Non servono sempre grandi opere per riportare vita nei piccoli centri. Il fitting urbano propone una nuova ricetta contro lo spopolamento: interventi mirati, veloci e su misura delle comunità. Un approccio rilanciato dal sociologo Mario Abis dopo il convegno Eaae di Cagliari, che apre una riflessione sul futuro dei borghi italiani e sull’eredità del Pnrr
C’è un’idea che Franco Arminio, poeta e scrittore, ripete da anni camminando da un paese all’altro dell’Irpinia d’Oriente. La paesologia, afferma, è “una scienza che studia i paesi, partendo dall’idea che ogni paese è diverso dall’altro“.
A ben vedere, le parole di Arminio contengono un programma di governo del territorio. Ed è proprio da qui che parte un concetto nuovo, in Italia vecchio di poche settimane, destinato a entrare presto nel vocabolario di sindaci, urbanisti e ministeri: il fitting urbano.
Per capire perché questo concetto arrivi al momento giusto, conviene partire da una delle immagini più note dell’Italia che si svuota: la casa venduta a un euro.
L’iniziativa nata a Salemi nel 2008, poi è stata adottata in varie forme da oltre settanta Comuni, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne. Il meccanismo è semplice: il Comune fa da tramite tra i proprietari di immobili abbandonati e gli acquirenti, che si impegnano a presentare un progetto entro un anno e a completare i lavori in tre-cinque anni, versando una cauzione che va in genere da 2.000 a 10.000 euro.
L’obiettivo strategico è quello di una rigenerazione comunitaria. Le case a un euro hanno avuto il merito di riportare l’attenzione internazionale sui paesi, ma ne mostrano anche il limite.
Una casa venduta, insomma, non è ancora un abitante in più. Serve ciò che le rende vive: servizi, lavoro, relazioni, una regia. È questa la domanda a cui il fitting urbano prova a rispondere.
Una parola presa in prestito dalla sartoria
In inglese, fitting è la prova d’abito, il vestito che calza bene perché è stato tagliato addosso a chi lo porta. Ma indica anche l’adeguatezza, l’essere appropriato al contesto.
Trasferito all’urbanistica, il termine designa il passaggio dai grandi programmi urbani, lenti e spesso inconcludenti, a interventi di dimensione contenuta, aderenti ai caratteri dei luoghi, realizzabili in tempi ragionevoli e misurabili nei risultati.
La parola ha una data e un luogo di nascita precisi. Dal 26 al 29 agosto 2026 la Scuola di Architettura dell’Università di Cagliari ha ospitato la conferenza annuale della European Association for Architectural Education, la rete delle scuole di architettura d’Europa: oltre 150 studiosi riuniti sotto un titolo volutamente provocatorio, Xs–S–M: Architecture of the Fitting.
Le taglie extra-small, small e medium rovesciano il celebre S, M, L, Xl con cui Rem Koolhaas, nel 1995, aveva celebrato la Bigness, l’architettura come dispositivo di potere urbano in scala sempre crescente.
Trent’anni dopo, osservano gli organizzatori, quella fiducia nella crescita illimitata si è incrinata sotto il peso di crisi intrecciate. Spopolamento, deindustrializzazione, declino economico e perdita di servizi essenziali hanno colpito soprattutto i territori fragili.
Ed è proprio nelle periferie e nei margini che la piccola e media scala smette di essere un residuo del declino e diventa una strategia deliberata di sopravvivenza e rigenerazione.
Il fitting è definito come paradigma di risposta allo spopolamento, alla regressione economica e ai limiti nel consumo di energia, suolo e materiali: la ricerca della giusta misura attraverso un rapporto profondo con il luogo.
A dare forma al tema sono stati Pier Francesco Cherchi, Adriano Dessì e Marco Moro dell’ateneo cagliaritano, insieme al presidente dell’associazione Roberto Cavallo, docente alla Tu Delft.
Per Cavallo, il fitting invita a pensare l’architettura non in termini di dimensione o spettacolo, ma come pratica di calibrazione attenta, sensibile alle comunità e ai limiti ecologici. La Sardegna, con i suoi paesaggi a bassa densità e una modernizzazione imperfetta, è stata scelta come laboratorio.
Da Cagliari al dibattito pubblico
A portare il concetto fuori dalle aule universitarie è stato Mario Abis, sociologo, fondatore dell’istituto di ricerca Makno e docente all’Università Iulm di Milano, che ha aperto la conferenza con la prima keynote, il 26 agosto.
