Home News Ghiacciai: allerta sulle Alpi dove sta cambiando un intero ecosistema

Ghiacciai: allerta sulle Alpi dove sta cambiando un intero ecosistema

ghiacciaio della marmolada
Immagine da Depositphotos

Il ritiro dei ghiacciai è uno degli indicatori più evidenti della crisi climatica, ma le ricerche più recenti mostrano che ciò che accade in alta quota va ben oltre la perdita di ghiaccio. Cambiano il paesaggio, la biodiversità, le relazioni tra piante e impollinatori e persino la circolazione dei patogeni. Intanto sul Monte Rosa nasce la stazione Gnss più alta d’Europa, destinata a osservare con continuità questa trasformazione

Quando parliamo di ghiacciai che arretrano, la prima immagine è inevitabilmente quella di una massa bianca che si assottiglia e lascia spazio alla roccia. Oggi, tuttavia, la scienza ci invita ad allargare lo sguardo.

Un ghiacciaio non è soltanto una riserva d’acqua o un termometro del clima: intorno al ghiaccio si organizza un sistema ecologico complesso. E quando il ghiaccio scompare, quel sistema comincia a riscriversi.

Tre recenti filoni di ricerca sulle Alpi permettono di leggere questa trasformazione da prospettive molto diverse. Il primo riguarda la capacità di alcuni ghiacciai, apparentemente meno spettacolari, di diventare rifugi climatici per piante e animali.

Il secondo mostra che il ritiro glaciale può modificare persino le relazioni tra api domestiche e selvatiche e la potenziale trasmissione di patogeni. Il terzo porta la tecnologia a 4.556 metri di quota, sulla Capanna Regina Margherita del Monte Rosa, per misurare con sempre maggiore precisione ciò che sta accadendo.

Quando il ghiaccio si nasconde sotto le pietre

Una delle indicazioni più interessanti arriva da uno studio dell’Università Statale di Milano e del Muse-Museo delle Scienze di Trento, pubblicato su Ecography.

La ricerca sposta l’attenzione sui ghiacciai di pietra, o rock glaciers, e sui ghiacciai neri, ricoperti in larga parte da detriti rocciosi. Ambienti che possono sembrare marginali rispetto alle grandi distese glaciali, ma che potrebbero diventare preziosi alleati della biodiversità alpina.

Le pietre, infatti, funzionano come una coperta termica: schermano il ghiaccio, ne rallentano la fusione e contribuiscono a mantenere microclimi più freddi e umidi rispetto alle zone circostanti. In un ambiente alpino che si riscalda, pochi gradi di differenza possono decidere la possibilità di sopravvivenza di una specie.

La forza dello studio sta anche nella sua dimensione: 13 anni di campionamenti, 471 punti distribuiti sulle Alpi italiane e 209 specie analizzate, tra piante vascolari e artropodi, come coleotteri carabidi e ragni.

I ricercatori hanno individuato 43 specie definibili come losers, cioè penalizzate dall’aumento delle temperature. Ma per il 21% di queste la presenza di ghiaccio sepolto riesce ad attenuare significativamente gli effetti negativi del riscaldamento.

Sono state definite buffered losers: specie climaticamente perdenti che trovano però in questi particolari ambienti una possibilità di resistenza locale.

Il dato cambia anche il modo in cui dovremmo pensare alla tutela delle montagne. Non basta osservare dove il ghiaccio scompare: occorre individuare e mappare dove riesce a resistere e quali nicchie climatiche è ancora capace di mantenere.

Ghiacciai neri e rock glaciers diventano così infrastrutture naturali di adattamento, da considerare nelle future strategie di conservazione della biodiversità alpina.

Il ghiacciaio arretra e arrivano nuove relazioni ecologiche

C’è poi un effetto meno intuitivo. Dove il ghiacciaio si ritira nasce progressivamente un nuovo ecosistema: prima rocce nude e vegetazione pioniera, poi comunità vegetali sempre più articolate e, con il passare del tempo, ambienti maturi fino alla formazione di boschi.

È proprio questa successione ecologica a essere diventata il laboratorio naturale di una ricerca dell’Università Statale di Milano pubblicata su Oikos.

