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Il Brent sopra i 100 dollari riscrive i conti della chimica verde e spinge le bioplastiche

produzione plastica
Immagine da Depositphotos

Il rincaro del Brent oltre i 100 dollari al barile, innescato dall’escalation tra Stati Uniti e Iran nello Stretto di Hormuz, sta erodendo il margine di prezzo che per due decenni ha penalizzato le bioplastiche rispetto alla plastica fossile

Il 9 settembre 2026 il Brent ha chiuso la seduta a 101,21 dollari al barile, in rialzo del 3,4% in una sola giornata. A muovere il mercato è stata la conferma, da parte dello Us Central Command, della distruzione di cinque petroliere iraniane nel Golfo dell’Oman e al largo dell’isola di Kharg.

Non è un episodio isolato. Secondo l’Energy Information Administration (Eia) statunitense, il prezzo medio del Brent è salito a 91 dollari al barile in agosto, sette dollari in più rispetto a luglio, per effetto della contrazione delle esportazioni mediorientali e del blocco rinnovato sulle vendite di petrolio iraniano.

Lo Stretto di Hormuz resta il collo di bottiglia della crisi. Un rapporto del Congressional Research Service ha stimato che nel 2025 vi transitava circa il 25% del commercio marittimo mondiale di greggio e prodotti petroliferi, oltre al 19% del gas naturale liquefatto.

Nella fase più acuta, a marzo, l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) l’ha definita la più grave interruzione della storia del mercato petrolifero, tanto da spingere i Paesi membri a concordare il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche. Le interruzioni si sono poi ripetute a luglio e, con questa nuova escalation, a settembre.

Il petrolchimico asiatico accusa il colpo

L’impatto si è scaricato rapidamente sulla produzione di plastica convenzionale. Lg Chem ha fermato a marzo il proprio impianto di etilene da 800 chilotonnellate annue per carenza di nafta.

In Giappone, nello stesso periodo, la produzione di polietilene (Pe) è calata fino al 27% e quella di polipropilene (Pp) fino al 16%, secondo i dati raccolti da IdTechEx.

Il meccanismo è diretto. Gran parte degli impianti petrolchimici dell’area Asia-Pacifico dipende da importazioni di greggio e nafta dal Golfo: quando quel flusso si restringe, si restringe con esso anche la disponibilità di materia prima per i due polimeri più diffusi al mondo.

Il differenziale di prezzo che apre la porta al bio-based

In Europa il polietilene fossile è arrivato a costare oltre 2,5 euro al chilo, un valore raddoppiato da quando il petrolio ha superato per la prima volta la soglia dei 100 dollari. L’etilene bio-based, nel frattempo, si colloca in una forbice tra 2 e 2,5 euro al chilo, per la prima volta più conveniente della sua controparte fossile, secondo le rilevazioni IdTechEx.

È un’inversione che il settore attendeva da tempo. Le bioplastiche esistono in forma commerciale da oltre vent’anni, ma il costo di produzione superiore – il cosiddetto green premium – le ha sempre relegate a nicchie di mercato.

Vale in particolare per i polimeri drop-in come il Bio-Pe e il Bio-Pp, chimicamente identici agli omologhi fossili e quindi sostituibili senza dover modificare gli impianti di trasformazione già esistenti.

mercato bioplastiche

Una domanda di plastica che continua a crescere

Il contesto in cui si inserisce questa svolta di prezzo è quello di una domanda in espansione strutturale: l’Ocse stima che il consumo globale di plastica possa raddoppiare entro il 2050.

Oggi oltre il 99% della plastica in circolazione deriva ancora da fonti fossili, un dato che da solo mostra quanto la crescita del riciclo non basti a coprire il fabbisogno futuro di materiale vergine.

Su queste basi IdTechEx prevede che la produzione mondiale di bioplastiche raggiunga 14,5 milioni di tonnellate annue entro il 2036, con un tasso di crescita annuo composto (Cagr) del 13,5%.

Alla leva economica si aggiunge quella regolatoria: la revisione del Regolamento Imballaggi e Rifiuti da Imballaggio (Ppwr) dell’Unione europea, attesa entro il 2027, potrebbe fissare per il packaging obiettivi di contenuto bio-based fino al 44%.

A questa spinta normativa si affianca la pressione dei brand owner, chiamati a ridurre le emissioni di Scope 3 lungo la catena di fornitura e a rispondere ai divieti già in vigore in diverse giurisdizioni sulla plastica monouso non degradabile.

Ne nascono partnership dirette tra produttori di bioplastiche e aziende utilizzatrici, pensate per garantire gli investimenti necessari agli impianti su scala industriale.

Il settore della plastica resta comunque ad alto volume e margine ridotto, una combinazione che storicamente genera resistenza al cambiamento. Senza gli interventi regolatori già in discussione, il differenziale di prezzo aperto dalla crisi energetica rischierebbe di restare un’anomalia temporanea più che una base per investimenti duraturi.

I nodi irrisolti restano sul fine vita

La competitività di prezzo non risolve però i limiti strutturali della categoria. L’acido polilattico (Pla), il bioplastico biodegradabile più diffuso, è compostabile solo in impianti industriali – infrastruttura ancora poco diffusa e priva di un incentivo economico solido – e non esiste per esso una filiera di riciclo paragonabile a quella del Pe o del Pp.

Gran parte del Pla immesso sul mercato finisce quindi mal gestito o in discarica. Diverso il discorso per i polimeri di nuova generazione.

I poliidrossialcanoati (Pha) e il polietilene furanoato (Pef) hanno superato le principali barriere tecnologiche e stanno stringendo accordi con brand owner e trasformatori per allargare il proprio raggio applicativo.

IdTechEx prevede che entrambi conquistino quote di mercato significative entro la fine del decennio, proprio mentre il prezzo del petrolio, per ragioni che nulla hanno a che fare con la chimica dei polimeri, continua a ridisegnare le convenienze dell’intero comparto.

Crediti immagine: Depositphotos

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