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Lavoro nei campi, crescono le giovani imprese agricole

lavoro nei campi

Cresce ancora l’interesse per il lavoro nei campi in Lombardia dove nasce una nuova azienda ogni giorno; tra i settori di attività preferiti: coltivazione di cereali, latte, uva, ovicaprini, ortaggi, apicoltura, frutti di bosco e in guscio, cavalli

La tendenza tra i giovani a cercare lavoro nei campi non tende a diminuire, anzi: dalle rilevazioni della Camera di Commercio, in Lombardia nasce una nuova azienda agricola al giorno. E oggi le aziende agricole sono in mano a ragazzi sempre più preparati.

La maggior parte di loro ha conseguito titoli specifici (perito agrario, agrotecnico, scienze agrarie, viticoltura ed enologia), ma non mancano ragazzi e ragazze che, nonostante gli studi non agricoli, hanno scelto la terra per il loro futuro” racconta Giovanni Benedetti, direttore di Coldiretti Lombardia e membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Un ricambio fondamentale in una regione che nell’agricoltura ha un ricco bacino di aziende. Sono infatti 45mila le imprese agricole in Lombardia.

Prima per numero di attività è Brescia con circa 10mila, poi Mantova con 8mila, Pavia con 6mila, Bergamo con 5mila, Cremona e Milano con quasi 4mila. A Sondrio ci sono più di 2mila imprese, a Como 2mila, a Varese quasi 2mila imprese mentre a Lecco e Lodi se ne contano oltre mille.

Lavoro nei campi: in Lombardia è boom di aziende

Sono 288 le nuove imprese agricole condotte da under 35 nate in Lombardia nei primi sei mesi del 2019, in pratica più di una al giorno.

È quanto emerge da un’elaborazione della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi e della Coldiretti regionale su dati delle imprese a giugno 2019, diffusa in occasione della consegna degli Oscar Green Lombardia, i premi all’innovazione giovane nelle campagne assegnati ogni anno dalla Coldiretti.

In totale sono 3.368 le imprese giovani nelle campagne lombarde, in aumento dell’1,5% rispetto al giugno dello scorso anno. A livello provinciale i territori che ne registrano la maggior presenza sono Brescia con 699, Bergamo con 483 e Pavia 459. A seguire Mantova con 321, Sondrio con 296, Como 240, Milano 228, Cremona 225, Varese 161, Lecco 128, Lodi 65, Monza 63.

Delle oltre 3.300 imprese agricole giovani attive in Lombardia, quasi 1 su 4 (il 22%) ha come titolare una donna. In particolare le aziende a guida rosa sono 746, con una crescita del +1,9% in un anno, a fronte delle 2.622 maschili cresciute dell’1,4% rispetto a giugno 2018.

Accanto alle attività miste, tra i settori specifici preferiti dai giovani agricoltori lombardi troviamo: bovini da latte rimo con 280 attività, l’uva con 240, i cereali con 216, gli ovini e i caprini con 209 imprese, gli ortaggi con 193, l’apicoltura con 112, i frutti di bosco e in guscio con 107 e i cavalli con 93.

I giovani lombardi rappresentano il 6% del totale nazionale delle imprese agricole giovanili, con 3.368 imprese su 54.936. Più alta la quota sul totale nazionale per il riso, con il 40% delle imprese nazionali.

Seguono i cavalli (30%), l’allevamento di altri animali (16%), piante tessili, silvicoltura e pollame (15%). Da segnalare anche la riproduzione di piante con il 13%, l’apicoltura con il 12% e la coltivazione di spezie e piante aromatiche intorno al 10%.

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Consumo di suolo in città, Torino unica metropoli a recuperare

consumo di suolo in città - rapporto ispra 2019

ISPRA e SNPA hanno presentato il rapporto sul consumo di suolo in città, con schede dettagliate dell’andamento delle regioni, province e comuni

Il consumo di suolo in città, in Italia, non conosce soste e, nonostante alcune note positive, nel nostro Paese in un anno sono stati consumati 24 metri quadrati di suolo per ogni ettaro di area verde.

Triste quindi immaginarsi uno scenario futuro, in cui invece di camminare a piedi nudi nel parco – parafrasando un celebre film – cammineremo sul cemento, avendo a disposizione sempre meno spazi verdi.

Dal rapporto sul consumo di suolo in città nel 2019 (qui potete consultare le schede regionali) infatti, si rileva che nelle aree urbane ad alta densità lo scorso anno abbiamo perso preziosi spazi verdi, quasi la metà della perdita di suolo nazionale; abbiamo poi perso il 15% di suolo in quelle centrali e semicentrali, il 32% nelle fasce periferiche e meno dense.

