Lungo le coste del Mediterraneo, un mare sempre più caldo mette in crisi anche la molluschicoltura
La torrida estate del 2026 si chiude lasciando dietro di sé bilanci pesanti in moltissimi settori produttivi. Uno di questi è molluschicoltura (e la pesca di molluschi): secondo Legacoop Romagna, quest’estate negli allevamenti di cozze si sono registrate morie con perdite medie del 60-70%. Alcune realtà hanno addirittura perso la totalità della produzione.
Non solo. Il comparto segnala anche un secondo problema, meno visibile ma potenzialmente decisivo: la carenza di seme, cioè dei giovani molluschi destinati a sostenere le produzioni future.
In certe zone della Romagna, secondo Legacoop, nel 2026 la disponibilità sarebbe diminuita fino al 90%, dopo un calo già consistente registrato nel 2024. Se la scarsità di seme dovesse protrarsi, l’effetto delle anomalie climatiche di quest’estate non si esaurirebbe quindi con la moria estiva, ma potrebbe riflettersi sulla produzione del 2027.
Gli effetti del caldo estremo
Si tratta dell’ennesima conferma di un trend climatico preoccupante, che sta avendo effetti profondi sia su pesca e allevamento sia, come raccontato in diverse occasioni su Greenplanner, sulla ricchissima biodiversità del nostro mare, tra nicchie climatiche che cambiano e specie aliene.
Copernicus ha rilevato che nell’estate 2026 la temperatura superficiale del Mediterraneo è stata la più alta mai registrata per la stagione estiva: addirittura il 95% del bacino è stato interessato da ondate di calore marine classificate almeno come forti.
A luglio, in particolare, le temperature superficiali del Mediterraneo occidentale hanno raggiunto per periodi prolungati valori record.

Si tratta di condizioni sfavorevoli per l’allevamento di molluschi, attività che in alcune zone potrebbe diventare quasi impossibile. Per le cozze, in particolare, i danni non derivano infatti solamente dalla temperatura media, ma dalla durata dello stress termico.
L’ha dimostrato di recente uno studio pubblicato su Scientific Reports, che ha sottoposto la specie Mytilus galloprovincialis a 28°C per 30 giorni, simulando condizioni compatibili con le future ondate di calore dell’Adriatico settentrionale.
La conseguenza – oltre alle morie – è stata una forte riduzione della produzione dei filamenti di bisso, con cui la cozza si ancora al substrato, insieme a una perdita della loro resistenza meccanica e a segnali di impoverimento delle riserve energetiche.
Il rischio è quindi duplice: gli animali diventano più vulnerabili al distacco e allo stesso tempo aumenta lo stress fisiologico.
Il caldo, inoltre, può compromettere la qualità produttiva: nelle estati più calde, le cozze “sopravvissute” possono non raggiungere la condizione corporea richiesta per la commercializzazione. In questo caso, la profondità dell’allevamento risulta un fattore importante per mitigare gli effetti del caldo.
Anche le vongole pagano il conto
Per la vongola verace dell’Adriatico, Chamelea gallina, la situazione è altrettanto delicata. Nel compartimento di Ravenna, Legacoop segnala nel 2026 una crescita insufficiente dopo un periodo di fermo pesca e numerose morie sulle quali sono in corso accertamenti.

La letteratura scientifica conferma che la temperatura è un fattore critico anche per questa specie. Uno studio pubblicato nel 2025 su Scientific Reports, basato anche sul confronto con periodi più caldi della storia climatica dell’Adriatico, ha evidenziato una notevole riduzione della crescita e della calcificazione delle vongole in condizioni di caldo anomalo.
Gli autori segnalano inoltre che la specie ha una tolleranza relativamente bassa alle alte temperature: a 28°C diminuisce l’assorbimento di energia e aumenta quella consumata dalla respirazione, peggiorando il bilancio energetico complessivo dell’animale.
A complicare il quadro ci sono poi altri impatti antropici, come l’inquinamento e la trasformazione degli ecosistemi costieri.
La Chamelea gallina, infatti, essendo un organismo filtratore, può accumulare contaminanti presenti nell’acqua e nei sedimenti: studi condotti nell’Adriatico hanno evidenziato il ruolo di sostanze come metalli e altri inquinanti come possibili fattori di stress e diminuzione delle difese immunitarie delle vongole, anche in relazione a episodi di mortalità elevata.
A questa pressione si aggiunge infine la presenza di specie aliene, come la vongola filippina (Ruditapes philippinarum), introdotta nell’Alto Adriatico per l’acquacoltura e oggi ampiamente diffusa nelle lagune settentrionali, e il granchio blu (Callinectes sapidus), che si nutre di molluschi.












