Home Eco Lifestyle Piatti di plastica “riutilizzabili” che duravano una cena: la legge chiude la scappatoia e il compostabile prova a ripartire

Piatti di plastica “riutilizzabili” che duravano una cena: la legge chiude la scappatoia e il compostabile prova a ripartire

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Piatti di plastica “riutilizzabili” che duravano una cena: la legge chiude la scappatoia e il compostabile prova a ripartire

Per cinque anni le stoviglie vietate dalla direttiva europea sono rimaste sugli scaffali con un’etichetta diversa. Dall’aprile 2026 servono requisiti tecnici precisi, mentre la filiera italiana delle bioplastiche chiude un altro anno in calo. Il punto con i dati di settore e il team di Maqa, e-commerce di forniture per bar e ristorazione

Chi negli ultimi anni ha comprato al supermercato una confezione di piatti in plastica con la scritta “riutilizzabili”, convinto di aver fatto la scelta giusta, probabilmente li ha usati una volta e buttati. Non è una colpa del consumatore.

Quei piatti erano quasi identici a quelli vietati nel 2022, solo un po’ più spessi, e nessuna norma diceva cosa dovesse avere un oggetto per meritarsi quell’aggettivo. Il risultato è che la direttiva sulla plastica monouso, in Italia, per anni è stata aggirata alla luce del sole, in gastronomia come alle sagre.

Cosa dicevano davvero le etichette

Un’indagine di Legambiente diffusa nel marzo 2025 ha esaminato 317 stoviglie in plastica vendute come riutilizzabili. Il 38% non indicava quante volte si potessero lavare e solo l’8% riportava informazioni coerenti sull’uso in lavastoviglie e nel microonde.

Una certificazione compariva su un prodotto su tre, ma sette volte su dieci non c’entrava con il riuso. Già nel 2021 i volontari di Rethink Plastic Alliance avevano fatto la prova più semplice, cioè metterli in lavastoviglie: dopo pochi cicli la plastica si scheggiava.

Il paradosso lo si vedeva bene dal lato di chi vende il monouso vero. “Ci arrivavano richieste da gestori di bar e chioschi che avevano comprato in ingrosso piatti riutilizzabili per legge e monouso nella pratica, e volevano capire perché costassero la metà dei nostri in polpa di cellulosa“, racconta il direttore commerciale di Maqa.

Il catalogo di maqa.shop è costruito su stoviglie compostabili certificate, in cellulosa, legno, bambù e Cpla, cioè proprio i prodotti con cui il finto riutilizzabile è entrato in concorrenza sullo stesso scaffale e a un prezzo molto più basso.

La regola che mancava

La lacuna è stata chiusa dall’articolo 14-bis del decreto Pnrr, convertito nella legge 50 del 20 aprile 2026. Da ora un piatto in plastica può dirsi riutilizzabile solo se rispetta determinati rapporti tra diametro e peso, mentre per posate, cannucce e agitatori il riferimento è il rapporto tra peso e lunghezza, che deve superare 0,5 grammi per centimetro.

Sotto quelle soglie il prodotto è monouso, a prescindere da quello che c’è scritto sopra, e non può stare in commercio.

Assobioplastiche chiedeva una definizione del genere da due anni, e il Ministero dell’ambiente aveva mandato la proposta tecnica a Bruxelles già nell’estate 2025.

Il presidente dell’associazione, Luca Bianconi, ha spiegato che il lavoro è partito da una ricognizione di cosa ci fosse davvero a scaffale e di come venisse usato, tanto il punto non era la teoria del riuso ma la credibilità della parola per chi compra.

Una filiera che aspettava questo momento

Il tempismo conta, perché i numeri della filiera italiana delle bioplastiche compostabili sono in discesa da tre anni. Il dodicesimo rapporto Assobioplastiche, presentato a Roma il 18 giugno con i dati Plastic Consult, conta per il 2025 un fatturato di 656 milioni di euro, in calo del 6,8% sull’anno precedente, 119.100 tonnellate di manufatti prodotti (-2%) e soprattutto 252 aziende attive, il 9,4% in meno del 2024.

Dopo dieci anni di crescita tra il 2012 e il 2022, il settore ha perso volumi per la debolezza dei consumi, per i sacchetti illegali, stimati intorno al 27% del mercato, e per le stoviglie pseudo-riutilizzabili di cui sopra.

In primavera, con il conflitto in Medio Oriente, i prezzi delle materie prime hanno ricominciato a salire. Dal punto di osservazione di un e-commerce, qualcosa dopo aprile si è mosso.

Le domande dei clienti sono cambiate: prima ci chiedevano il prezzo al pezzo, adesso ci chiedono la certificazione di compostabilità e in che sacco va buttato il piatto a fine servizio – osserva ancora il direttore di Maqa – Il divario di prezzo con la plastica c’è ancora, però con il finto riutilizzabile fuori gioco il confronto torna a farsi tra prodotti che si possono confrontare“.

Resta un pezzo di lavoro sul lato del consumatore. Riutilizzabile e compostabile sono due strade diverse, e la seconda funziona solo se il piatto finisce nell’umido con gli avanzi. La legge di aprile toglie di mezzo la terza opzione, quella che non era nessuna delle due.

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