Il progetto Biotech Camp, mettiamo le mani in pasta, orienta i futuri biotecnologi

Il progetto Biotech Camp, mettiamo le mani in pasta, una due giorni di orientamento per i futuri biotecnologi, è partito.

L’idea nasce in seno a Edizioni Green Planner con l’obiettivo di avvicinare in maniera pratica e diretta i ragazzi delle scuole superiori al tema delle biotecnologie ambientali e mediche.

Pensiamo infatti” spiega M.Cristina Ceresa, direttore delle Green Planner “che sia un indirizzo di studi promettente. Di sicuro fautore di quella economia circolare di cui non si potrà prescindere. Siamo nel bel mezzo di una partita aperta sui Green jobs che riteniamo essere la quadra tra lo sviluppo economico e sociale con diretti benefici per l’ambiente“.

I progetti selezionati e portati in evidenza agli studenti da Francesca Rosa, borsista di ricerca in Bicocca e con laurea magistrale in scienze e tecnologie per l’ambiente e il territorio (ecco la presentazione – pdf) dimostrano come in laboratorio il riuso degli scarti stia aprendo nuovi giochi economici e ambientali.

Articoli sul Biotech Camp

Biotech Camp 2018, all’interno del Social Innovation Academy di Fondazione Triulza Mind

E così, il 25 e 26 di ottobre scorso all’interno del Social Innovation Academy di Fondazione Triulza Mind (Milano innovation disctrict) si è svolto il primo Biotech Camp, mettiamo le mani in pasta.

Una sessantina di ragazzi provenienti dall’Istituto ISIS Ponti di Gallarate e dall’Istituto Cannizzaro di Rho e qualche rappresentante dei licei milanese si sono confrontati con esperti del settore.

Anbi, l’associazione dei biotecnolgi italiani (cui si deve l’ideazione del laboratorio del Biotech Camp), manager delle biotecnologie industriali, mediche e ambientali hanno raccontato le proprie esperienze e fornito consigli ai ragazzi, che si sono anche messi in gioco con esperimenti veri e propri.

Questo che vi proponiamo è il sunto dei suggerimenti che gli esperti hanno dato ai ragazzi. Come affrontare il settore; come proporsi alle aziende; su cosa puntare e anche sognare.

Gli interventi al Biotech Camp 2018

Davide Ederle, business development manager di Microbion e presidente dell’Anbi, partendo dalla definizione di biotecnologia – l’utilizzo di organismi viventi per ottenere beni o servizi – ha raccontato agli studenti il lavoro del biotecnologo, professione multidisciplinare e trasversale.

Ma solo il 12,5% dei biotecnologi si occupa di ricerca e sviluppo” avvisa EderleLa biotecnologia è innovazione, e l’innovazione porta con sé diversi passaggi e competenze, dalla ricerca fino alla gestione del business e del marketing” (ecco la presentazione – prezi, formato eseguibile .exe).

Ederle ha anche esposto ai ragazzi come preparare un curriculum e ha sottolineato che “non esistono scelte professionali, ma solo scelte personali“, perché dietro ogni lavoratore con una carriera c’è una persona con delle motivazioni e degli affetti da cui dipendono le decisioni prese e ha concluso che, per capire cosa fare, la chiave è “trovare un bisogno che ci sta a cuore e diventarne la soluzione“.

Tale chiave è quella che sembra abbiano adottato anche Nicoletta Ravasio, senior scientist del CNR, e Sarah D’Alessandro, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università degli Studi di Milano.

La prima, che si occupa da anni di bioeconomia, ha presentato diversi progetti legati alla valorizzazione degli scarti della filiera agricola, per produrre biocomposti, materiali per l’eco-edilizia e tavole da surf.

Un lavoro di team per far sì che la materia di scarto possa essere riutilizzata e da problema diventi opportunità (presentazione Ravasio – pdf).

Lo studio della malaria porta ai laboratori biomolecolari ed è qui che lavora la D’Alessandro. Scienza e impegno sociale spesso vanno di pari passo: “mi sento fortunata perché sono nata in un paese in cui la malaria non è più presente” spiega la ricercatrice assegnista “ma proprio per questo sono stata spinta a studiarla, visto che in altre località è ancora causa di numerosi decessi“(presentazione D’Alessandro – pdf).

A occuparsi di biotecnologie mediche è anche Riccardo Rossi, Facility Manager & Research Scientist in Fondazione Invernizzi. Una vita con la valigia in mano perché il biotecnologo trova opportunità in tutto il mondo. Rossi ha consigliato ai ragazzi di tenere viva la propria curiosità e di guardarsi sempre intorno, soprattutto per imparare dagli altri.

Da infobiologo, come ama definirsi, ha voluto sottolineare l’importanza dei linguaggi di programmazione che permettono di analizzare la mole di dati che deve essere gestita in questa campo al giorno d’oggi – come R e Python (presentazione Rossi – pdf).

Natalia Meani, responsabile comunicazione dello Human Technopole ha organizzato per i ragazzi del Biotech Camp una visita a Palazzo Italia.

