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Biomateriali naturali per ricostruire la biodiversità sommersa di Bergeggi

Corallo e biomateriale solidificato
Immagine di IiT e Università degli Studi di Milano-Bicocca

Nell’Area Marina Protetta Isola di Bergeggi prende forma un progetto che mette insieme Istituto Italiano di Tecnologia, Comune, Legambiente e Università di Milano-Bicocca. L’obiettivo è ambizioso: utilizzare nuovi biomateriali biodegradabili per restaurare habitat coralligeni e aiutare specie come la madrepora a cuscino e la gorgonia rossa a riconquistare i fondali. Una sperimentazione che potrebbe diventare un modello per altre aree marine italiane e mediterranee

Un’Area Marina Protetta non deve essere soltanto un luogo nel quale vietare o limitare le attività che possono danneggiare il mare. Può diventare anche un laboratorio a cielo aperto – o meglio, sott’acqua – nel quale sperimentare come riparare gli ecosistemi già compromessi.

È questa la direzione che sta prendendo l’Area Marina Protetta Isola di Bergeggi, piccolo ma prezioso scrigno di biodiversità del Mar Ligure grazie a un progetto coordinato dall’Istituto Italiano di Tecnologia (IiT), Comune, Legambiente e Università di Milano-Bicocca.

Intorno al cono calcareo dell’isola si incontrano fondali coralligeni, praterie di Posidonia oceanica, pareti rocciose, falesie, grotte e piccole insenature. La stessa Area Marina Protetta individua tra le proprie finalità non soltanto la conservazione della biodiversità, ma anche il recupero ambientale, la ricerca scientifica, il monitoraggio e lo sviluppo di forme di turismo compatibili con la tutela degli ecosistemi.

Ed è proprio qui che in questi mesi estivi ha preso avvio una sperimentazione interessante: usare biomateriali sostenibili e biodegradabili per favorire il ripristino degli habitat marini e il ritorno di alcune specie fondamentali per la biodiversità.

Un ecosistema piccolo, ma sorprendentemente ricco

Per capire il valore dell’esperimento bisogna prima guardare sotto la superficie. La Zona Speciale di Conservazione Fondali Noli-Bergeggi comprende praterie di Posidonia oceanica e formazioni a coralligeno.

Le praterie presenti tra Noli, Spotorno e Bergeggi hanno però subito nel tempo fenomeni di frammentazione e regressione, attribuiti anche alle trasformazioni della linea di costa avvenute nel secolo scorso.

La biodiversità cambia poi rapidamente con la profondità e con la conformazione dei fondali. Le pareti rocciose dell’isola esposte verso il mare aperto ospitano popolamenti tipici del coralligeno, mentre le grotte costituiscono rifugi per corvine, aragoste, crostacei, molluschi e numerose specie di spugne, briozoi e altri organismi.

La Grotta Marina di Bergeggi è forse l’esempio più affascinante di questa complessità. La progressiva diminuzione della luce, il diverso ricambio dell’acqua, la sedimentazione e le variazioni di salinità creano microambienti differenti a pochi metri di distanza.

Non a caso la grotta è oggetto di monitoraggi scientifici che possono contare su una serie storica iniziata addirittura nel 1986. Bergeggi, dunque, possiede una caratteristica preziosa per la ricerca: concentra in uno spazio relativamente ristretto habitat molto diversi tra loro.

E questo permette a un’Area Marina Protetta di trasformarsi da semplice presidio di conservazione in luogo di sperimentazione del restauro ecologico.

Il biomateriale che indurisce sott’acqua

Il nuovo progetto nasce dal Protocollo d’Intesa sottoscritto tra l’Istituto Italiano di Tecnologia e l’Area Marina Protetta Isola di Bergeggi e coinvolge anche Legambiente e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Il cuore della sperimentazione è una tecnologia sviluppata dai ricercatori dell’unità Smart Materials dell’IiT insieme al gruppo di biologi marini della Bicocca guidato da Simone Montano e Paolo Galli.

Si tratta di biomateriali di origine naturale, realizzati a partire da oli vegetali e componenti capaci di mimare la composizione delle rocce marine. La soluzione è composta da due parti modellabili: quando vengono mescolate direttamente sott’acqua, induriscono in circa venti minuti, aderendo alla roccia.

Ed è proprio questa proprietà a renderle interessanti per il restauro ecologico. Il materiale può infatti diventare una sorta di supporto attraverso il quale ancorare nuovamente alla roccia organismi danneggiati o distaccati, evitando l’impiego di materiali convenzionali potenzialmente meno compatibili con l’ambiente marino.

