Qual è il valore economico, ecologico e culturale della zootecnia estensiva in Italia? La gestione dei pascoli come difesa contro l’abbandono montano e le sfide cruciali, come la convivenza con i predatori e il rapporto tra domestico e selvatico, vengono analizzati in un libro sugli habitat da conservare e proteggere
Un prato fiorito, un alpeggio e un bosco non sono soltanto elementi del paesaggio alpino: sono habitat che ospitano specie diverse e svolgono funzioni ecologiche importanti. Ma cosa succede quando i pascoli vengono abbandonati o, al contrario, sfruttati troppo intensamente? E come conciliare la loro conservazione con il ritorno del lupo?
Sono alcune delle questioni affrontate da Luca Battaglini nel libro Pastori, animali e pascoli. Breve viaggio in un mondo da riscoprire (editore People, 144 pagine, costo 14€, anno di pubblicazione: 2026).
Docente di Alpicoltura ed Etica e benessere animale all’Università di Torino, Battaglini studia da quarant’anni il mondo pastorale. La sua prospettiva parte da un’idea: la montagna è un eco-mosaico, nel quale biodiversità, attività umane e benessere animale sono strettamente collegati.
Il pascolo aiuta la biodiversità, ma non tutti i prati sono uguali. Alcuni habitat seminaturali dipendono proprio dal pascolamento e dallo sfalcio, che contribuiscono a mantenere gli ambienti aperti e favoriscono le specie vegetali che li caratterizzano.
Una recente metanalisi pubblicata su Applied Vegetation Science, basata su 54 studi, ha rilevato una maggiore ricchezza di specie vegetali nei prati europei gestiti estensivamente rispetto a quelli abbandonati.
Per le specie animali, invece, non è emersa una differenza complessiva significativa. Questo non significa che ogni forma di pascolo sia positiva. Un carico eccessivo può compromettere vegetazione e suolo, mentre l’abbandono favorisce l’evoluzione degli ambienti aperti verso formazioni arbustive e boschive.
Anche questo processo, tuttavia, può avere valore ecologico. La sfida è conservare un mosaico di habitat, calibrando la gestione sulle caratteristiche dei territori.
Il valore della pastorizia, oltre latte e formaggi
La pastorizia non produce soltanto alimenti. Se gestita in modo appropriato, contribuisce alla conservazione degli habitat, alla qualità del paesaggio e alla trasmissione delle conoscenze locali.
Si tratta di benefici riconducibili ai servizi ecosistemici, il cui valore rischia spesso di essere sottovalutato. Affinché queste funzioni possano continuare a essere garantite, è necessario però che le aziende siano economicamente sostenibili e possano contare su manodopera, accessibilità dei pascoli e ricambio generazionale.
La tutela della biodiversità passa anche dalle condizioni di lavoro e dalla possibilità, per chi vive e alleva in montagna, di continuare a svolgere la propria attività. La gestione dei pascoli si confronta oggi anche con un’altra sfida: la convivenza con il lupo, una delle questioni più delicate per il mondo della pastorizia.
Le predazioni provocano perdite economiche e comportano un aumento del lavoro e degli oneri organizzativi per gli allevatori. I dati Ispra restituiscono la dimensione del fenomeno: tra il 2015 e il 2019 sono stati registrati circa 18.000 eventi di predazione accertati, con oltre 40.000 capi predati.
Un recente monitoraggio nazionale del lupo ha invece stimato una popolazione di poco più di 3.500 individui in Italia. Per contenere i conflitti sono disponibili diverse misure di prevenzione, tra cui recinzioni elettrificate, ricoveri notturni, cani da guardiania e presenza del pastore.
Non esiste, tuttavia, una soluzione valida in ogni contesto. Sono necessari assistenza tecnica, sostegni economici e interventi calibrati sulle caratteristiche dei singoli territori e dei sistemi di allevamento.
Un altro elemento centrale per il futuro della pastorizia alpina è il benessere animale. La sostenibilità non riguarda soltanto l’ambiente, ma comprende anche la salute, l’alimentazione, le cure e la possibilità per gli animali di esprimere comportamenti propri della specie.
Il pascolo offre opportunità importanti, ma non costituisce, da solo, una garanzia di benessere. Il messaggio è chiaro: conservare la biodiversità, sostenere la pastorizia e tutelare il lupo non sono necessariamente obiettivi incompatibili.
Per trovare un equilibrio servono conoscenze scientifiche, esperienza pastorale e politiche capaci di riconoscere le differenze tra territori, evitando soluzioni uniformi a problemi che richiedono risposte specifiche.
Il futuro delle Alpi non dipende soltanto dalla natura che vogliamo proteggere, ma anche dalle persone che la abitano e contribuiscono ogni giorno a mantenerla. La vera sfida è imparare a convivere, riconoscendo il valore di tutti gli elementi che compongono questo fragile equilibrio.
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