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Cani da guardiania, non basta metterli nel gregge: ecco i consigli di Dario Capogrosso

dario capogrosso

Dario Capogrosso, zoonomo e allevatore piemontese specializzato nei cani da protezione del bestiame, sta per partire per l’Australia per confrontarsi con gli allevatori alle prese con gli attacchi dei dingo. Ecco i suoi consigli per addestrare un buon cane da guardiania

Dalle colline piemontesi all’Australia, passando per greggi, pascoli, transumanze e vent’anni trascorsi a osservare il comportamento dei cani accanto agli animali che devono proteggere.

Il viaggio che Dario Capogrosso si prepara ad affrontare racconta molto di come stia cambiando anche il mestiere dell’allevatore.

Capogrosso è zoonomo, allevatore e tecnico specializzato nei cani da guardiania, socio di Cia Alessandria-Asti e titolare de Il Pastore Transumante, realtà di Sarezzano specializzata in particolare nella selezione dei Pastori Abruzzesi Maremmani, oltre che del Bioparco Cinofilo del Piemonte Orientale.

Il 10 settembre partirà per l’Australia, dove resterà fino al 4 ottobre, per un programma di incontri con allevatori e autorità e di visite alle aziende agricole. L’obiettivo è mettere l’esperienza italiana ed europea a confronto con un problema molto diverso dal nostro: la predazione del dingo.

Il problema dei dingo

L’Australia ha provato a difendere i propri allevamenti perfino costruendo la Dingo Fence, una recinzione lunga oltre 5.600 chilometri. Ma le barriere fisiche non bastano e ora l’interesse si concentra anche sui cani da protezione del bestiame.

È qui che entra in gioco l’esperienza di Capogrosso. “Non andremo in Australia con la presunzione di possedere una ricetta universale“, precisa. Ed è probabilmente questa la frase che meglio riassume il suo metodo.

Un cane che lavora sulle Alpi, spiega, non incontra le stesse condizioni di uno che vive nei Paesi Bassi o in Scandinavia. Tanto meno si può pensare di trasferire automaticamente un modello europeo in Australia, dove cambiano dimensioni delle aziende, sistemi di allevamento e soprattutto il predatore.

Il cane da guardiania non si addestra soltanto

Il primo equivoco da superare riguarda proprio il concetto di addestramento. “Quando parliamo di cane da guardiania, o cane da protezione del bestiame, è più giusto parlare di corretto inserimento, impregnazione, socializzazione interspecifica e gestione delle diverse fasi di sviluppo“.

Dietro queste parole c’è un lavoro molto più sofisticato del semplice insegnamento di alcuni comportamenti. Capogrosso parte anche dagli studi dei coniugi Raymond e Lorna Coppinger sul rapporto tra cani da protezione e animali allevati, integrandoli con circa vent’anni di esperienza diretta in contesti multispecie.

Con le pecore, per esempio, il rapporto deve essere costruito precocemente. Il cucciolo viene progressivamente esposto agli odori, ai movimenti, ai segnali sociali e alle normali attività del gregge, fino a considerarlo parte stabile del proprio ambiente sociale.

Ma attenzione: familiarità non significa gioco. Anzi, proprio il gioco può trasformarsi in uno dei passaggi più delicati. Tra i quattro e gli otto mesi il cane attraversa una fase fortemente esplorativa.

Può rincorrere un agnello o provocarne la fuga e, quello che inizialmente sembra un comportamento innocuo, può attivare sequenze di inseguimento legate al residuo predatorio.

Per questo Capogrosso sconsiglia di lasciare giovani cani inesperti soli con animali particolarmente vulnerabili. Molto importante diventa invece l’affiancamento con cani adulti, equilibrati e già esperti, dai quali il giovane può imparare osservando.

Anche la transumanza si impara

Lo stesso principio vale quando il gregge si mette in movimento. Durante la transumanza il cane non deve semplicemente camminare accanto alle pecore. Deve riuscire a seguire il gruppo senza interferire con le sue dinamiche e, contemporaneamente, continuare a leggere ciò che accade intorno.

È un apprendimento graduale. Nelle prime esperienze il giovane può essere seguito più da vicino e, quando necessario, condotto al guinzaglio; successivamente viene affiancato a cani adulti affidabili. Poco alla volta sviluppa autonomia, vigilanza e capacità di interpretare l’ambiente.

Ed è proprio qui che l’esperienza di Capogrosso diventa particolarmente interessante: non esiste un protocollo universale. Un cane destinato a proteggere pecore non può necessariamente essere inserito allo stesso modo tra bovini, cavalli, pollame o alpaca.

