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Artico e Antartide, i due estremi della Terra lanciano lo stesso allarme

poli terrestri
Immagine da Depositphotos

Sono agli antipodi e profondamente diversi: a Nord un oceano coperto di ghiaccio, a Sud un continente sepolto sotto una gigantesca calotta glaciale. Ma Artide e Antartide stanno raccontando due facce della stessa crisi climatica. Le nuove campagne scientifiche, dalla base italiana Dirigibile Italia alle Svalbard fino alle spedizioni nella Penisola Antartica, cercano di capire quanto velocemente stiano cambiando questi ambienti e quali conseguenze dobbiamo aspettarci

Quando parliamo di Poli, la prima distinzione da fare è geografica. Il Polo Nord si trova nell’Artide, sostanzialmente un oceano circondato da continenti, sul quale si forma ghiaccio marino.

All’estremo opposto del pianeta troviamo l’Antartide, un vero continente ricoperto da una calotta di ghiaccio. E la Penisola Antartica, che si allunga verso il Sud America, non è il Polo Sud, anche se appartiene allo stesso continente.

Due mondi diversi, dunque. Ma entrambi sono straordinari osservatori del cambiamento climatico.

A Nord il problema è un Artide che cambia troppo velocemente

Alle Svalbard la scienza italiana dispone di una sentinella privilegiata: la stazione Dirigibile Italia del Cnr a Ny-Ålesund, inaugurata nel 1997. Oggi sostiene più di 30 progetti e circa 50 missioni all’anno, coinvolgendo un centinaio di ricercatori e ricercatrici.

Quello che stanno misurando è un sistema in rapida trasformazione. Aumentano le temperature atmosferiche e marine, diminuisce il ghiaccio marino, il ghiaccio pluriennale viene progressivamente sostituito da ghiaccio più giovane e vulnerabile.

Contemporaneamente avanzano l’atlantificazione delle acque, la degradazione del permafrost e l’Arctic Greening, cioè l’espansione della vegetazione verso latitudini sempre più elevate.

I numeri raccolti dal Cnr sono particolarmente significativi. Alla stazione Dirigibile Italia le serie di lungo periodo indicano incrementi della temperatura media fino a 1,35°C per decennio nel periodo considerato dagli studiosi, mentre le acque del Kongsfjorden hanno registrato un aumento di circa 1°C ogni dieci anni.

Nell’aprile 2026 il progetto europeo Liquidice, coordinato dal Cnr-Isp, ha addirittura registrato temperature fino a 12°C sopra la norma, con fusione prematura della neve e attivazione anticipata dei processi di fusione dei ghiacciai.

L’acqua penetrata nello strato basale della neve ha inoltre formato strati di ghiaccio capaci di rendere più difficile alla fauna l’accesso alle risorse alimentari.

E qui emerge il primo grande problema polare: l’Artide non sta semplicemente diventando più caldo. Sta cambiando contemporaneamente nell’oceano, nell’atmosfera, nei ghiacci, nel suolo e negli ecosistemi.

Tanto rapidamente che Giuliana Panieri, direttrice del Cnr-Isp, parla ormai di una moving baseline: cambia il sistema e cambia persino il riferimento rispetto al quale misuriamo il cambiamento.

Anche fare ricerca nell’Artico deve diventare sostenibile

C’è poi un interessante paradosso: per capire e proteggere un ambiente tanto fragile occorre raggiungerlo, installare strumenti, riscaldare e alimentare basi scientifiche, trasportare persone e carburanti. Anche la ricerca, quindi, possiede una propria impronta ambientale.

Proprio da questa contraddizione nasce Sustain-Arctic, progetto europeo da 5,6 milioni di euro coordinato per tre anni dal Politecnico di Torino con 11 istituzioni di sei Paesi. L’obiettivo è rendere progressivamente più sostenibili e climaticamente neutre le attività scientifiche artiche e subartiche.

Alle Svalbard e in Finlandia verranno sperimentati sistemi basati su fotovoltaico, eolico, accumulo energetico, recupero di rifiuti e acque reflue e digitalizzazione, aumentando le operazioni da remoto e riducendo spostamenti e permanenze sul campo.

A Sud il problema si chiama Antartide: conservare un continente decisivo per il Pianeta

Dall’altra parte della Terra cambia la geografia e cambia in parte anche la natura del problema. L’Antartide non è ghiaccio marino sopra un oceano: sotto quella immensa massa glaciale c’è un continente. Per questo ciò che accade al suo ghiaccio continentale assume una rilevanza particolare anche rispetto al livello globale dei mari.

Ed è nella Penisola Antartica che a fine novembre arriverà una nuova spedizione guidata dall’esploratore britannico Robert Swan. Dal 25 novembre al 2 dicembre 2026, dodici professionisti di Ntt Data parteciperanno alla spedizione 2041 Leadership on the Edge, insieme a oltre 60 rappresentanti del mondo imprenditoriale e della società civile.

La Penisola e le isole circostanti diventeranno una sorta di laboratorio a cielo aperto per ragionare di politiche climatiche, sostenibilità e innovazione.

La figura di Swan crea, peraltro, un ponte perfetto tra i due estremi del Pianeta. Nel 1986 raggiunse il Polo Sud dopo una marcia senza supporto di circa 1.450 chilometri; tre anni dopo raggiunse anche il Polo Nord, diventando il primo uomo ad aver raggiunto a piedi entrambi i Poli. Da allora ha guidato più di venti spedizioni navali in Antartide.

Il messaggio della nuova spedizione è interessante proprio perché sposta l’attenzione dall’epica della conquista a quella della protezione: preservare l’Antartide come territorio dedicato alla scienza e alla pace.

Due Poli, un unico sistema Terra

Ecco allora il punto che unisce Nord e Sud. Il problema dell’Artide è soprattutto la velocità con cui un intero sistema sta cambiando; quello dell’Antartide è la vulnerabilità di un’enorme riserva di ghiaccio continentale, cruciale per gli equilibri climatici e oceanici globali.

In entrambi i casi, quello che succede ai Poli non rimane ai Poli. Non è casuale che proprio dal 5 al 7 ottobre a Roma Cnr, Enea, Ingv e Ogs riuniscano per la prima volta la comunità scientifica italiana nella Conferenza Nazionale Polare Poli di conoscenza: dalle terre estreme alle sfide globali. Artico, Antartide e persino il cosiddetto Terzo Polo – Himalaya, Karakorum e Altopiano del Tibet – saranno osservati come parti di una questione globale che intreccia clima, ambiente, innovazione e geopolitica.

Dal confronto dovrà nascere anche un white paper utile a orientare le future strategie nazionali.

Crediti immagine: Depositphotos

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