Home Eco Lifestyle Dal ginocchio al tumore: il grasso microframmentato che cura in due direzioni

Dal ginocchio al tumore: il grasso microframmentato che cura in due direzioni

artrosi ginocchio
Immagine da Depositphotos

Mfat, tessuto adiposo microframmentato, nato per curare l’artrosi, mostra ora capacità di veicolare chemioterapici contro tumori difficili da trattare: due applicazioni della stessa tecnologia, agli antipodi della medicina

Uno scaffold biologico pensato per rigenerare una cartilagine consumata dagli anni può, in laboratorio, trasportare un farmaco antitumorale fino a un bersaglio molecolare.

È questo l’aspetto più sorprendente emerso dalla presentazione di Carlo Tremolada, direttore scientifico di Image Regenerative Clinic e ideatore della tecnologia Lipogems, che ha illustrato i risultati dei propri studi clinici sull’impiego del tessuto adiposo umano microframmentato, noto con l’acronimo Mfat – Microfragmented Adipose Tissue.

Cos’è l’Mfat e perché le vescicole extracellulari contano

L’Mfat si ottiene da un prelievo di grasso sottoposto a una frammentazione puramente meccanica, senza alcuna digestione enzimatica: una differenza tecnica che ha conseguenze biologiche rilevanti, perché preserva intatte le strutture cellulari e i segnali che il tessuto è in grado di rilasciare nell’ambiente in cui viene impiantato.

Tra questi segnali un ruolo centrale è occupato dalle vescicole extracellulari (EVs), minuscole particelle rilasciate dalle cellule che trasportano proteine, fattori di crescita e materiale genetico da una cellula all’altra, agendo come veri e propri messaggeri biologici.

Secondo quanto illustrato da Tremolada, le EVs derivate da Mfat sono in grado di mantenere l’equilibrio tra osso e cartilagine, riducendo il riassorbimento osseo e rallentando la degenerazione articolare tipica dell’osteoartrosi.

L’effetto complessivo è quello di una tecnologia capace di modulare l’infiammazione e favorire la rigenerazione tissutale, proponendosi come alternativa a trattamenti più invasivi nei casi in cui la chirurgia protesica non sia ancora necessaria o non sia percorribile.

L’artrosi in Italia: i numeri di una patologia silenziosa

I dati disponibili restituiscono la dimensione di un problema di sanità pubblica più ampio di quanto la percezione comune suggerisca.

Secondo l’indagine Istat ripresa dall’Istituto Superiore di Sanità, artrosi e artrite interessano il 16,4% della popolazione italiana, con una prevalenza che cresce marcatamente con l’età: tra gli over 75, ne soffre il 68,2% delle donne e il 48,7% degli uomini.

A livello europeo, i dati Eular del 2013 stimano una prevalenza dell’11% per l’artrosi di ginocchio e del 24% per quella d’anca nella popolazione adulta.

Non stupisce che l’età media dei pazienti sottoposti a un primo impianto di protesi di ginocchio si attesti, secondo il Registro Italiano ArtroProtesi coordinato dall’Iss, intorno ai 70 anni.

Dalla popolazione anziana agli sportivi: le applicazioni cliniche

È in questo scenario che si inseriscono le applicazioni cliniche dell’Mfat, che secondo quanto presentato da Tremolada riguardano tanto la popolazione anziana quanto sportivi ed ex atleti.

Nel primo caso, l’obiettivo è preservare la funzionalità articolare e la qualità della vita nelle fasi più avanzate dell’età, in una logica di longevity che punta a ritardare la disabilità motoria più che a inseguirne il trattamento tardivo.

Nel secondo, la tecnica minimamente invasiva e ad alto profilo di sicurezza consente un recupero funzionale più rapido e un ritorno all’attività fisica senza i tempi di inattività imposti da un intervento chirurgico.

Un nuovo fronte: l’Mfat come veicolo di farmaci antitumorali

Accanto all’ambito muscoloscheletrico, Tremolada ha presentato risultati inediti su un impiego dell’Mfat distante dalla sua applicazione originaria: quello di sistema di rilascio locale di farmaci antitumorali.

Sia l’Mfat fresco sia la sua versione devitalizzata, indicata con l’acronimo Dmfat, si sono dimostrati capaci di assorbire e rilasciare quantità sostanziali di Paclitaxel (PTX), un chemioterapico di uso comune in oncologia, eliminando efficacemente diverse linee cellulari tumorali umane in vitro.

Il meccanismo alla base è quello della chemioterapia localizzata: anziché immettere il farmaco nel circolo sanguigno, esponendo l’intero organismo alla sua tossicità, lo scaffold di tessuto adiposo lo rilascia gradualmente in prossimità del tumore, mantenendo nel tempo una concentrazione efficace nella sede più critica.

Il dato che gli studi definiscono più inatteso è che questa capacità si mantiene anche nella versione devitalizzata del tessuto, a indicare che non sono le cellule vive a garantire l’effetto, ma la struttura stessa dello scaffold.

Come ha sintetizzato Tremolada, l’Mfat rappresenta uno scaffold naturale innovativo in grado di essere caricato e rilasciare farmaci antitumorali, offrendo nuove opzioni terapeutiche per tumori oggi difficili da trattare.

Il passaggio dall’osteoartrosi all’oncologia mostra come la stessa piattaforma tecnologica, nata per un’esigenza ortopedica, possa aprire strade di applicazione in campi distanti tra loro.

Resta da colmare la distanza che separa i risultati in vitro dalla pratica clinica su pazienti oncologici, un passaggio che richiederà protocolli standardizzati di produzione del tessuto e studi clinici dedicati prima di poter parlare di una reale opzione terapeutica disponibile.

Crediti immagine: Depositphotos

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