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Diabete e terza età: la tecnologia che cambia la vita di chi ne soffre

controllo glicemia
Immagine da Depositphotos

Il diabete negli anziani italiani cresce, ma la ricerca offre oggi strumenti nuovi: sensori sempre più precisi, telemedicina, farmaci pensati anche per chi ha più di 65 anni

Negli ultimi vent’anni qualcosa si è capovolto. Nel 2003 il diabete colpiva soprattutto le donne anziane, oggi tocca più gli uomini: secondo i dati Istat presentati al 18° Italian Barometer Diabetes Summit, nella fascia 65-74 anni la prevalenza maschile è arrivata al 19%, contro il 12,2% femminile. Un ribaltamento che pesa sulle famiglie prima ancora che sui bilanci sanitari.

La malattia non risparmia nessuna fascia d’età avanzata, ma si concentra lì. Tra i 65 e i 74 anni ne soffre il 15,5% della popolazione, quota che supera il 20% oltre gli 85 anni. Il diabete di tipo 2 – quello legato a sedentarietà, sovrappeso e invecchiamento – rappresenta oltre il 90% dei casi.

I numeri di una sfida che riguarda tutti

Sedentarietà e obesità restano i due motori principali della malattia. Tra chi conduce una vita sedentaria, il 12,5% ha il diabete, quasi il doppio rispetto al 7,7% di chi si muove regolarmente. Tra le persone obese la quota sale al 17,4%, e chi somma le due condizioni arriva al 21,8%.

Ci sono anche differenze territoriali marcate. Al Sud e nelle Isole la prevalenza tocca rispettivamente il 7% e il 6,7%, contro il 5,3-5,5% del Centro-Nord. Un divario che, secondo i tecnici del Ministero della Salute, la nuova strategia nazionale vuole ridurre puntando su reti cliniche di prossimità.

Un altro dato utile a capire l’impatto sulla vita quotidiana: durante la pandemia, la quota di persone anziane con diabete che teneva sotto controllo correttamente i farmaci è scesa dal 51% al 40%, e non ha più recuperato i livelli pre-Covid. Segno di quanto la continuità delle cure sia delicata proprio in età avanzata.

Sensori che parlano al posto delle dita

La novità più concreta per chi convive ogni giorno con la malattia riguarda il monitoraggio della glicemia. I sistemi di monitoraggio continuo del glucosio (Cgm) – piccoli sensori applicati sulla pelle che misurano il glucosio nel liquido interstiziale ogni pochi minuti – non sono più riservati soltanto a chi fa terapia insulinica o rischia crisi di ipoglicemia.

Gli Standards of Care 2026 dell’American Diabetes Association, aggiornamento cui guarda anche la Società Italiana di Diabetologia, ne raccomandano ora l’uso esteso “virtualmente a tutti i pazienti”, tenendo conto di accessibilità e beneficio atteso, includendo esplicitamente i soggetti più anziani.

In pratica significa meno punture al dito, allarmi automatici quando i valori si abbassano troppo durante la notte e, nei modelli più recenti, la sospensione automatica dell’erogazione di insulina in caso di rischio ipoglicemico.

Anche l’ultima revisione degli standard di cura italiani Sid-Amd (Società Italiana di Diabetologia – Associazione Medici Diabetologi) va nella stessa direzione: più sensori, meno prelievi capillari, dati trasmessi via bluetooth a un’app che il paziente – o un familiare – può consultare in tempo reale.

La telemedicina cerca ancora la sua strada

Il secondo fronte è quello dell’assistenza a distanza. Il Dm77, decreto che ridisegna l’assistenza territoriale dentro la Missione 6 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, punta a completare entro il 2026 le infrastrutture per una piattaforma nazionale di telemedicina, integrata con il Fascicolo Sanitario Elettronico.

Per una persona anziana con diabete, questo dovrebbe tradursi in meno spostamenti verso l’ambulatorio diabetologico e controlli più frequenti senza uscire di casa.

La strada, però, non è ancora del tutto spianata: fino a poco tempo fa la normativa italiana richiedeva comunque un primo consulto in presenza prima di poter attivare percorsi a distanza, un vincolo che secondo diversi specialisti ha frenato lo sviluppo pieno della telediabetologia rispetto ad altri paesi europei.

I farmaci cambiano bersaglio

Sul fronte terapeutico, la novità più discussa riguarda gli agonisti del Glp-1 e i più recenti agonisti combinati Gip/Glp-1 (molecole nate per il controllo della glicemia che si sono rivelate utili anche contro il sovrappeso).

Le linee guida più aggiornate ne raccomandano un uso individualizzato pure nelle persone anziane, come supporto aggiuntivo alla terapia insulinica, ma sempre sotto la guida di un team specialistico che sappia calibrare correttamente le dosi.

Parallelamente, la ricerca su diabete di tipo 1 esplora terapie immunomodulanti capaci di ritardare l’esordio della malattia in fase pre-sintomatica; si tratta di un ambito che riguarda soprattutto le diagnosi precoci, ma che testimonia quanto il campo si stia muovendo oltre la sola gestione dei sintomi.

Una strategia che guarda al 2028

Agli Stati Generali del Diabete, il Ministero della Salute ha presentato una strategia nazionale 2026-2028 costruita attorno a un approccio definito “ecosistemico”: governance sanitaria con reti di prossimità, digitalizzazione tramite Fascicolo Sanitario Elettronico e intelligenza artificiale, prevenzione primaria, ricerca su farmaci e dispositivi.

Il ministro Orazio Schillaci ha indicato l’invecchiamento della popolazione come una delle ragioni principali per cui il diabete è diventato una priorità crescente nell’agenda sanitaria.

Per le famiglie che accompagnano un genitore o un nonno nella gestione quotidiana della malattia, la sfida nei prossimi anni sarà soprattutto trasformare queste tecnologie e questi piani, oggi ancora in fase di attuazione, in strumenti realmente accessibili in ogni regione, senza lasciare indietro chi vive lontano dai grandi centri diabetologici.

Crediti immagine: Depositphotos

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