Assicurare il benessere salvaguardando gli equilibri biofisici: l’ambizioso obiettivo dell’Economia per i diritti umani descritta nella Roadmap per sradicare la povertà oltre la crescita prodotta dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu
In questa estate si sono rincorsi caldo, siccità, incendi, fusione di ghiacciai da un lato e polemiche politiche, per lo più avulse dai veri problemi e infarcite di forzature propagandistiche.
Mentre la scena pubblica mostrava questo poco commendevole spettacolo, nella comunità scientifica e intellettuale giungevano a compimento elaborazioni di grande valore.
Il 10 giugno di quest’anno veniva pubblicata, a cura del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e del suo relatore speciale, Olivier De Schutter, la Roadmap per sradicare la povertà oltre la crescita.
La si può considerare il punto di arrivo di una ricerca che ha preso le mosse dalla fine dell’illusione dello sviluppo sostenibile per mettere le basi di un itinerario alternativo e che negli ultimi anni ha registrato un’accelerazione decisiva sul piano intellettuale.
Come sta cambiando il punto di vista
Un importante tappa di questa ricerca è il 2023 quando la Earth Commission, un team internazionale di esperti di scienze naturali e sociali, aggiunge al modello dei confini planetari, che fotografava lo stato dei nove processi biofisici essenziali per la stabilità del pianeta, anche i confini sociali, definendo lo spazio che contemporaneamente assicura un insieme di benefici minimi e si mantiene entro le soglie di sicurezza dei confini planetari, lo spazio operativo sicuro e giusto (Joyeeta Gupta e altri – Earth system justice needed to identify and live within earth system boundaries – Pubblicato nel 2023).
È la consacrazione della convinzione, già espressa da molti, che giustizia sociale e ambientale sono inestricabilmente connessi e interagenti e che non si può conseguire l’una senza l’altra.
Un modello simile era già stato avanzato da Kate Raworth, economista all’Università di Oxford, con L’economia della ciambella, anch’essa imperniata su un doppio requisito di rispetto di obiettivi sociali e ambientali (L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un’economista del XXI secolo – Ed. Feltrinelli).
La stessa Raworth, insieme ad Andrew Fanning, ha misurato l’andamento tra il 2000 e il 2022 di 35 indicatori sociali e ambientali (Doughnut of social and planetary boundaries monitors a world out of balance) e riscontrato che mentre il Pil globale è circa raddoppiato, gli indicatori sociali avevano consuntivato un miglioramento compreso tra 0% e 1%, quelli ambientali un peggioramento tra l’1% e il 5%.
Questo a riprova che non è la crescita del Pil a portare consistenti popolazioni al di fuori della povertà, mentre determina un insostenibile peggioramento delle condizioni ambientali, già oggi drammaticamente critiche visto che sette dei nove confini planetari sono già oltre la soglia di sicurezza (Postdam Institute for Climate Impact Research – The 2025 planetary health check).
La proposta della Roadmap delle Nazioni Unite
La Roadmap delle Nazioni Unite per lo sradicamento della povertà oltre la crescita è la proposta programmatica più completa e comprensiva, redatta dal relatore speciale De Schutter avvalendosi di oltre 160 contributi da organizzazioni della società civile, sindacati, esperti dall’accademia e dai movimenti sociali, agenzie delle Nazioni Unite e di organizzazioni internazionali e della collaborazione di noti economisti, come Joseph Stiglitz, Thomas Piketty, Jayati Ghosh, Kate Raworth e Jason Hickel.
Gli autori hanno battezzato la loro proposta Economia per i diritti umani raccogliendo idee e analisi da diversi filoni di ricerca, tra cui l’economia del benessere, l’economia della ciambella, la decrescita, l’economia ecologica e dello stato stazionario, l’economia femminista, l’economia della cura, l’economia sociale e solidale, ai quali si aggiunge la legittimità fondata sulle risoluzioni e convenzioni delle Nazioni Unite e sull’architettura istituzionale.
L’Economia per i diritti umani ha l’obiettivo di organizzare la produzione, la distribuzione, gli investimenti e i consumi attorno all’effettiva realizzazione dei diritti umani, alla soddisfazione dei bisogni, all’accesso universale ai beni e servizi pubblici essenziali e al benessere collettivo entro i limiti del Pianeta.
Le sue fondamenta sono esplicite già nel titolo della Roadmap che richiama idue termini centrali: povertà e oltre la crescita.
Quali condizioni per una vita dignitosa?
La Roadmap allarga il concetto di povertà dalla sola dimensiona del reddito ad altre condizioni necessarie per una vita dignitosa, come la salute, l’istruzione, le prospettive occupazionali, le condizioni abitative, la precarietà e le discriminazioni, il riconoscimento, la voce e la dignità: tutte mancanze generate e aggravate dalle disuguaglianze.
Le critiche alla crescita sono riprese da una vasta letteratura e comprendono la pressione che essa esercita sullo stato di salute degli ecosistemi, sul cambiamento climatico e sul consumo delle risorse, il limite sociale della crescita, secondo cui oltre una certa soglia un reddito maggiore non migliora il benessere, le molte patologie ed i disturbi mentali indotti, dalla depressione allo stress, la distribuzione iniqua dei suoi benefici, la maggior parte dei quali sono accaparrati dai redditi più elevati mentre solo una piccola quota “sgocciola” fino ai più svantaggiati.
L’ambizione della Roadmap è progettare il superamento della povertà rientrando entro i confini planetari, come definiti dalla Earth Commission, ponendo particolare attenzione al consumo globale delle risorse e al divario tra Nord e Sud del mondo.
