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La crisi degli incendi non ha confini: la testimonianza di chi vive a Singapore

incendi a singapore

In Italia oltre 1.200 chilometri quadrati di territorio sono stati devastati dagli incendi nei primi nove mesi del 2026. Dall’altra parte del mondo, a Singapore, i cittadini respirano i fumi provenienti dalle foreste indonesiane in fiamme. Douglas Toh ci racconta come si vive in questa situazione. La domanda è: che cosa possiamo fare per difenderci e, soprattutto, prevenire questi disastri?

“Sono esausto. Non è soltanto una questione fisica, c’è anche un effetto psicologico: è frustrante respirare in queste condizioni“. A raccontarmi il suo stato d’animo è Douglas Toh, amico che vive a Singapore, che da giorni convive con i fumi degli incendi che stanno devastando vaste aree della vicina Indonesia.

La sua testimonianza ci porta dentro una quotidianità apparentemente normale, ma profondamente condizionata dall’inquinamento atmosferico. “Il mio ufficio ha una ventina di ingressi al piano terra, ma attualmente soltanto due rimangono aperti, per mantenere l’aria interna il più pulita possibile“, racconta Douglas.

Eppure, nonostante le preoccupazioni per la salute, la vita continua. Le scuole restano aperte, molti cittadini cercano rifugio negli ambienti climatizzati e il governo incoraggia il lavoro da casa.

“Alcuni amici soffrono di secchezza agli occhi, prurito alla pelle o tosse persistente. Per molti il problema è una sensazione generale di fastidio e stanchezza“. Douglas racconta che meno della metà delle persone incontrate per strada indossa una mascherina. E nonostante il fumo, persino la spiaggia che raggiunge abitualmente in bicicletta durante il fine settimana continua a essere affollata.

Il governo, spiega, informa tempestivamente la popolazione e mette a disposizione un sistema di monitoraggio della qualità dell’aria costantemente aggiornato. Ma conoscere il pericolo non significa necessariamente poterlo evitare.

Il fuoco brucia in Indonesia, ma le conseguenze attraversano i confini

Douglas Toh non pensa soltanto a Singapore. Il suo pensiero va soprattutto alle popolazioni indonesiane, che stanno subendo le conseguenze più gravi degli incendi.

“Per quanto sia grave la situazione qui, non è nulla rispetto a ciò che stanno vivendo gli indonesiani. Ho visto le immagini del Kalimantan: è un incubo“. Nel Sud-Est asiatico, il ricorso al fuoco per liberare terreni destinati alle coltivazioni è una pratica conosciuta, spesso associata all’espansione agricola e alla produzione di olio di palma.

Ma, come osserva Douglas, oggi sono soprattutto due fattori a rendere la situazione particolarmente pericolosa: le dimensioni delle superfici incendiate e le condizioni meteorologiche.

Quando i roghi si estendono su territori molto vasti, controllarli diventa estremamente difficile. La siccità e le temperature elevate possono inoltre favorirne la propagazione.

Particolarmente preoccupanti sono gli incendi delle torbiere indonesiane, ecosistemi ricchissimi di carbonio che, una volta prosciugati, possono bruciare anche sotto la superficie del terreno, producendo grandi quantità di fumo e gas serra.

Nelle parole di Douglas emerge anche una richiesta di giustizia. Il cittadino di Singapore si interroga sulle responsabilità delle imprese e delle autorità coinvolte nelle attività di trasformazione del territorio.

Una questione che va oltre l’Indonesia: chi deve rispondere dei danni ambientali quando le attività economiche si sviluppano attraverso filiere internazionali, ma le conseguenze ricadono sulle popolazioni locali?

incendio a Singapore
Immagine scatta il 20 ottobre 2026 – Oggi la foschia si è effettivamente diradata un po’, ma in una normale giornata serena si riuscirebbero a vedere gli edifici più chiaramente

Anche l’Italia brucia: oltre 2.000 grandi incendi nel 2026

Se guardiamo all’Europa, il quadro non è meno preoccupante. Secondo lo European Forest Fire Information System (Effis), Spagna, Francia, Italia, Croazia e Belgio presentano scostamenti significativi rispetto alle medie storiche delle superfici percorse dagli incendi.

In Italia, secondo i dati elaborati da Ispra, tra il 1° gennaio e il 15 settembre 2026 sono stati registrati 2.076 grandi incendi, con oltre 1.200 chilometri quadrati di territorio bruciato: una superficie poco inferiore a quella del Comune di Roma.