La cementificazione avanza senza sosta soprattutto nelle aree già molto compromesse: il valore è 10 volte maggiore rispetto alle zone meno consumate.

A Roma, per esempio, il consumo cancella, in un solo anno, 57 ettari di aree verdi della città (su 75 ettari di consumo totale). Record a Milano dove la totalità del consumo di suolo spazza via 11 ettari di aree verdi (su un totale di 11,5 ettari).

In controtendenza Torino che inverte la rotta e inizia a recuperare terreno (7 ettari di suolo riconquistati nel 2018).

Il consumo di suolo in città

Il fenomeno non è legato però alla crescita demografica: ogni abitante italiano ha in carico oltre 380 m2 di superfici occupate da cemento, asfalto o altri materiali artificiali, un valore che cresce di quasi 2 metri quadrati ogni anno, con la popolazione che, al contrario, diminuisce sempre di più. È come se, nell’ultimo anno, avessimo costruito 456 m2 per ogni abitante in meno.

Il consumo di suolo in città ha un forte legame anche con l’aumento delle temperature: dalla maggiore presenza di superfici artificiali a scapito del verde urbano, infatti, deriva anche un aumento dell’intensità del fenomeno delle isole di calore.

La differenza di temperatura estiva delle aree urbane rispetto a quelle rurali raggiunge spesso valori superiori a 2°C nelle città più grandi.

A livello generale lo screening del territorio italiano assicurato dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente segna in rosso altri 51 chilometri quadrati di superficie artificiale solo nel 2018, in media 14 ettari al giorno, al ritmo di 2 metri quadrati ogni secondo.

Anche se la velocità sembra essersi stabilizzata è ancora molto lontana dagli obiettivi europei che prevedono l’azzeramento del consumo di suolo netto (il bilancio tra consumo di suolo e l’aumento di superfici naturali attraverso interventi di demolizione, deimpermeabilizzazione e rinaturalizzazione).

La situazione nelle nostre città

Roma, con un incremento di superficie artificiale di quasi 75 ettari, è il comune italiano con la maggiore trasformazione, seguito da Verona (33 ettari), L’Aquila (29), Olbia (25), Foggia (23), Alessandria (21), Venezia (19) e Bari (18), tra i comuni con popolazione maggiore di 50.000 abitanti.

Tra i comuni più piccoli, si distingue Nogarole Rocca, in provincia di Verona, che ha sfiorato i 45 ettari di incremento.

Più della metà delle trasformazioni dell’ultimo anno si devono ai cantieri (2.846 ettari), in gran parte per la realizzazione di nuovi edifici e infrastrutture e quindi destinati a trasformarsi in nuovo consumo permanente e irreversibile.

Il Veneto è la regione con gli incrementi maggiori +923 ettari, seguita da Lombardia +633 ettari, Puglia +425 ettari, Emilia Romagna +381 ettari e Sicilia +302 ettari.

Rapportato alla popolazione residente, il valore più alto si riscontra in Basilicata (+2,80 m2/ab), Abruzzo (+2,15 m2/ab), Friuli-Venezia Giulia (+1,96 m2/ab) e Veneto (+1,88 m2/ab).

Ma il consumo di suolo cresce anche nelle aree protette (+108 ettari nell’ultimo anno), nelle aree vincolate per la tutela paesaggistica (+1074 ettari), in quelle a pericolosità idraulica media (+673 ettari) e da frana (+350 ettari) e nelle zone a pericolosità sismica (+1803 ettari).

Negli ultimi sei anni secondo le prime stime l’Italia ha perso superfici che erano in grado di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila quintali di prodotti legnosi, nonché di assicurare lo stoccaggio di due milioni di tonnellate di carbonio e l’infiltrazione di oltre 250 milioni di metri cubi di acqua di pioggia che ora, scorrendo in superficie, non sono più disponibili per la ricarica delle falde aggravando la pericolosità idraulica dei nostri territori.

Il recente consumo di suolo produce anche un danno economico potenziale compreso tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno dovuti alla perdita dei servizi ecosistemici del suolo.

Le nuove coperture artificiali non sono l’unico fattore che minaccia il suolo e il territorio, che sono soggetti anche ad altri processi di degrado come la frammentazione, l’erosione, la perdita di habitat, di produttività e di carbonio organico, la desertificazione.