I 5 principi interconnessi previsti dalla Roadmap
Per questo la Roadmap adotta il pensiero economico post-crescita, organizzato attorno a cinque principi interconnessi.
Il primo è il benessere, inteso come soddisfazione dei bisogni essenziali di nutrizione, alloggio, assistenza sanitaria, mobilità e istruzione.
Il secondo è la sufficienza, ossia produrre quanto basta e ridurre drasticamente i consumi superflui e ad alta intensità di energia e materiali, come armi, beni di lusso, veicoli privati come yacht e aerei, pubblicità, voli intercontinentali e beni di tipo posizionale, il cui obiettivo non è rispondere ad un bisogno ma segnalare il proprio rango sociale.
La ricerca ha peraltro dimostrato che questi due principi non sono in realtà in contrasto: i bisogni umani potrebbero essere soddisfatti universalmente con meno della metà dell’energia e dei materiali che il mondo consuma attualmente (Jason Hickel e Dylan Sullivan – How much growth is required to achieve good lives for all? Insights from need-based analysis).
Il terzo è la riduzione delle disuguaglianze di reddito e ricchezza.
Il quarto è il riorientamento dell’economia verso la produzione dei beni e servizi che rispondono a bisogni essenziali, riducendo nel contempo o azzerando la produzione di beni inutili o dannosi.
Il quinto la convergenza Nord-Sud, per riequilibrare le condizioni di vita secondo il principio adottato in molte risoluzioni internazionali di contrazione e convergenza, ossia di convergere verso standard di vita elevati riducendo il fabbisogno di materiali ed energia.
La Roadmap si concretizza in 80 politiche suddivise in sei pilastri
Pilastro 1: la trasformazione del sistema economico attraverso una riforma fiscale fortemente progressiva, tassazione della ricchezza e degli extra-profitti, gestione pubblica e democratica delle risorse strategiche.
Pilastro 2: lavoro, cura e democrazia economica, attraverso la garanzia dell’occupazione, la riduzione del tempo di lavoro, il reddito di cura universale, diritti e democrazia sul luogo di lavoro.
Pilastro 3: servizi universali e protezione sociale con garanzia di reddito minimo.
Pilastro 4: giustizia ecologica, con limiti all’uso delle risorse, razionamento dei beni di lusso e diritto alla riparazione.
Pilastro 5: trasformazione dell’ordine economico internazionale, con cancellazione del debito, istituzione dell’agenda di rating multilaterale, fondo per la protezione sociale, democratizzazione dei regimi di proprietà intellettuale.
Pilastro 6: pianificazione democratica e governance attraverso strategie nazionali anti-povertà, indicatori sostitutivi del Pil, pianificazione attenta alle generazioni future, democrazia partecipativa.
Obiettivo redistribuzione, non austerità
Non si deve pensare alla politica della Roadmap come una nuova linea di austerità, di lacrime e sangue: al contrario punta a una radicale redistribuzione che, unita alla riduzione del tempo di lavoro, alle politiche di cura e alla salvaguardia ambientale, assicura condizioni di vita dignitose a tutti gli abitanti del Pianeta.
Malgrado questo, siccome incide profondamente nelle condizioni reddituali e patrimoniali dei più ricchi e ribalta gli attuali rapporti di potere, c’è da aspettarsi una accanita opposizione.
Gli estensori della Roadmap raccomandano una strategia graduale, adottando alcune misure immediatamente ed altre dopo diversi anni, una volta create le condizioni appropriate, purché le misure a breve termine contribuiscano alla visione di lungo termine, preparando il terreno per riforme più audaci.
Come detto, la Roadmap non è un’elaborazione improvvisata e solitaria, ma raccoglie i contributi di molti filoni di ricerca e analisi e proposte da molte fonti.
Tra le tante, riprendo in particolare Global justice report. A plan for equality and prosperity within planetary boundaries, pubblicato dal World Inequality Lab, a cui hanno concorso esperti, tra cui ancora Thomas Piketty.
Questo rapporto, pubblicato nel 2026, delinea una transizione ecologicamente e economicamente sostenibile dal 2026 al 2100, quantificando l’evoluzione nel periodo delle principali grandezze, reddito pro-capite, ore lavorate annualmente, spostamento della produzione da beni materiali ad immateriali, emissioni di gas serra, distribuzione percentuale del capitale, trasferimenti dal Nord al Sud.
La transizione poggia su quattro condizioni: la decarbonizzazione del sistema energetico, la sufficienza, intesa principalmente come riduzione del tempo di lavoro, passaggio da consumi materiali a immateriali e cambiamento delle abitudini alimentari, la riduzione delle disuguaglianze e la riforma dell’ordine finanziario ed economico internazionale.
Tra gli obiettivi quantificati, cito la convergenza a un reddito pro-capite al 2100 di 5.000 euro (a valore 2025), riduzione delle ore lavorate annue da 2.100 a 1.000, la temperatura media globale a 1,8°C oltre i livelli pre-industriali, la scala di reddito (da 1 a 5) e di ricchezza (da 1 a 10).
Uno strumento immaginato dagli autori è l’istituzione di un Fondo per la giustizia globale, inizialmente finanziato da imposizioni fiscali e nel tempo dalla concentrazione di attivi generatori di rendimenti distribuiti come dividendi ai vari Stati su base pro-capite e condizionati a investimenti climatici, nella formazione e nelle spese sociali.
In breve, chi si lamenta che abbondano le proteste ma mancano le proposte, troverà soddisfazione in queste ricerche.
articolo di Fulvio Fagiani – Redazione Clima&ambiente
Crediti immagine: Depositphotos
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