Home Energy and Mobility Idrogeno europeo: l’Europa ha gli elettrolizzatori ma non i progetti finanziabili

Idrogeno europeo: l’Europa ha gli elettrolizzatori ma non i progetti finanziabili

idrogeno verde
Immagine da Depositphotos

Il report Europe Hydrogen dell’Energy Industries Council fotografa una filiera europea con capacità industriale sufficiente, ma investimenti fermi: solo 3 dei 31 GW di progetti pianificati al 2030 hanno raggiunto la decisione finale di investimento. L’Italia, con una gigafactory in costruzione e un nuovo meccanismo d’asta, si muove sullo stesso crinale

Su 31 gigawatt di capacità elettrolitica pianificata in Europa entro il 2030, appena 3 hanno superato la soglia della decisione finale di investimento (Final Investment Decision, Fid).

È il dato che apre il report Europe Hydrogen, pubblicato dall’Energy Industries Council (Eic), l’associazione di categoria che riunisce le imprese della filiera energetica a livello globale. Il documento restituisce un’industria degli elettrolizzatori pronta a produrre, ma con ordini insufficienti a saturarne gli impianti.

Una capacità produttiva che avanza più veloce della domanda

Secondo l’Eic, la capacità massima di manifattura di elettrolizzatori in Europa si attesta oggi a 8,49 GW l’anno. Il numero include un impianto Topsoe in Danimarca da 500 MW attualmente in stand-by e non conteggia i produttori minori con capacità non dichiarata.

La Commissione europea, nell’ambito della strategia RePowerEu, punta a 40 GW di capacità installata e a 20 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile disponibili al 2030, dieci prodotte internamente e dieci importate.

La piattaforma EicDataStream ha censito 624 progetti annunciati dal 2020 a oggi tra produzione, gasdotti, stoccaggio e infrastrutture connesse. Di questi, 59 risultano operativi e 74 sono già stati cancellati.

Quasi la metà del resto è ferma alla fase di fattibilità, un altro 15% è sospeso. L’idrogeno verde domina le proposte con 395 progetti, seguito a distanza dai gasdotti con 57 iniziative – molte delle quali, anch’esse, bloccate a monte del cantiere.

L’Italia tra strategia nazionale e primi bandi d’asta

L’Italia ha fissato nella Strategia Nazionale Idrogeno del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase) un obiettivo di 5 GW di capacità di elettrolisi installata entro il 2030.

Sul fronte manifatturiero, l’Investimento 5.2 del Pnrr – 450 milioni di euro di dotazione – punta a portare la produzione nazionale di elettrolizzatori a 1 GW l’anno entro giugno 2026, un traguardo sostenuto in particolare dalla gigafactory che De Nora e Snam stanno realizzando a Cernusco sul Naviglio, che dovrebbe arrivare a 2 GW di capacità entro il 2030.

Il nodo del finanziamento dei progetti a valle, quello che secondo l’Eic frena l’intera Europa, è lo stesso su cui il Mase ha appena mosso un passo concreto: un meccanismo d’asta con un plafond di 400 milioni di euro l’anno, attivo dal 2026 al 2029, che punta a una capacità produttiva fino a 200.000 tonnellate annue di idrogeno e assegna le risorse in base al ribasso offerto sul prezzo massimo a base d’asta.

Le gare, con cadenza almeno semestrale, rappresentano il primo tentativo italiano di offrire ai developer quella certezza di ricavo che finora è mancata quasi ovunque in Europa.

A completare il quadro infrastrutturale, il Tyndp 2026 di Entso-E ed Entsog indica nel corridoio di importazione da Algeria e Tunisia verso la Penisola la rotta più rilevante nel breve-medio periodo, con Terna e Snam tra i soggetti che hanno guidato i relativi gruppi di lavoro.

Regno Unito, Germania, Spagna e Scandinavia a velocità diverse

Il Regno Unito possiede la pipeline nazionale più ampia d’Europa, con 130 progetti proposti, ma solo l’8% è in costruzione o in attesa di avviarla e il 21% risulta sospeso.

L’Eic stima che il Paese arriverà a 3,66 GW di capacità elettrolitica al 2030, oltre un gigawatt sotto il target governativo di 5 GW. I ritardi nel secondo Hydrogen Allocation Round e l’assenza di una strategia aggiornata pesano sulla visibilità degli sviluppatori.

La Germania mostra l’avanzamento più solido tra i mercati principali: dei suoi 87 progetti proposti, il 23% è in costruzione o in attesa. La Hydrogen Core Network da 9.000 chilometri, insieme ai collegamenti per l’import, potrebbe trasformare il Paese nell’hub della domanda europea, anche se il report segnala il rischio che le importazioni non crescano abbastanza in fretta da coprire i consumi previsti.

La Spagna conta 54 progetti proposti e risorse rinnovabili abbondanti, ma il 60% resta fermo alla fase di fattibilità.

La Scandinavia ne ha 76, con il 18% in costruzione e il 17% sospeso; i piani di esportazione della regione dipendono in larga parte dai gasdotti verso la Germania e gli altri poli industriali continentali.

Il vero collo di bottiglia arriva dopo l’annuncio

L’Eic stima che l’intera pipeline europea valga circa 72 GW di capacità elettrolitica e 269 miliardi di dollari di capitale, cifre che misurano il potenziale complessivo e non la spesa effettivamente impegnata.

Finché le Final Investment Decision non accelerano, i produttori di elettrolizzatori restano con libri ordini deboli: il report colloca al 2027-2028 la fase di mercato più sovraofferto, con una possibile stretta manifatturiera solo dal 2029, e comunque condizionata a un’impennata delle decisioni di investimento.

È in questo scenario che sei tra i principali produttori – Itm Power, John Cockerill, Nel, Sunfire, Thyssenkrupp e Topsoe – hanno costituito a febbraio la coalizione Electrolysers4Europe, con l’obiettivo dichiarato di sollecitare una domanda strutturata, una regolazione più chiara e finanziamenti mirati.

La richiesta di fondo riguarda meno la tecnologia e più gli strumenti contrattuali: senza accordi di offtake di lungo periodo, i progetti non offrono a finanziatori e investitori la certezza di ricavo necessaria a sbloccare i cantieri, e la capacità produttiva installata continuerà a superare quella realmente utilizzata.

Crediti immagine: Depositphotos

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