Nell’area proglaciale del Mont Miné, nella Val d’Hérens, nel Canton Vallese svizzero, i ricercatori hanno studiato come il cambiamento del paesaggio conseguente al ritiro del ghiaccio possa modificare le interazioni tra api domestiche, api selvatiche e piante e, quindi, anche le possibilità di trasmissione di agenti patogeni.

Sono stati ricercati cinque patogeni – tre virus, un microsporidio e un protozoo – nelle api da miele e nelle api selvatiche. Tutti sono risultati presenti nelle api domestiche, mentre soltanto due sono stati rilevati nelle selvatiche. Per uno dei virus sono stati inoltre individuati ceppi differenti nei due gruppi.

La spiegazione potrebbe risiedere anche nel modo diverso in cui gli impollinatori utilizzano i fiori. Le api domestiche tendono a concentrarsi su un numero limitato di specie vegetali, poco frequentate dalle selvatiche: una separazione che riduce il contatto indiretto attraverso i fiori e quindi le opportunità di trasmissione delle malattie.

Ma il paesaggio non rimane immobile. Con il passare degli anni, la scomparsa del ghiaccio rende la vegetazione più ricca e complessa. E proprio nelle aree proglaciali più mature lo studio ha osservato un aumento dell’abbondanza di uno dei virus considerati.

È un segnale che apre una nuova domanda scientifica: la successione ecologica innescata dal ritiro dei ghiacciai potrebbe aumentare, in futuro, le occasioni di contatto tra impollinatori domestici e selvatici?

Non significa che il ritiro glaciale provochi automaticamente epidemie tra le api. Significa però che la crisi climatica modifica anche le reti ecologiche attraverso cui specie, piante e patogeni entrano in relazione.

Ed è un aspetto particolarmente importante considerando che gli impollinatori sono già sottoposti alla pressione combinata di pesticidi, perdita degli habitat, cambiamento climatico e malattie.

Sul Monte Rosa il ghiacciaio entra nell’era del monitoraggio continuo

Per capire trasformazioni così rapide servono però dati altrettanto continui. Da qui l’importanza della nuova infrastruttura realizzata dal Politecnico di Torino alla Capanna Regina Margherita, a 4.556 metri sul Monte Rosa: una stazione permanente Gnss, comunemente indicata come Gps, che è la più alta d’Europa e che permetterà di raccogliere dati ininterrottamente in uno degli ambienti alpini più estremi.

L’installazione rientra nel progetto di ricerca Mohycam, dedicato allo studio dei sistemi di monitoraggio del territorio alpino e dei dissesti, fenomeni che possono essere strettamente collegati al ritiro dei ghiacciai e all’aumento delle temperature.

Il progetto coinvolge Politecnico di Torino, Politecnico di Milano, Università di Milano e Comune di Macugnaga.

La stazione è stata progettata per funzionare in autonomia grazie a pannelli solari e batterie tampone controllate da remoto, mentre i dati vengono trasmessi in tempo reale al laboratorio di Topografia del Politecnico di Torino.

Per resistere alle condizioni estreme dell’alta quota è stata sviluppata anche una strumentazione specifica derivata da esperienze maturate in Antartide.

E soprattutto, il Gnss non lavorerà da solo. Il progetto prevede un sistema multi-sensore, nel quale le osservazioni della stazione saranno integrate con rilievi Uav, immagini aeree e dati satellitari.

È forse questa la fotografia più efficace del nuovo modo di studiare i ghiacciai: satelliti nello spazio, droni, sensori a terra, dati meteorologici e osservazioni biologiche che cominciano a dialogare tra loro.

Il futuro delle Alpi si misura anche dopo il ghiaccio

Le tre ricerche ci consegnano quindi un messaggio importante. Il ritiro dei ghiacciai non finisce nel punto in cui termina il ghiaccio.

Dietro la linea bianca che arretra cambia la stabilità dei versanti, nasce nuovo suolo, arrivano piante, si modificano le comunità animali e vengono ridisegnate le reti ecologiche.

Alcune specie perdono il proprio habitat, altre conquistano nuovi spazi; alcune trovano negli ultimi lembi di ghiaccio protetti dalle rocce un rifugio temporaneo.

Per questo monitorare i ghiacciai oggi significa sempre meno limitarsi a misurarne superficie e spessore e sempre più osservare che cosa accade all’intero ecosistema alpino mentre il ghiaccio scompare.

Crediti immagine: Depositphotos

Condividi: