In Italia le alluvioni hanno interrotto la scuola a oltre un milione di studenti nel 2025. Un nuovo rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) colloca il dato italiano dentro una crisi che nello stesso anno ha toccato 171 milioni di studenti nel mondo
Nel 2025, in Italia, 1.175.000 studenti hanno visto interrotto il proprio percorso scolastico a causa delle inondazioni. È la causa singola più rilevante di interruzione didattica registrata nel Paese nel corso dell’anno, secondo l’analisi diffusa dall’Unicef.
Il dato entra nel rapporto Learning Interrupted: Global Snapshot of Climate-Related School Disruptions in 2025, che ha passato al setaccio le informazioni provenienti da 106 paesi e territori. L’Italia compare tra i casi nazionali citati esplicitamente, accanto a economie molto più esposte agli eventi climatici estremi.
Il rapporto non entra nel dettaglio delle singole scuole o regioni italiane coinvolte, ma il numero da solo colloca il Paese in una fascia di esposizione tutt’altro che marginale rispetto alla media dei paesi ad alto reddito, dove le interruzioni scolastiche legate al clima restano comunque meno frequenti che nelle economie a basso e medio reddito.
Crisi climatica: 171 milioni di studenti coinvolti nel mondo
A livello globale, secondo l’Unicef, più di 171 milioni di studenti – circa uno su dieci tra scuola dell’infanzia e secondaria superiore – hanno subito interruzioni scolastiche riconducibili a rischi climatici nel 2025.
Le tempeste sono state la causa più diffusa, con 109 milioni di studenti coinvolti. Le inondazioni hanno interessato almeno 70 milioni di studenti, le ondate di calore circa 50 milioni.
A questi si aggiungono siccità e incendi boschivi, che pur con numeri minori contribuiscono al quadro complessivo delle chiusure, dei danni agli edifici scolastici, del passaggio forzato alla didattica a distanza e dell’aumento del rischio di abbandono.
Secondo l’Unicef, inoltre, per milioni di bambini i rischi climatici non si limitano a interrompere le lezioni: distruggono le scuole, costringono le famiglie a lasciare le proprie case e allontanano in modo permanente dalle aule i bambini più vulnerabili, in particolare le bambine.
Pakistan, Egitto, Madagascar, Spagna: geografie diverse, stesso meccanismo
Il rapporto isola alcuni episodi che, per numeri o per ripetizione, spiegano bene la meccanica dell’interruzione scolastica climatica. In Pakistan le inondazioni monsoniche di agosto hanno ritardato il rientro a scuola di oltre 28 milioni di studenti, uno degli episodi più estesi registrati nel 2025.
In Egitto una tempesta di Khamsin – vento e polvere – ha imposto la sospensione nazionale delle lezioni per un giorno ad aprile, coinvolgendo un numero comparabile di studenti.
Il Madagascar mostra invece un altro tipo di esposizione: non un singolo evento ma una sequenza, tra siccità, cicloni tropicali e inondazioni, che nel corso dell’anno ha colpito 280.000 studenti in più occasioni distinte.
In Europa, la Spagna offre il parallelo più vicino al caso italiano. Oltre 500.000 studenti della Comunità Valenciana sono stati colpiti dalle tempeste di marzo e poi dal ciclone post-tropicale Gabrielle a settembre; nel resto del Paese il caldo estremo ha interrotto le lezioni tra maggio e giugno, mentre la tempesta Alice ha inciso sulla frequenza scolastica in ottobre.
Quaranta paesi, secondo il rapporto, hanno affrontato più ondate distinte di interruzione nel corso dell’anno: l’Italia, con l’unico episodio segnalato dalle alluvioni, si colloca in una posizione meno critica rispetto a questo gruppo.
Il costo economico e il rischio specifico per le ragazze
Tre quarti degli studenti coinvolti a livello globale vive in paesi a basso reddito o a reddito medio-basso, dove i sistemi scolastici dispongono di margini più ridotti per proteggere la continuità didattica durante le emergenze climatiche.
La proiezione economica del rapporto quantifica l’inazione in una perdita potenziale di almeno 200 miliardi di dollari americani in guadagni nel corso della vita per gli studenti colpiti nel solo 2025.
L’esposizione non è distribuita in modo uniforme nemmeno all’interno delle famiglie. Le ragazze corrono un rischio più alto di abbandonare definitivamente il percorso scolastico quando una scuola chiude o subisce danni: i compiti di cura familiare e di raccolta dell’acqua tendono a ricadere su di loro con più frequenza, e le pressioni economiche generate da uno sfollamento possono tradursi in un aumento dei matrimoni precoci, rendendo poi più complesso il rientro in classe una volta riaperte le scuole.
L’Unicef individua alcune direzioni già in atto in diversi contesti: l’inserimento della resilienza climatica nella pianificazione nazionale dell’istruzione, il rafforzamento strutturale degli edifici scolastici, meccanismi che garantiscano continuità didattica durante e dopo un’interruzione, l’introduzione dell’educazione al clima nei programmi scolastici come strumento per preparare le nuove generazioni a un contesto ambientale in trasformazione.
Per un paese come l’Italia, dove il dato del 2025 è legato a un’unica causa – le alluvioni – la domanda che il rapporto lascia aperta riguarda la capacità del sistema scolastico nazionale di anticipare il rischio idrogeologico nella progettazione degli edifici e nella gestione della continuità didattica, prima che un singolo evento locale si traduca nell’ennesima interruzione diffusa.
Crediti immagine: Depositphotos










