Frequentano i fondali, conoscono la bellezza del mondo sommerso e possono diventare preziosi alleati della biodiversità marina. Ma quanto sappiamo delle loro abitudini e della loro sensibilità ambientale? Nasce il primo Osservatorio Subacqueo Italiano, mentre una ricerca del Cnr dimostra che il mare ha un suo battito, capace di raccontarci lo stato di salute degli ecosistemi
Quanto sono Green i subacquei italiani? E quanto la loro passione per il mondo sommerso può trasformarsi in un contributo concreto alla salvaguardia del mare?
Sono domande interessanti, soprattutto in un momento in cui la salute degli ecosistemi marini richiede sempre maggiore attenzione e la ricerca scientifica mette a disposizione nuovi strumenti per monitorarla.
Chi si immerge ha infatti un privilegio, ma anche una responsabilità: osservare da vicino un ambiente che per la maggior parte delle persone rimane invisibile. Un mondo straordinario, ma vulnerabile, nel quale i cambiamenti della biodiversità, la presenza di rifiuti e il degrado degli habitat possono diventare segnali di un ecosistema in difficoltà.
Ma quanti sono davvero i subacquei italiani? Quante immersioni effettuano ogni anno? Quali destinazioni scelgono? E quanto investono nella loro passione? A queste domande vuole rispondere il primo Osservatorio Subacqueo Italiano 2026, promosso da ScubaPortal, punto di riferimento online per la comunità subacquea dal 2003.
Un Osservatorio per conoscere chi vive il mare da sotto
L’iniziativa nasce per colmare una lacuna: nonostante la presenza di una comunità articolata di appassionati e professionisti, mancano dati aggiornati e facilmente accessibili sulle dimensioni del settore.
“Sappiamo che esiste una comunità appassionata, competente, capace di investire tempo e risorse in ciò che ama“, spiega Marco Daturi, fondatore di ScubaPortal. Ma non sappiamo ancora con sufficiente precisione quanto sia grande, come si distribuisca sul territorio e come stiano cambiando le sue abitudini.
Per scoprirlo è stato predisposto un questionario anonimo, compilabile in meno di due minuti, che raccoglie informazioni sulle immersioni, sui brevetti, sulle attrezzature, sulla formazione e sulle destinazioni preferite.
L’indagine non misura direttamente i comportamenti ambientali dei subacquei. Tuttavia, conoscere meglio questa comunità potrebbe essere il punto di partenza per coinvolgerla in futuro in iniziative di monitoraggio e tutela del mare.
Perché dietro la subacquea non ci sono soltanto sport e turismo. Esiste un’intera economia fatta di diving center, istruttori, scuole, produttori di attrezzature e strutture ricettive. Una filiera il cui futuro è strettamente legato alla qualità degli ambienti marini. Che è bene che conoscano a fondo.
Un nuovo studio del Cnr ci dà una mano
Uno studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche, pubblicato sulla rivista scientifica Ecological Indicators nell’ambito del progetto Prin SeAmPhonia, ha infatti individuato un possibile nuovo indicatore dello stato di salute degli ecosistemi marini attraverso l’analisi del paesaggio sonoro sottomarino.
I ricercatori Pier Francesco Moretti, Angela Pomaro e Silvano Buogo hanno installato speciali microfoni subacquei, chiamati idrofoni, presso la piattaforma oceanografica Acqua Alta, al largo di Venezia.
Dall’analisi delle registrazioni è emersa una particolare oscillazione tra giorno e notte dei segnali acustici ad alta frequenza. Un andamento che non sembra dipendere esclusivamente dai fenomeni fisici, ma che potrebbe riflettere i ritmi collettivi delle componenti biologiche dell’ecosistema.
Una sorta di battito del mare, dunque, che potrebbe aiutare gli scienziati a riconoscere eventuali cambiamenti nelle condizioni ambientali. Pier Francesco Moretti paragona questo indicatore alla temperatura corporea: una misura sintetica che può segnalare un’alterazione dello stato di salute senza necessariamente spiegarne subito le cause.
La metodologia è ancora oggetto di ricerca, ma apre prospettive interessanti per un monitoraggio continuo e non invasivo degli ambienti marini.
E se i subacquei diventassero le sentinelle del mare?
Da una parte la scienza che impara ad ascoltare il mare. Dall’altra una comunità di persone che lo frequenta, lo esplora e ne conosce direttamente gli ambienti. Mettere in relazione queste due realtà potrebbe rappresentare un’opportunità importante per la tutela della biodiversità.
I subacquei, opportunamente formati e coinvolti in programmi di citizen science, potrebbero contribuire a documentare la presenza di specie invasive, segnalare accumuli di rifiuti, osservare le condizioni degli habitat e raccogliere informazioni utili ai ricercatori.
Non si tratta di sostituire gli strumenti scientifici con le impressioni degli appassionati, ma di costruire una collaborazione fondata su metodi di osservazione condivisi.
Del resto, un subacqueo attento all’ambiente non è soltanto chi evita di danneggiare i fondali durante un’immersione. È anche chi rispetta gli organismi marini, non altera gli habitat per ottenere una fotografia, limita il proprio impatto e sceglie operatori turistici responsabili.
La sostenibilità della subacquea passa anche attraverso questi comportamenti quotidiani. Ecco perché sarebbe interessante che, accanto alla fotografia economica e sociale del settore, si sviluppasse in futuro anche un’indagine sulla sua sensibilità ambientale.
Quanto i subacquei italiani conoscono le minacce alla biodiversità marina? Quanti partecipano ad attività di pulizia dei fondali o a progetti di monitoraggio? Quanto conta la sostenibilità nella scelta di un diving center o di una destinazione?
Sono interrogativi ancora aperti, ma fondamentali per tutti coloro che amano il mare.
Crediti immagine: Depositphotos