La Sicilia concentra il 55% delle superfici percorse dal fuoco, seguita da Calabria e Puglia, entrambe intorno al 10%. La provincia di Agrigento, con 222 chilometri quadrati bruciati, risulta la più colpita.

Ma il dato forse più allarmante riguarda la biodiversità: oltre il 30% della superficie complessivamente bruciata ricade all’interno di aree protette. Circa il 40% delle superfici forestali interessate dagli incendi si trova in parchi, riserve naturali e siti Natura 2000.

Non perdiamo soltanto alberi. Perdiamo habitat, biodiversità, capacità di assorbimento del carbonio e protezione dei suoli. Gli incendi possono compromettere servizi ecosistemici che richiederanno decenni per essere ripristinati.

E quando le fiamme si spengono, il danno non finisce. I terreni impoveriti e privati della vegetazione diventano più vulnerabili all’erosione, mentre le piogge intense possono favorire fenomeni di dissesto idrogeologico.

Gli incendi sono anche un’emergenza sanitaria

L’esperienza di Douglas Toh ci ricorda che gli incendi non rappresentano soltanto un problema forestale. Il fumo contiene particolato fine, tra cui il PM2,5, capace di penetrare profondamente nell’apparato respiratorio.

L’esposizione può aggravare patologie respiratorie e cardiovascolari e rappresenta un rischio soprattutto per bambini, anziani e persone con malattie croniche. Ma esiste anche una dimensione psicologica, spesso sottovalutata.

Douglas ricorda che Singapore aveva già vissuto una gravissima crisi di inquinamento atmosferico nel 1997, quando sua madre era incinta di lui. “Mia madre ricorda di essere stata costantemente stanca e a disagio. Se già adesso sento di avere così poche energie, non riesco a immaginare come si sentisse allora“.

Il fumo degli incendi può dunque compromettere non soltanto la salute fisica, ma anche il benessere quotidiano, la libertà di movimento e la possibilità di vivere serenamente gli spazi pubblici.

Che cosa può fare un cittadino quando l’aria diventa irrespirabile?

È questa la domanda che accomuna Singapore e l’Italia. La prima risposta è proteggere la propria salute. Consultare i dati ufficiali sulla qualità dell’aria, limitare l’attività fisica all’aperto durante i picchi di inquinamento, utilizzare mascherine Ffp2 ben aderenti quando necessario e migliorare la filtrazione dell’aria negli ambienti chiusi sono misure utili per ridurre l’esposizione.

Ma non possiamo pensare che la soluzione sia semplicemente chiudersi in casa e aspettare che cambi il vento. Un cittadino può contribuire alla prevenzione segnalando tempestivamente i focolai, rispettando i divieti di accensione dei fuochi e partecipando alle iniziative di tutela e manutenzione del territorio.

Può anche esercitare il proprio potere di consumatore, chiedendo maggiore trasparenza sull’origine dei prodotti e sulle filiere che possono contribuire alla deforestazione. Soprattutto, può pretendere dalle istituzioni investimenti nella prevenzione, nel monitoraggio e nella gestione forestale.

Maria Alessandra Gallone, presidente di Ispra e Snpa, richiama proprio questa responsabilità condivisa: “la prevenzione non si improvvisa quando arrivano le fiamme: si costruisce prima, attraverso la conoscenza scientifica, la pianificazione e la collaborazione tra istituzioni, comunità locali e cittadini“.

Droni, satelliti e sistemi avanzati di osservazione possono aiutare a individuare tempestivamente le criticità. Ma senza una gestione attenta dei territori e una cooperazione internazionale efficace, la tecnologia da sola non sarà sufficiente.

Il diritto di respirare non dovrebbe dipendere dal vento

“Non so quando finirà questa situazione. Per ora possiamo soltanto cercare di mantenerci il più possibile in salute. Ma quello che vorrei davvero vedere è che venga fatta giustizia per gli indonesiani, che hanno sofferto più di tutti“. Le parole di Douglas Toh riportano la questione alla sua dimensione più umana.

Gli incendi non conoscono passaporti, ma le responsabilità devono avere nomi, regole e conseguenze. E se la salute umana dipende anche dalla salute delle foreste, come ci insegna la visione One Health, difendere gli ecosistemi non è più soltanto una scelta ambientalista: è una necessità sanitaria, economica e sociale.

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