Il 15 settembre scorso la Fondazione Ampioraggio ha pubblicato il primo testo italiano che impiega l’espressione fitting urbano, attribuendola ad Abis e applicandola a borghi, città medie e aree interne.
Nessun Comune, oggi, scrive fitting urbano nelle proprie delibere: la parola è troppo giovane. L’Italia, però, è piena di luoghi che lo praticano da anni senza saperlo.
A Santo Stefano di Sessanio, sul Gran Sasso, 118 residenti accolgono circa 40.000 presenze l’anno grazie a un modello di rigenerazione comunitaria senza nuove costruzioni, oggi esteso agli otto Comuni delle Terre della Baronia.
A Castel del Giudice, in Alto Molise, venticinque anni di piccoli interventi guidati dal sindaco Lino Gentile hanno preparato il terreno ai 20 milioni del Pnrr. Sono questi esempi a rendere il concetto concreto e verificabile.
Più abitanti, non più turisti
Il nodo che unisce le case a un euro e i borghi rinnovati è stato messo a fuoco con chiarezza da Antonio De Rossi, architetto e docente di Progettazione architettonica e urbana al Politecnico di Torino.
In un’intervista ad Artribune del 22 luglio 2026 ha riassunto la sua posizione in un titolo che vale come manifesto: le aree interne non hanno bisogno di più turisti, hanno bisogno di più abitanti.
De Rossi critica le strategie turistiche estrattive che riducono i centri storici a scenografia, quelle che si limitano a mettere “i ristorantini nel centro storico“, a sistemare “gerani un po’ ovunque” e a creare “spazi scenografici“.
E ricorda che “non può esistere turismo senza una comunità di abitanti“. È la stessa linea che De Rossi aveva già sostenuto con Filippo Barbera e Domenico Cersosimo nel volume Contro i borghi (Donzelli, 2022), una critica alla retorica estetizzante che trasforma i paesi in cartoline.
Barbera, in quella stagione, sosteneva che i fondi pubblici sarebbero stati meglio spesi in progetti co-gestiti con le comunità e mirati all’abitabilità quotidiana. Franco Arminio, da parte sua, ha avvertito che il paese non deve essere percepito e valutato “partendo dal modello cittadino“.
Tre voci diverse, una medesima grammatica: quella del fitting. Tradotta nel linguaggio del fitting, la lezione è netta: welfare locale, scuole, energia, lavoro e casa vengono prima del decoro.
La casa a un euro funziona quando è inserita in questo disegno; da sola rischia di produrre facciate restaurate e finestre chiuse. Per De Rossi, del resto, “la tradizione è continuo fluire e rigenerarsi“: non un’immagine da conservare, ma un processo da accompagnare.
Le leve già disponibili
Il fitting non ha bisogno di una legge nuova per partire: gli strumenti esistono, vanno orientati. La legge 158 del 2017 sui piccoli Comuni, nota come legge Realacci, riguarda i centri sotto i 5.000 abitanti e prevede un Piano nazionale per la riqualificazione dei loro centri storici.
Le risorse 2025-2028 sono state assegnate con il decreto del 24 dicembre 2025, la graduatoria è stata integrata in Gazzetta Ufficiale l’11 luglio 2026 e le opere sotto i 2,5 milioni vanno aggiudicate entro la fine dell’anno.
Sono, per definizione, interventi a misura di fitting. Al Senato sono in discussione il disegno di legge unificato sulla rigenerazione urbana, quello sui principi del governo del territorio, che prevede un fondo da 500 milioni l’anno fino al 2035 e l’obiettivo del consumo di suolo zero, e quello sulla rinascenza urbana, che riconosce l’architettura come bene di interesse pubblico.
In Abruzzo, dove una legge regionale sulle cooperative di comunità esiste dal 2015, nell’agosto 2026 è partito da Pietracamela il percorso per una legge dedicata ai 27 Borghi più belli della regione.
Restano attive le Green Communities del Pnrr, come Maiella Madre a Pacentro, finanziata con circa 3,35 milioni. L’Europa offre la cornice. Il New European Bauhaus chiede un’architettura bella, sostenibile e inclusiva, e la sua rete accademica del Sud, Neb goes South, figurava tra i partner della conferenza di Cagliari.