Non è un caso: a regime, entro il 2024, lo Human Technopole sarà un istituto di ricerca multidisciplinare che svilupperà approcci personalizzati, in ambito medico e nutrizionale, mirati a contrastare il cancro e le malattie neurodegenerative, integrando la genomica su larga scala con l’analisi di banche dati complesse e lo sviluppo di nuove tecniche diagnostiche.

Vi lavoreranno 1.500 persone e occuperà circa 30.000 metri quadri nel cuore di MIND – Milano Innovation District, il parco scientifico e tecnologico situato nell’area dove si è svolta Expo 2015 (presentazione Meani – pdf).

Tanti consigli agli studenti del Biotech Camp sono arrivati da due dottorandi dell’Università degli Studi della Bicocca che lavorano sui lieviti, nel progetto YeastDoc.

Luis Ferraz e Pooja Jayaprakash, originari del Portogallo e dell’India, hanno risposto alle numerose domande degli studenti, durante una sessione moderata da Maurizio Bettiga, senior researcher alla Chalmers University in Svezia (e membro di Anbi).

Raccontando le loro esperienze, Luis e Pooja hanno espresso il loro entusiasmo per la vita vissuta all’estero e su come sia un’occasione per conoscere sé stessi, i propri limiti e le proprie capacità.

È essenziale avere dei contatti con chi ha delle competenze complementari alle proprie per poter portare avanti i progetti e bisogna sempre puntare a sviluppare una capacità di pensiero indipendente” ha evidenziato Luis.

Entusiasmo, pensiero indipendente e curiosità sono emersi anche dagli interventi dei rappresentanti delle aziende. GreenHeadLight (GHL) nasce da uno spin-off del Politecnico di Milano e come ha spiegato Martina Ferrini, borsista di Ghl dopo essersi laureata in Scienze ambientali si occupa di biogas e biometano (presentazione Ferrini – pdf).

Alessandro Casula, il Ceo di GreenHeadLight e professore al Politecnico, consiglia agli studenti “i periodi di stage sono molto importanti, anche quelli fatti a fini di tesi, per capire il tipo di lavoro a cui si è adatti. Servono le competenze tecniche, ma è anche molto importante che i ragazzi non abbiano solo l’orientamento alla risposta immediata, ma siano in grado di ragionare e siano stati istruiti per farlo” e ha concluso con un concetto tanto scontato quando a volte dimenticato “bisogna amare la materia che si sceglie di studiare“.

Lorenzo Querin, senior scientist di DiaSorin, azienda leader nell’immunodiagnostica e nella diagnostica molecolare, fa notare: “l’entusiasmo è fondamentale in fase di colloquio (ma non solo – ndr) e le donne sono molto più entusiaste degli uomini“.

Sul percorso di studi Querin suggerisce: “sarebbe opportuno fare una tesi di laurea che consolidi le competenze sulla ricerca di base e magari pensare di fare poi un dottorato di ricerca in azienda, che può garantire più possibilità di assunzione“.

Dal punto di vista dell’entusiasmo, sulla stessa linea anche Maurizio Crippa, Ceo di Gr3n, azienda che ha sviluppato una tecnologia un upcycling chimico della plastica tramite le microonde “mi sono posto il problema del riciclo dei materiali poliaccoppiati, imballaggi composti da più materiali, e ho iniziato a fare delle prove in università con le microonde, per poi decidere di fondare Gr3n con un altro socio” e anche lui ha esortato i ragazzi “Usate la curiosità e la voglia di fare” (presentazione Crippa – pdf).

Biotech Camp 2018: i ragazzi con le mani in pasta

Proprio per stimolare la curiosità dei partecipanti al Biotech Camp 2018 e far mettere loro le mani in pasta, durante le due giornate sono stati organizzati degli esperimenti a cura di Maurizio Bettiga e Davide Ederle. Divisi in gruppi, gli studenti hanno estratto il proprio DNA dalla saliva e fatto l’idrolisi enzimatica della carta.

A più riprese quindi si sono trovati a maneggiare gli strumenti necessari e poi ad analizzare e commentare i risultati guidati dagli esperti. Tra le altre cose che hanno scoperto sul campo, spicca quella che spesso a parità di ricerca i risultati portano a differenti soluzioni e ragionamenti. Perché il biotecnologo per prima cosa deve fare andare la testa.

Cultura esperienza e sapere sono le basi per qualsiasi professione” è la riflessione/suggerimento di M.Cristina Ceresala cosa vale molto anche per i futuri biotecnologi cui consigliamo anche di essere molto flessibili, anche perché è difficile valutare con precisione lo sviluppo scientifico di questo settore, come di altri, da qui a cinque anni“.

Soprattutto, di fronte a possibili sconvolgimenti legati all’intelligenza artificiale. E poi, vale la pena per tutti rinforzare l’aspetto motivazionale e psicologico: “Abbiamo sentito dai professionisti che hanno partecipato al Biotech Camp” riassume Ceresache spesso la vita lavorativa ci riserva sterzate importanti. E magari all’interno di un’azienda si possono arrivare a ricoprire diverse tipologie di incarichi, oggi in laboratorio domani alle vendite o al marketing. Solo un buon bagaglio formativo e culturale, oltre che mentale, ci permetterà di affrontare con vigore la serendipity del lavoro“.

ha collaborato Francesca Rosa

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