A Brezzo di Bedero, nelle gallerie costruite per la guerra, le viole da gamba di Paolo Pandolfo e Amélie Chemin hanno dato voce a un concerto per la pace. Dietro l’iniziativa ci sono Felix Karrer e Catharina Cassée, due svizzeri innamorati di questo angolo del Lago Maggiore, e Sofia Kushniruk, musicista ucraina fuggita dalla guerra. Una storia che dimostra come anche un piccolo gesto culturale possa diventare una forma di resistenza alla rassegnazione
“Dobbiamo essere abbastanza testardi da non perdere la speranza“. Forse è questa frase pronunciata da Felix Karrer a spiegare meglio di qualsiasi programma musicale ciò che è accaduto sabato 22 agosto a Brezzo di Bedero (provincia di Varese).
Perché il concerto organizzato all’interno delle gallerie della Linea Cadorna, grazie anche all’amministrazione locale che è guidata dal sindaco Daniele Boldrini, non è stato semplicemente un appuntamento di musica antica.
È stato un piccolo, ostinato gesto politico nel significato più nobile della parola: un modo per dire che di fronte alle guerre che tornano a occupare il nostro presente non possiamo limitarci a diventare spettatori.
E il luogo scelto per dirlo non poteva essere più simbolico: la Linea Cadorna è lì a ricordarci che anche le montagne del varesotto furono scavate, fortificate, preparate alla possibilità di un conflitto.
Trincee, postazioni, gallerie militari che per decenni abbiamo osservato come reperti di un passato europeo che pensavamo definitivamente superato. Non è così, purtroppo.
Da Zurigo a Brezzo di Bedero, una passione diventata progetto culturale
A immaginare che quelle gallerie – sempre ben tenute dal gruppo di volontari locali “Noi della Cadorna” – potessero trasformarsi in una sala da concerto è stato Felix Karrer, 84 anni, regista di documentari che ha lavorato per la Televisione Svizzera, insieme alla moglie Catharina Cassée, 80 anni, già docente presso l’Università di Scienze Sociali e titolare di un istituto dedicato all’assistenza all’infanzia e agli adolescenti.
La loro residenza principale è a Zurigo, ma Brezzo di Bedero è diventato negli anni molto più di una seconda casa. Qui tornano spesso, stanno ristrutturando una vecchia abitazione nel centro del paese e, soprattutto, hanno trovato un paesaggio del quale continuano a dichiararsi innamorati.
Dalla loro casa, racconta Karrer, si gode una vista di una bellezza “semplicemente paradisiaca“. È proprio da questa casa e dal suo grande giardino che è cominciata l’avventura di Cultura nel Verde.
L’idea iniziale era semplice: perché tenere un giardino così grande soltanto per sé? Meglio aprirlo, una o due volte l’anno, al pubblico e farne un luogo di incontro attraverso la musica.
Da quel gesto di condivisione domestica è nato progressivamente qualcosa di più ampio. Insieme al Comune di Brezzo di Bedero, all’associazione Sotto la Canonica e al Gruppo Noi della Cadorna, la musica è entrata anche nelle fortificazioni.
Nel 2024 il primo concerto nella galleria con il gruppo svizzero Katze Steffan. Nel 2025 l’incontro con un coro ucraino di Lucerna e Sofia Kushniruk. Nel 2026, infine, le viole da gamba di Paolo Pandolfo e Amélie Chemin.
Negli ultimi due anni, però, il progetto ha acquisito una motivazione ulteriore: dare un segnale di pace.
Due viole da gamba contro il rumore delle armi
Poi sono arrivate le viole da gamba. Paolo Pandolfo e Amélie Chemin, interpreti di fama internazionale, hanno portato nella particolare sala da concerto della Linea Cadorna Flow our Tears, un progetto che guarda alla musica antica per interrogare il presente.
Pandolfo è uno dei nomi di riferimento internazionale della viola da gamba. Allievo di Jordi Savall, ha fatto parte dell’Hespèrion XX e ha poi insegnato alla Schola Cantorum Basiliensis di Basilea, contribuendo a riportare questo antico strumento dentro una dimensione contemporanea.
La viola da gamba, del resto, sembra quasi costruita per un luogo come questo. Non invade lo spazio. Non cerca la potenza. Ha un suono intimo, profondo, a tratti vicinissimo alla voce umana. E nella galleria militare di Brezzo di Bedero questa fragilità sonora è diventata paradossalmente una forza.
Flow our Tears rimanda al mondo musicale di John Dowland, compositore inglese vissuto tra Cinquecento e Seicento, in un’Europa tutt’altro che pacificata. Guerre, conflitti religiosi, instabilità politica appartenevano anche al suo tempo. Secoli dopo quelle note tornano a parlarci.
Dalla guerra alla pace: cambiare il significato dei luoghi
Karrer lo ha ricordato prima del concerto passando in rassegna Ucraina, Gaza, Sudan, Myanmar, Iran. Davanti alla violenza del mondo, ha detto in sostanza, è facile sentirsi impotenti.
Nessun concerto fermerà una guerra. Due viole da gamba non fermeranno i carri armati e una canzone ucraina non ricostruirà le città distrutte. Ma la cultura può fare qualcosa che non è affatto irrilevante: impedirci di abituarci alla guerra.
Può continuare a ricordarci che la violenza non è inevitabile, che nessuna dittatura dura per sempre e che nessun odio deve essere considerato insuperabile.












