquisto e nell’uso del packaging.

Leggiamo meglio le etichette per individuare ciò che è prodotto con materiale riciclato e non solo che utilizza un packaging riciclabile. Ed eliminiamo dalla nostra spesa chi fa greenwashing nel mondo del riciclo della plastica.

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