Tra le specie sulle quali si concentrerà l’attenzione ci sono la madrepora a cuscino (Cladocora caespitosa) e la gorgonia rossa (Paramuricea clavata), organismi che contribuiscono alla complessità tridimensionale degli habitat e offrono rifugio e substrato ad altre forme di vita.

Non si tratta quindi semplicemente di “incollare” un organismo alla roccia. L’obiettivo è molto più interessante: ricreare le condizioni perché una comunità biologica possa progressivamente ricostituirsi.

goletta verde
da sinistra a destra: Giampaolo Giamello – Consigliere Comunale di Bergeggi, Nicoletta Rebagliati – Sindaca Comune di Bergeggi, Davide Virzi – Direttore Area Marina Protetta Bergeggi, Matteo Musso – Presidente Legambiente Savona, Leonardo Bilello – Rappresentante AccoSub Casale Monferrato, Costanza Algieri – PhD Student Smart Materials IiT, Despoina Kossyvaki – Scientific Project Manager Technologies for Sustainability Flagship IiT, Fabrizio Tubertini – Head of Industrial Partnerships and Licensing IiT, Rappresentante Capitaneria di Porto

Dalla protezione al restauro

È questo probabilmente l’aspetto più innovativo dell’esperimento di Bergeggi. Per decenni la conservazione marina è stata costruita soprattutto intorno al principio della protezione: delimitare un’area, regolamentare pesca, navigazione, ancoraggi e altre attività, riducendo la pressione antropica e lasciando agli ecosistemi la possibilità di recuperare.

Un approccio indispensabile, ma che davanti alla rapidità della crisi climatica e alla perdita di biodiversità potrebbe non essere sempre sufficiente. A Bergeggi si prova quindi a compiere un passaggio ulteriore: dalla conservazione passiva al restauro attivo degli ecosistemi.

“Le Aree Marine Protette debbano rappresentare siti privilegiati dove poter sperimentare azioni e progetti innovativi per la conservazione e il ripristino di specie e habitat“, sottolinea Davide Virzi, direttore dell’Area Marina Protetta Isola di Bergeggi, auspicando che in futuro le esperienze sviluppate qui possano essere trasferite ad altre aree costiere italiane.

È esattamente il punto. Un’Area Marina Protetta può funzionare come un living lab della biodiversità, dove ricerca scientifica, monitoraggio e gestione ambientale lavorano insieme e dove una tecnologia viene testata non soltanto in laboratorio, ma nelle condizioni reali e complesse dell’ecosistema.

Bergeggi come modello replicabile

Il progetto mette inoltre insieme soggetti con competenze differenti. IiT si occuperà dell’ottimizzazione, della produzione e dell’applicazione sperimentale dei biomateriali; l’Università di Milano-Bicocca contribuirà alla selezione delle specie e all’individuazione dei siti più appropriati; Legambiente affiancherà l’attività scientifica con quella di sensibilizzazione e coinvolgimento dei cittadini, a partire anche dalle associazioni di subacquei; il Comune e l’Area Marina Protetta mettono a disposizione il territorio, la conoscenza dell’ecosistema e l’esperienza maturata negli anni attraverso attività di ricerca e monitoraggio.

Una collaborazione che potrebbe diventare ancora più importante se la sperimentazione dimostrerà che gli organismi restaurati non soltanto sopravvivono, ma tornano a crescere e a svolgere la propria funzione ecologica.

Perché è qui che si misurerà il vero risultato. Il successo non sarà determinato soltanto dalla capacità del biomateriale di aderire alla roccia, ma dalla sua compatibilità con l’ambiente nel tempo, dalla sopravvivenza degli organismi trapiantati e dalla capacità dell’habitat restaurato di attrarre nuovamente biodiversità.

Athanassia Athanassiou, vicedirettrice scientifica di IiT e responsabile dell’unità Smart material è particolarmente entusiasta della direzione intrapresa da cui potrebbe arrivare un’indicazione utile per molte altre coste del Mediterraneo: proteggere ciò che rimane della biodiversità marina è indispensabile, ma nei luoghi dove gli ecosistemi sono già degradati occorre imparare anche a ricostruire ciò che abbiamo perduto.

E farlo con materiali che, invece di lasciare un’altra impronta nel mare, siano progettati per entrare in sintonia con esso.

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