Dal 5 all’11 ottobre torna la Settimana Nazionale della Dislessia. Al centro dell’edizione 2026 ci sono soprattutto le voci di chi vive ogni giorno con un Disturbo Specifico dell’Apprendimento. Un nuovo libro di Gianluca Lo Presti prova a trasformare la conoscenza della dislessia in indicazioni concrete per la scuola: perché dietro un ragazzo che non prende appunti o studia poco può esserci una realtà completamente diversa
Un ragazzo non prende appunti. È distratto? Non ha voglia? Oppure sta impiegando tutte le proprie energie per ascoltare l’insegnante e non riesce contemporaneamente a selezionare le informazioni e trasferirle sul quaderno?
È proprio da domande come questa che vale la pena partire in occasione della Settimana Nazionale della Dislessia, in programma dal 5 all’11 ottobre 2026.
Una settimana promossa dall’Associazione Italiana Dislessia che quest’anno punta in modo particolare sull’ascolto diretto delle persone con Dsa. Tra le iniziative nazionali c’è infatti Dsa ad alta voce, un racconto collettivo costruito attraverso le testimonianze di chi convive quotidianamente con dislessia e altri Disturbi Specifici dell’Apprendimento.
L’8 ottobre, Giornata internazionale della dislessia, è prevista anche una maratona audio di 24 ore. L’obiettivo è importante: passare dal parlare delle persone con Dsa al dare loro la parola. Anche perché molte difficoltà non sono immediatamente riconoscibili dall’esterno.
La dislessia è un Disturbo Specifico dell’Apprendimento che interessa in particolare l’automatizzazione della lettura. Questo non significa mancanza di intelligenza o di capacità di apprendere. Il problema è piuttosto il maggiore dispendio di energie necessario per svolgere attività che per altri studenti diventano progressivamente automatiche.
Ed è soprattutto nel passaggio alla scuola secondaria di primo grado che questa condizione può diventare particolarmente impegnativa. Aumentano le materie, i testi diventano più complessi, bisogna prendere appunti, organizzare autonomamente lo studio, selezionare le informazioni e affrontare verifiche e interrogazioni.
Cosa vede un insegnante e cosa può esserci dietro
Su questo passaggio si concentra il nuovo libro Erickson di Gianluca Lo Presti, psicologo che da anni si occupa di Dsa, Dislessia. Cosa fare (e non) – Scuola secondaria. Il volume affronta 14 situazioni concrete della vita scolastica: dalla difficoltà nel prendere appunti allo studente che studia molto ma rende poco, dalla bassa autostima alla difficoltà nell’esprimere ciò che si sa, fino al rifiuto dell’aiuto o alla tendenza a isolarsi.
Il messaggio forse più interessante è proprio quello di non fermarsi al comportamento visibile. Chi studia per molte ore ottenendo risultati modesti, per esempio, non necessariamente deve studiare ancora di più: occorre capire come sta studiando.
La soluzione può essere intervenire sul metodo, sulla comprensione e sulla capacità di individuare le informazioni essenziali. Lo stesso vale per gli appunti. Ascoltare, comprendere, scegliere cosa è importante e contemporaneamente scriverlo può determinare un forte carico cognitivo.
Schemi predisposti, parole chiave o tracce da completare possono diventare strumenti utili senza diminuire la qualità dell’apprendimento. C’è poi una dimensione emotiva che non può essere ignorata.
Di fronte a una bassa autostima, sostiene Lo Presti, non bastano generiche rassicurazioni: servono esperienze nelle quali il ragazzo possa verificare concretamente di essere competente. Anche una reazione di rabbia può essere letta diversamente se si considera il carico di richieste e di frustrazione che l’ha preceduta.
Persino il rifiuto dell’aiuto può nascondere qualcosa di differente dalla semplice opposizione: accettare uno strumento o un supporto significa talvolta sentirsi esposti come diversi rispetto ai compagni. Rendere gli aiuti parte naturale della didattica e offrire possibilità di scelta può contribuire a costruire autonomia.
Dalla diagnosi alla didattica
Il punto, allora, non è abbassare le aspettative nei confronti di chi ha una dislessia. È creare le condizioni perché uno studente possa dimostrare realmente quello che sa.
La diagnosi, in questa prospettiva, non rappresenta un traguardo ma l’inizio di un percorso: conoscere meglio il funzionamento di quel ragazzo o di quella ragazza permette a scuola e famiglia di individuare strategie più efficaci.
Ed è forse questo il messaggio più utile con cui entrare nella Settimana Nazionale della Dislessia 2026: prima di giudicare una prestazione scolastica, occorre capire quale percorso è stato necessario per raggiungerla.
Non a caso, accanto alle iniziative nazionali, Aid sta organizzando appuntamenti sui territori che coinvolgono studenti, famiglie e insegnanti. A Varese, per esempio, il 6 ottobre è previsto un incontro sull’uso dell’intelligenza artificiale come supporto allo studio, mentre il 9 ottobre una Biblioteca Vivente darà voce direttamente a studenti, adulti, docenti e genitori che hanno esperienza dei Dsa.
Un modo concreto per ricordare che inclusione non significa rendere la scuola più facile. Significa renderla capace di riconoscere modi diversi di imparare.
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