Con le galline, per esempio, i movimenti rapidi possono stimolare maggiormente il residuo predatorio; con i cavalli occorre considerare mole e dinamicità dell’animale; con i bovini può essere opportuno iniziare in ambienti controllati e procedere gradualmente.

Capogrosso ha maturato un’esperienza particolare con gli alpaca, con i quali lavora praticamente dall’inizio della sua attività. Il punto più delicato riguarda i cria, i piccoli di alpaca, particolarmente vulnerabili.

Inserire automaticamente un giovane cane applicando lo stesso metodo utilizzato con le pecore può rivelarsi un errore: un soggetto inesperto può rincorrere il piccolo, manipolarlo e, nei casi estremi, arrivare persino a predarlo.

È un apparente paradosso che dice molto sulla complessità di questo lavoro: anche un animale geneticamente selezionato per proteggere il bestiame deve essere messo nelle condizioni di esprimere correttamente quella predisposizione.

Genetica, esperienza e quella “memoria di razza”

“Non basta prendere un cane bianco e metterlo con le pecore“, sintetizza Capogrosso. La selezione genetica conta, ma non basta. Entrano in gioco salute, equilibrio comportamentale, ambiente di crescita, esperienze e socializzazione.

Capogrosso parla anche di una sorta di memoria di razza, intendendola non come un concetto strettamente genetico, ma come quel patrimonio comportamentale costruito dalla selezione nel tempo e che l’ambiente deve continuare a stimolare.

Un cane da protezione cresciuto completamente separato dal bestiame non può essere improvvisamente inserito in un gregge dando per scontato che sappia cosa fare. Predisposizione, esperienza e ambiente devono procedere insieme.

C’è poi una questione sempre più importante nelle montagne italiane: il rapporto con le persone. Sentieri e pascoli sono spesso gli stessi luoghi attraversati da escursionisti, famiglie e turisti.

Il cane deve quindi riuscire a distinguere una minaccia dalla normale presenza umana. Altrimenti, avverte Capogrosso, al conflitto tra allevatore e predatore rischia di aggiungersene un secondo, quello tra attività agropastorali e fruizione turistica della montagna.

Con il lupo non basta “mettere un cane”

E poi c’è il lupo. Un predatore intelligente, adattabile e capace di apprendere dall’esperienza. È uno degli aspetti sui quali, secondo Capogrosso, servirà lavorare maggiormente nei prossimi anni.

Inserire un cucciolo inesperto, da solo, in un territorio dove il lupo è già stabilmente presente può essere molto rischioso. Il percorso dovrebbe essere costruito gradualmente, possibilmente iniziando in una situazione controllata, per esempio durante il periodo invernale in stalla.

In determinate condizioni la soluzione può essere addirittura quella di partire da un nucleo di cani adulti, esperti e affiatati, introducendo solo successivamente i giovani.

Da qui la lezione forse più importante di vent’anni di esperienza: “Non serve semplicemente mettere un cane: bisogna costruire un sistema di protezione“.

Un sistema che cambia con il territorio, la specie allevata, il numero di capi, il tipo di azienda e la pressione esercitata dai predatori. Non si tratta dunque di vendere un cane e consegnarlo all’allevatore, ma di progettare un vero team di protezione e il relativo protocollo di gestione.

Ora la sfida si chiama Australia

È questa esperienza che Capogrosso porterà dall’altra parte del mondo. Non per insegnare agli australiani come si fa, tiene a precisare, ma per capire se una parte del patrimonio di conoscenze maturato in Europa possa essere adattato a un sistema zootecnico completamente differente.

“Il nostro compito sarà prima di tutto osservare, ascoltare e capire. Solo successivamente potremo valutare come adattare l’esperienza maturata in Europa e costruire insieme agli australiani un modello di protezione realmente adatto alle loro condizioni“.

Il dingo non è il lupo e un’azienda australiana non è un alpeggio italiano. Proprio per questo il viaggio assume anche il valore di un esperimento di contaminazione delle conoscenze: mettere insieme esperienze diverse per verificare se il cane da protezione possa contribuire a ridurre le perdite provocate dai predatori senza trasformare la convivenza tra allevamento e fauna selvatica in una guerra permanente.

Per Capogrosso c’è anche una componente personale. Essere chiamato in Australia significa vedere riconosciuta una scelta fatta molti anni fa: considerare il cane da guardiania non semplicemente come un animale da allevare, ma come il risultato di selezione, preparazione, osservazione e professionalità.

E forse il senso del viaggio è racchiuso proprio nell’ultima riflessione dell’allevatore: dopo vent’anni trascorsi a studiare, provare e correggere sul campo, portare quell’esperienza dall’altra parte del mondo è certamente un traguardo. Ma significa anche scoprire di avere “ancora moltissimo da imparare“.

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