Una prima stima delle aree minacciate è stata realizzata dall’ISPRA per valutare la distanza che ci separa dall’obiettivo della Land Degradation Neutrality, previsto dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Dal 2012 al 2018, le aree dove il livello di degrado è aumentato coprono 800 km2, quelle con forme di degrado più limitato addirittura 10.000 km2.

ISPRA e SNPA, all’interno del progetto europeo SOlL4LIFE, stanno lavorando con le Regioni alla realizzazione di Osservatori Regionali sul consumo di suolo, ai quali spetterà il compito di supportare, con il monitoraggio del SNPA sul consumo di suolo, le attività di pianificazione sostenibile del territorio.

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Al Flormart Future Village spazio all’innovazione delle startup green

Flormart Future Village

Alcune startup green, ospitate all’interno del Flormart Future Village di Padova, parteciperanno al concorso indetto per portare l’innovazione nel settore del florovivaismo

A Padova, all’interno del Flormart Future Village, quest’anno si è dato spazio all’innovazione green: sono state infatti selezionate otto realtà innovative per concorrere al premio che sarà assegnato sabato 28 settembre.

Il Flormart Future Village (padiglione 2 della fiera dedicata al florovivaismo dal 26 al 28 settembre) è un villaggio – organizzato dall’azienda Blum – che sorge attorno a una piazza circolare, abitato da 8 startup, 8 aziende e 4 centri di ricerca.

Tra le innovazioni in mostra in questo spazio innovativo ci sono giardini verticali in miniatura da appendere in casa o sul balcone, robot che controllano lo stato dei terreni e l’andamento delle colture, ortaggi e verdure da coltivare in casa o in giardini grazie a una serra hi-tech, app per controllare le coltivazioni idroponiche.

Insomma, Flormart Future Village è uno spazio dove l’ecosistema dell’innovazione si incontra e si confronta generando nuove opportunità di sviluppo.

Per Luca Barbieri, cofounder di Blum, infatti “servono luoghi che, come questo, sono progettati per facilitare il networking tra chi crea nuovi dispositivi e servizi, aziende che possono servirsene per fare innovazione di prodotto e di processo, centri di ricerca che fanno da ponte e incubatore per queste nuove idee“.

Le startup presenti nel Flormart Future Village

Le startup qui presenti sono state selezionate tramite un bando per concorrere al premio per il miglior progetto, di fronte a una giuria qualificata che sabato 28 assegnerà il Flormart Future Village Award. Ecco le otto aziende selezionate.

Canvasalus di Monselice (Padova) si occupa di ricerca avanzata sulla canapa. Ha sviluppato un metodo scientifico per ottenere solo piante di canapa femminili, risolvendo un problema di molte aziende del settore, quello dell’alta concentrazione di piante maschili, prive di fiore e che per questo devono essere eliminate dal campo con il faticoso processo di smaschiatura.

Il metodo di Canvasaus invece permette, partendo da un lotto di semi di canapa dioica (cioè con piante a sessi separati), di estrarre solo la frazione dei semi femminili, risolvendo il problema prima della semina.

Life Panel, fondata nel 2018 a Conselve (Padova) è una startup nata per unire la moderna cultura dei giardini verticali con una nuova tecnologia sostenibile.

Grazie a pannelli modulari in acciaio inox spessi appena due centimetri, consente di coltivare tutti i tipi di piante in verticale su una superficie di vero terreno.

Nido Pro di Cattolica (Rimini) è il primo dispositivo intelligente e connesso per la gestione e il monitoraggio di coltivazioni idroponiche attraverso una app e una piattaforma web.

Misura e gestisce tutti i parametri necessari alla crescita delle piante, è ideale per qualsiasi soluzione fuori suolo, fino a 2500 litri di soluzione nutritiva complessiva dell’impianto.

Olea Rete Contratto è una rete di imprese creata da cinque aziende florovivaistiche tosco-sarde che hanno deciso di unirsi per condividere conoscenze produttive e commerciali ed essere più incisive sul mercato globale.

Olea vuole promuovere la ricerca e l’innovazione nella produzione di piante di olivo e studiare metodi di produzione e di processo innovativi per il settore florovivaistico.

On-Bot è un chatbot di tipologia Q&A (domanda e risposta) in grado di comprendere il linguaggio naturale e risponde alle domande degli utenti sulla base di una knowledge base di domande e risposte che può essere caricata manualmente, tramite file excel o sfruttando template predefiniti.

Planeta Renewables è una startup innovativa ospitata dall’Università Cattolica di Milano che punta a dar vita alla prima filiera industriale in Italia dedicata alla coltivazione, lavorazione e valorizzazione del miscanto.

