In dieci anni in Italia hanno chiuso 140mila attività commerciali e 1.100 Comuni sono rimasti senza neppure un negozio alimentare. Ma la scomparsa delle piccole attività non è soltanto un problema economico: significa perdere servizi, relazioni, sicurezza e vitalità urbana. Per questo il rilancio dei negozi di prossimità passa dalla rigenerazione dei territori, ma anche dalla capacità di innovare
C’è una desertificazione che non riguarda il clima, ma cambia ugualmente il paesaggio nel quale viviamo. È la desertificazione commerciale: serrande abbassate, vetrine vuote, centri storici che perdono funzioni e piccoli Comuni nei quali anche acquistare il pane o il latte richiede uno spostamento in automobile.
I numeri diffusi da Confesercenti fotografano bene la dimensione del fenomeno: negli ultimi dieci anni hanno chiuso in Italia 140mila attività e 1.100 Comuni sono oggi privi persino di un negozio alimentare.
Ed è proprio qui che il negozio di prossimità acquista un significato che va ben oltre il commercio. Un piccolo esercizio mantiene persone e servizi all’interno di un quartiere o di un paese, crea occupazione, presidia il territorio e alimenta le relazioni sociali.
Il documento di Confesercenti e Custom insiste proprio sulla ricaduta economica e sociale di queste attività, individuandone il valore in termini di lavoro, presidio territoriale e coesione delle comunità.
Come si salva un negozio di prossimità?
La risposta non può essere semplicemente nostalgica. Non basta sostenere il piccolo commercio perché “una volta c’era la bottega“. Il punto è creare le condizioni perché aprire, mantenere o riaprire una serranda torni a essere economicamente possibile.
È in questa direzione che si muove ZeSpro, proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Confesercenti Nazionale per la rigenerazione urbana e commerciale e sostenuta anche da Custom Group.
L’idea di fondo è interessante proprio perché lega il commercio alla rigenerazione: un negozio non vive isolato, ma all’interno di un ecosistema urbano. Servono quindi territori accessibili, servizi, spazi pubblici frequentati e condizioni economiche che rendano conveniente insediarsi dove oggi il mercato da solo fatica a farlo.
C’è poi un secondo elemento: l’innovazione tecnologica. Il negozio di prossimità del futuro non deve necessariamente assomigliare a quello del passato.
Automazione di alcune operazioni, pagamenti digitali, software gestionali, servizi integrati e tecnologie capaci di semplificare il rapporto con il cliente possono ridurre inefficienze e ampliare i servizi offerti.
È anche su questo terreno che si inserisce Custom, azienda specializzata nelle tecnologie per il retail, dall’automazione dei servizi al pubblico alla gestione e lettura dei dati.
La vera sfida, dunque, è trasformare il negozio di prossimità in un’infrastruttura di prossimità. Non soltanto un luogo dove comprare qualcosa, ma un presidio capace di tenere insieme economia locale, servizi e relazioni.
Perché quando scompare l’ultimo negozio di un paese non perdiamo soltanto un punto vendita: perdiamo un pezzo della comunità.
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