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Perché le bonifiche ambientali in Italia rendono più delle costruzioni, ma restano ferme al palo

bonifiche ambientali
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Bonifiche ambientali in Italia: i dati dell’analisi del Laboratorio Ref Ricerche raccontano una filiera solida, ma bloccata da autorizzazioni frammentate, dati assenti e finanza discontinua. La proposta è un’agenda unica per il settore

Chi immagina le bonifiche ambientali come un comparto marginale, sorretto solo dagli obblighi di legge, dovrebbe guardare ai numeri che il Laboratorio Ref Ricerche ha messo in fila nel suo ultimo position paper Bonifiche: un’agenda di policy per lo sviluppo del mercato.

Le imprese del settore generano un valore aggiunto medio per addetto di circa 72mila euro, una cifra che supera nettamente quella delle costruzioni, ferma a 37.500 euro. Il margine operativo lordo (Ebitda, Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization) si attesta all’11,6%, con una redditività definita omogenea tra operatori di dimensioni molto diverse.

Il ritorno sul capitale proprio (Roe, Return on Equity) sale al 22,2%, un livello che il paper giudica significativamente superiore a quello delle costruzioni, ferme al 13,5%.

A completare il quadro c’è una posizione finanziaria netta sul patrimonio pari a -0,03: le imprese si autofinanziano, soprattutto quelle più piccole, segno tanto di solidità quanto – secondo Laboratorio Ref Ricerche – di difficoltà nell’accesso al credito per gli operatori minori.

Numeri che stridono con la realtà dei cantieri. Il territorio italiano conta un numero elevato di siti contaminati o in attesa di accertamento, e secondo il Laboratorio Ref Ricerche il potenziale economico del comparto supera di gran lunga quanto realizzato finora.

Il problema, insomma, non è industriale. È tutto ciò che sta tra la domanda di risanamento e la sua trasformazione in cantieri veri.

I colli di bottiglia di una filiera che non decolla

L’analisi individua nella burocrazia autorizzativa il primo ostacolo. Le procedure passano attraverso Conferenze di servizio che, pur nate per tutelare salute pubblica e ambiente, finiscono per produrre pareri discordanti e sovrapposizioni tra enti.

Anche una variante tecnica minore, emersa a lavori in corso, richiede nuovi passaggi autorizzativi: i tempi si allungano e, per chi investe, l’incertezza pesa quanto un costo diretto.

A complicare le cose c’è la distribuzione delle competenze. La gestione dei procedimenti ricade spesso sui Comuni, che secondo gli autori non sempre dispongono delle risorse tecniche per istruire pratiche complesse.

Questo deficit si riflette a cascata sull’innovazione: davanti a strumenti tecnologici sempre più efficaci, la Pubblica Amministrazione tende a preferire soluzioni consolidate, per timore di contenziosi o per assenza di criteri di valutazione condivisi.

Gli appalti, costruiti su progetti chiusi che lasciano poco spazio a proposte migliorative, finiscono per disincentivare gli investimenti privati in ricerca e brevetti – alimentando una dipendenza dalle tecnologie estere che il settore, da solo, non può correggere.

C’è poi il nodo dei materiali di scarto. Le bonifiche generano volumi ingenti di rifiuti e la scarsità di impianti sul territorio spinge non di rado verso lo smaltimento transfrontaliero, un’opzione che il paper definisce meno sostenibile ma spesso più rapida sul piano burocratico.

Investire nell’impiantistica nazionale e semplificare il recupero di materia, sostiene il Laboratorio Ref Ricerche, resta una condizione necessaria per invertire la rotta.

Il vuoto informativo che frena la programmazione

Manca poi un tassello che dovrebbe essere scontato: la conoscenza del fenomeno. Le banche dati nazionali tracciano solo i procedimenti già avviati, lasciando fuori l’insieme dei siti potenzialmente contaminati, ma non ancora indagati.

Non esiste un database unico su costi, tempi e parametri fisico-economici degli interventi e questa lacuna impedisce sia la programmazione industriale sia il monitoraggio delle prestazioni amministrative – due funzioni che, in un mercato maturo, dovrebbero viaggiare insieme.

Anche il sostegno finanziario pubblico ha mostrato i suoi limiti strutturali. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) ha impresso una spinta straordinaria al settore, ma resta appunto una parentesi temporanea: i progetti di bonifica richiedono capitali iniziali consistenti a fronte di ritorni economici che si materializzano solo nel lungo periodo, un profilo che la finanza a bando fatica strutturalmente ad accompagnare.

Le proposte: un’agenda unica per autorizzazioni, dati e finanza

Di fronte a questo scenario, il Laboratorio Ref Ricerche non si limita a diagnosticare i problemi. Propone un sistema autorizzativo orientato ai risultati, con un’amministrazione responsabile del coordinamento di ogni procedimento e iter semplificati – sostenuti dalla digitalizzazione – per le varianti non sostanziali.

A questo si affiancherebbe un rafforzamento del coordinamento tra Ministero, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (Snpa), Regioni ed enti locali, con linee guida condivise e un repertorio nazionale delle decisioni tecniche già validate, utile a ridurre le difformità valutative tra territori.

Sul fronte tecnologico, il paper immagina un sistema nazionale per la sperimentazione, basato su protocolli condivisi per le prove pilota e su partenariati stabili tra imprese, università e centri di ricerca attraverso siti dimostrativi dedicati.

Per i materiali di scarto, la ricetta è una conoscenza strutturata dei flussi che indirizzi gli investimenti impiantistici verso i deficit reali del territorio, con certezza normativa sul recupero di materia.

Il perno di tutto resterebbe però un’infrastruttura nazionale della conoscenza: una piattaforma digitale interoperabile con i registri regionali, alimentata in modo continuo dalle amministrazioni.

Sul piano finanziario, il paper distingue tre categorie di intervento con logiche differenti. Per i siti orfani, privi di un responsabile individuabile e senza prospettiva di valorizzazione, resta necessario il finanziamento pubblico permanente.

Per le aree con potenziale economico ma non ancora finanziabili, il sostegno pubblico dovrebbe assumere un ruolo abilitante – garanzie, fondi rotativi, finanziamenti agevolati.

Per gli interventi collegati a operazioni con ritorni economici, il capitale privato potrebbe coprire la quota prevalente dell’investimento, a condizione che destinazione d’uso, quadro autorizzativo e responsabilità siano definiti a monte.

Oltre l’adempimento: le bonifiche come politica industriale

Il documento insiste su un punto che va oltre le singole misure: la necessità di investire sulla capacità della Pubblica Amministrazione, attraverso formazione continua, attrazione di figure specializzate – ingegneri, geologi, chimici – e nuclei tecnici regionali o sovracomunali a supporto degli enti con meno risorse interne.

È un passaggio che condiziona l’efficacia di ogni altra proposta dell’agenda, perché senza competenze pubbliche adeguate anche il miglior quadro normativo resta lettera morta.

L’indicazione più ambiziosa riguarda però l’integrazione delle bonifiche nelle politiche di sviluppo del territorio, superando la separazione tradizionale tra procedimento ambientale, pianificazione urbanistica e progetto di riuso.

Le aree recuperate, suggerisce il Laboratorio Ref Ricerche, andrebbero destinate preferibilmente a funzioni legate alla transizione energetica e all’economia circolare – un salto che sposterebbe le bonifiche dal registro degli adempimenti a quello della programmazione industriale vera e propria, con una filiera più coesa e una voce unitaria verso le istituzioni capace di misurare, e non solo dichiarare, i risultati generati.

Crediti immagine: Depositphotos

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