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La sostenibilità, al di là di qualsiasi formula

la formula della sostenibilità

La formula della sostenibilità. Alleanze, Innovazione e Responsabilità al servizio del Purpose aziendale è un libro per gli addetti ai lavori scritto da Danilo Devigili: l’abbiamo letto in questa calda estate traendo nuovi spunti interessanti: eccoli a cominciare dalla formula S = (Air)ᴾ.

Ci sono libri sulla sostenibilità che spiegano cosa bisogna fare, altri raccontano perché dovremmo farlo. La formula della sostenibilità di Danilo Devigili (Egea, 2026  – 20€) prova a fare qualcosa di più ambizioso: costruire un ponte tra le due dimensioni, trasformando oltre trent’anni di esperienza professionale in un modello interpretativo e, soprattutto, operativo.

La formula è semplice da ricordare: S = (Air)ᴾ. Ovvero Alleanze trasformative, Innovazione, Impatto e Responsabilità sono le variabili attraverso cui il Purpose dovrebbe diventare una concreta leva di trasformazione.

Il valore del libro è proprio questo: sottrarre la sostenibilità tanto alla retorica delle buone intenzioni quanto alla riduzione a esercizio di compliance.

È una posizione condivisibile e, nel dibattito Esg contemporaneo, tutt’altro che secondaria. Devigili insiste infatti su una distinzione fondamentale: sostenibilità, Esg e rendicontazione non sono sinonimi, e sono lungi dal divenirlo.

La prima riguarda la strategia e la capacità dell’impresa di generare valore duraturo, Esg e reporting sono strumenti per misurare, governare e comunicare parte di quella performance. Confonderli significa scambiare il cruscotto con l’automobile.

Questa è probabilmente la tesi più forte del volume.

Dalla compliance alla trasformazione

Il libro ricostruisce con ordine l’evoluzione della sostenibilità: dall’ambientalismo pionieristico alla responsabilità sociale, dalle certificazioni all’integrazione nei processi aziendali, fino alla stagione della regolamentazione europea.

Il percorso conduce a una conclusione precisa: la compliance può essere necessaria, ma non è più sufficiente. È un passaggio particolarmente interessante perché arriva in un momento in cui il dibattito europeo è attraversato dalla reazione alla complessità normativa.

Devigili non difende acriticamente la Csrd: ne evidenzia la sproporzione rispetto alle dimensioni aziendali e la carenza di standard settoriali, mostrando una posizione più articolata rispetto alla semplice contrapposizione tra pro e anti regolazione.

Il messaggio è chiaro: semplificare la sostenibilità normativa non dovrebbe significare semplificare la sostenibilità strategica. E di nuovo rimettiamo in gioco la formula.

Air: quattro leve, una sola direzione

L’A di Alleanze è forse uno degli elementi più originali del modello. Devigili non considera la partnership una semplice attività reputazionale o di stakeholder engagement, ma uno strumento per affrontare problemi che nessuna organizzazione può risolvere da sola.

Il caso Bolton Food, con Wwf e Oxfam, rende concreta questa idea: ambiente, diritti umani e filiera vengono affrontati attraverso competenze complementari e obiettivi condivisi.

L’I di Innovazione allarga poi il concetto oltre la tecnologia. Open innovation, startup, corporate venture capital, joint venture, incubatori, università e collaborazioni multi-stakeholder diventano componenti di un ecosistema nel quale la sostenibilità può diventare una fonte di innovazione del prodotto, del processo e persino del modello di business.

Ma è la seconda I, quella degli Impatti, a rendere il framework particolarmente interessante per chi lavora davvero nell’Esg.

Il libro non si limita a sostenere che bisogna misurare, passa in rassegna Sroi, Ep&L, Impact-Weighted Accounts e Collective Impact, mostrando tanto il potenziale quanto le difficoltà metodologiche della monetizzazione degli impatti, oltre a riconoscere apertamente che dati insufficienti, costi di raccolta e problemi di comparabilità rappresentano ancora ostacoli importanti.

La R di Responsabilità, infine, è il collante. Il passaggio concettualmente più maturo del libro, dove alleanze, innovazione e impatto sono strumenti neutrali. Possono produrre cambiamento positivo, ma anche amplificare un modello di business insostenibile. È la responsabilità a determinarne la direzione.

Proprio perché la formula è efficace, il rischio è che diventi anche troppo rassicurante.

La sostenibilità aziendale è un sistema di conflitti, trade-off, interessi divergenti, vincoli finanziari, potere contrattuale e asimmetrie lungo le catene del valore. Air offre una buona bussola, ma non sempre restituisce tutta la complessità del territorio che pretende di mappare.

Il Purpose, in particolare, è trattato come il moltiplicatore capace di orientare le altre variabili. Ma nella realtà organizzativa il purpose può essere ambiguo, costruito a posteriori o diventare esso stesso uno strumento di marketing.

Il libro lo riconosce quando distingue i purpose autenticamente cause based da formulazioni più convenzionali, ma avrebbe potuto spingersi ancora più a fondo sul problema della verifica della coerenza tra purpose dichiarato, allocazione del capitale e decisioni manageriali.

C’è inoltre una forte componente autobiografica, che è contemporaneamente uno dei punti di forza e una delle fragilità del volume.

I casi raccontati, da Banca Etica a Bolton, fino alle esperienze di innovazione, hanno il pregio dell’esperienza diretta, ma inevitabilmente filtrano la sostenibilità attraverso lo sguardo dell’autore.

Il risultato è più vicino a un saggio manageriale fondato sull’esperienza che a un trattato critico o scientifico sulla sostenibilità. Non è necessariamente un difetto: significa semplicemente che il libro va letto per quello che vuole essere.

Il capitolo dedicato al Sustainability Open Agent è, in questo senso, coerente con l’intera filosofia del volume. Devigili non propone una nuova figura salvifica né una metodologia miracolosa: propone facilitatori capaci di portare la sostenibilità dentro la quotidianità organizzativa, facendo emergere competenze e responsabilità distribuite.

E credo che questa sia la conclusione più convincente

La formula della sostenibilità non inventa una nuova sostenibilità, fa qualcosa di più utile, prova a ricomporre pezzi che spesso nelle aziende vengono gestiti separatamente.

Purpose, innovazione, stakeholder, impatti, cultura e responsabilità tornano a essere parti di una stessa architettura. La formula Airᴾ è dunque meno una formula matematica che una mappa manageriale.

Non misura automaticamente quanto sia sostenibile un’impresa, né risolve il problema dei trade-off, ma aiuta a porre le domande giuste: quali problemi vogliamo contribuire a risolvere? Con chi possiamo farlo? Quale innovazione serve? Quali impatti produciamo? E soprattutto: chi si assume la responsabilità delle conseguenze?

In un momento nel quale la sostenibilità rischia di oscillare tra burocratizzazione e rigetto ideologico, non è poco, ed il merito principale dell’autore è ricordarci che il vero salto non consiste nel produrre più documenti Esg, ma nel cambiare il modo in cui l’impresa prende decisioni.

Il limite, altrettanto importante, è che nessuna formula può sostituire il coraggio di quelle decisioni. Questa la reputo la lezione più interessante del libro: la sostenibilità non è una formula da applicare. È una responsabilità da esercitare.

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Christian SansoniChristian Sansoni: astrofisico per la sostenibilità, cerca di unire It ed Esg per aiutare le aziende a misurare, secondo le norme Iso, i loro impatti sul Pianeta. Collabora con GreenPlanner per rendere gli ambiti Esg alla portata di tutti | Linkedin
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