In Europa oltre dieci milioni di tonnellate di mobili diventano rifiuto ogni anno e solo il 10% viene riciclato. Controprogetto, Algranti Lab e Redolab dimostrano che in Italia l’artigianato del riuso è già una filiera concreta
Nell’Unione europea i rifiuti di mobili superano i dieci milioni di tonnellate l’anno, oltre il 4% del flusso urbano: tra l’80 e il 90% finisce in discarica o in inceneritore, mentre solo un decimo viene riciclato.
Un comparto che occupa un milione di persone in 130.000 imprese, per oltre cento miliardi di fatturato, resta dunque lontano dalla circolarità. L’Italia si sta attrezzando: nel settembre 2024 è nato il Consorzio nazionale sistema arredo, promosso da FederlegnoArredo, primo passo verso uno schema di responsabilità estesa del produttore.
Sotto la soglia dei grandi numeri, però, una filiera del riuso esiste già: minuta, capillare, fatta di laboratori che intercettano la materia prima che diventi rifiuto. Ne abbiamo scelti tre, esemplari di un fenomeno diffuso lungo tutta la penisola.
La filiera italiana del recupero di rifiuti d’arredo
Ad Algranti Lab, storico laboratorio milanese fondato nel 1997 e diretto da Pietro Algranti, il principio guida è lasciare il materiale il più possibile prossimo a come lo si ritrova.
Bancali, assi da ponte, lamiere, grondaie e lastre di rame diventano tavoli, cucine, lampade, specchi.

Il processo comincia con lo sguardo, dice Algranti: “Il mio è un lavoro piuttosto contemplativo: alcune lastre sono più complesse di altre, magari sono piene di crome differenti, o hanno geometrie particolari, oppure sono molto corrugate e tridimensionali e quindi hanno bisogno di un’osservazione lunga e attenta. Mi piace rispettare la natura della materia con cui lavoro e questo tempo di osservazione è fondamentale“.
A Milano opera anche Controprogetto, falegnameria e studio di design nata dall’incontro fra il restauro e la progettazione, dove il legno di recupero si affianca a ferro, cemento, resine e pietra.

Daniele Corsi traduce così il paradigma cradle to cradle: “Non è tanto un’etichetta quanto un modo di lavorare: significa evitare lo spreco e conservare il più possibile il valore del materiale lungo tutto il processo.
Non parliamo tanto di riciclo quanto di riutilizzo: il legno non viene ridotto a materia prima da ricreare, ma continua la sua storia assumendo una forma diversa. Ci piace pensare al legno come alla Fenice: non rinasce perché è stato distrutto, ma perché riesce a trasformarsi senza perdere la propria identità“.
A Marghera, alle porte di Venezia, Redolab recupera dalle aziende del territorio i materiali destinati allo smaltimento.

Enzo Agresti indica con lucidità il collo di bottiglia dell’intero sistema: “Non esiste ancora una rete capillare di banche del materiale o centri di stoccaggio strutturati per il legno da demolizione. L’approvvigionamento per noi artigiani è spesso frutto di relazioni personali, intuizioni e ricerca diretta sul territorio, il che rende difficile programmare grandi volumi“.
Tre botteghe, un’unica evidenza: il rifiuto non è un destino ma una categoria progettuale e la domanda di arredi rigenerati cresce.
È qui che l’economia circolare smette di essere un’astrazione contabile e torna gesto quotidiano: il principio cradle to cradle, che elimina in partenza l’idea di scarto, vive già nei laboratori artigiani italiani prima ancora che nelle norme.
Serve ora l’infrastruttura normativa e logistica capace di moltiplicarne la scala.
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Alfredo Fusco: architetto, ha fatto della integrazione uomo-ambiente la bussola con la quale orientare la (ri)evoluzione del suo lavoro attorno ai rami dell'etica ambientale e dello sviluppo sostenibile. Si è diplomato in Etica e Sostenibilità ambientale a Roma | Linkedin