La politica di coesione 2021-2027 finanzia strategie territoriali integrate per aree urbane e interne. Il 9 settembre 2026, infine, la Commissione ha proposto l’Affordable Housing Act, che darebbe ai Comuni più strumenti su immobili vuoti e seconde case: un tema quotidiano nei centri storici minori, e lo stesso che le case a un euro hanno provato ad affrontare con mezzi propri.
Il giorno dopo il Pnrr
Dal 16 al 18 settembre, a Roma, il Ministero della Cultura ha tracciato il bilancio del Programma Borghi del Pnrr. I numeri sono rilevanti: circa 1 miliardo di euro investiti, 315 borghi coinvolti, 232 progetti finanziati, 3.349 interventi completati a fronte di un target europeo di 3.250.
Accanto alle opere, 2.657 iniziative imprenditoriali sostenute dal bando Imprese Borghi, che nel 2023 aveva raccolto 4.381 domande per quasi 368 milioni di investimenti richiesti, contro 188 disponibili.
Il programma era articolato in due linee. La Linea A ha assegnato 420 milioni a 21 borghi pilota, uno per Regione, 20 milioni ciascuno. La Linea B ha finanziato i progetti locali selezionati tramite avviso pubblico, al quale avevano risposto circa 1.800 Comuni.
Il presidente dell’Anci, Gaetano Manfredi, ha parlato di un metodo fondato su un coinvolgimento reale delle comunità. Proprio ora che i cantieri si chiudono, tuttavia, emerge la domanda decisiva: chi gestirà immobili, piazze e servizi appena realizzati?
Il Ministero ha aperto un tavolo tecnico con i sindaci; l’Anci chiede di costruire sistemi di piccoli Comuni capaci di condividere competenze e servizi. I sindaci parlano di modelli gestionali stabili, di manutenzione, di filiere locali.
È qui che il fitting urbano smette di essere una suggestione accademica e diventa una proposta operativa.
La resa e la risposta
C’è poi il quadro nazionale. Il Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne 2021-2027 coinvolge 124 aree progettuali, 1.904 Comuni e oltre 4,5 milioni di abitanti.
È però diventato noto per un passaggio che, per alcune aree, prevede di accompagnare un percorso di spopolamento irreversibile. Il ministro Tommaso Foti ha respinto questa lettura; l’Uncem, con il presidente Marco Bussone, ha chiesto di cancellare la formula.
Le aree interne rappresentano il 53% dei Comuni italiani, oltre 13 milioni di abitanti e più del 60% della superficie nazionale; nel Mezzogiorno salgono al 67% dei Comuni.
I 130.000 nuovi abitanti registrati dall’Uuncem nei Comuni montani in cinque anni indicano che la resa non è un destino. Arminio, che nel luglio 2026 ha raccolto trenta proposte per salvare i paesi, ripete da tempo che il loro destino non riguarda solo chi vi abita.
Lo affermava già nel 2020: “Se l’Italia rigenera i suoi paesi, avrà un beneficio anche nelle città“. Il fitting prende sul serio questa intuizione e le dà un metodo: partire da problemi e risorse riconoscibili, fissare risultati verificabili, sperimentare, correggere, collegare gli interventi in rete.
Nessuna formula salvifica, nessuna nostalgia; piuttosto, come ha scritto la Fondazione Ampioraggio, una rete di piccoli cantieri per una trasformazione grande. In questa rete le case a un euro possono trovare il loro posto: non più vetrina, ma tassello di un progetto di abitabilità.
Il limite, va riconosciuto, è la capacità amministrativa. Agli Stati generali dei piccoli Comuni, nel febbraio scorso, è emerso che nei centri minori spesso non manca l’idea di futuro, ma il personale per trasformarla in un progetto cantierabile e rendicontabile.
Ed è proprio per questo che la piccola scala conviene: è l’unica che un ufficio tecnico di due persone può governare davvero. Arminio ha descritto i paesi come organismi complicatissimi, che “richiedono osservazioni prolungate e da vicino“.
È ciò che il fitting chiede a chi progetta e a chi governa: tornare a guardare. Dopo il miliardo del Pnrr, dopo la polemica sullo spopolamento irreversibile e dopo la stagione delle case a un euro, l’Italia dei paesi non ha bisogno di un altro grande piano calato dall’alto, né di più turisti.
Ha bisogno di più abitanti, di mille piccole risposte giuste, ciascuna cucita sul suo luogo, e di qualcuno che le colleghi. Il nome, finalmente, c’è.