A Flormart Future Village presenta Miscanthus Mulch, un fertilizzante naturale totalmente naturale e a base di miscanto, consentito in agricoltura biologica.

Serranova, startup nata a Perugia, è una serra che permette di coltivare ortaggi e verdure nel proprio giardino o in casa, su un substrato in fibre naturali, in un ambiente controllato con aria purissima e stimolazione fotoluminescente.

Grazie a un innovativo sistema di depurazione dell’aria si proteggono le piante dagli attacchi di parassiti e malattie senza ricorrere ad antiparassitari.

Smartisland è una startup di tecnologie di intelligenza artificiale per l’agricoltura e floricoltura con base a Niscemi (Caltanissetta).

l sistema è costituito da un componente software e hardware chiamato Daiki, un robot che permette il monitoraggio delle condizioni climatiche e il rilevamento di informazioni sullo stato del terreno e dell’ambiente.

Innovazione green alla fiera di Padova

Ma al Flormart Future Village ci sono anche 8 aziende – Agabuna, Ambra Elettronica, Bioagricert, Centro Lombricoltura Toscano, Gea Greentech, Gesag, Pontarolo Engineering e White Energy Group – e 4 centri di ricerca – Università Iuav di Venezia, con due progetti sull’editoria 4.0 e l’economia circolare e sugli Smart parks for smart city, NOI Techpark, parco tecnologico di Bolzano, Tilt, ecosistema di competenze ed eccellenze dedicato a giovani, startup e imprese innovative dell’Information Technology, e Unismart, società in-house dell’Università di Padova dedicata alle attività di trasferimento tecnologico.

Il programma della manifestazione si sviluppa offrendo appuntamenti e iniziative identificate da un hashtag quotidiano: giovedì 26 è #Impresa: il momento saliente è Innovation stories. L’impresa del verde 2.0, alle 17 in collaborazione con Veneto Economia, per capire con esperti e storie d’impresa come cambiano strategie, prodotti, strumenti e approcci al mercato.

Venerdì 27 si parlerà di #Ricerca, alle 16:15, con l’appuntamento Ricerca e tecnologie smart per il florovivaismo, in collaborazione con Unismart Padova Enterprise che vedrà tra i relatori Daniela Romano della Società di Ortoflorofrutticoltura Italiana, Alberto Manzo del ministero delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo Lorenza Gasparella (Università Iuav di Venezia), Davide Quaglia (Università degli Studi di Verona) e Daniele Torreggiani (Università di Bologna), Stefano Carosio (Unismart Padova Enterprise), Francesco Marinello (Università di Padova) e Maria Grazia Scarpa (Università degli Studi di Sassari).

#Startup è la parola chiave di sabato 28, con la proclamazione dei vincitori del Flormart Future Village Award e la cerimonia di premiazione, dalle ore 11.

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L’altra faccia della plastica, in una mostra all’Acquario Civico di Milano

blau acquario civico milano

All’Acquario Civico di Milano la mostra polivalente Blau – fotografie, sculture e installazioni – invita a una riflessione sul tema del rapporto fra uomo e ambiente, particolarmente difficile nell’era dell’Antropocene

Non è affatto facile immaginare i batteri che si cibano di plastica. Eppure, esistono e sono oggetto di ricerca nei laboratori, anche italiani, tanto che li si addita come una delle possibili soluzioni al problema dell’inquinamento da plastica dispersa.

Si deve a Elia Festa, vero e proprio artista visivo, l’idea che questi batteri siano visibili, rintracciabili da colori linee e forme. Le stesse che compongono molte delle installazioni in mostra fino al 3 novembre all’Acquario Civico di Milano.

Blau, questo il nome della mostra, si compone di fotografie, sculture e installazioni che invitano a una riflessione sul tema del difficile rapporto fra uomo e ambiente con particolare riferimento allo sfruttamento delle risorse idriche e al fenomeno delle cosiddette isole di plastica che infestano ormai da tempo i nostri mari.

Festa ha lavorato con gli associati di Corepla, il Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, e ha dato una nuova vita a vaschette monoporzione, lastre di plastica, fogli trasparenti.

Poi con arte digitale ha filamentato i movimenti che compongono i polimeri. E ce li ha messi sotto gli occhi.

Il percorso espositivo, che si rifà anche agli obiettivi di sostenibilità dell’Onu (c’è anche una vera e propria opera artistica dedicata), inizia con la sezione Lo specchio d’acqua composta da un grande ledwall a pavimento che ricrea un ambiente marino di fantasia in cui piante e animali interagiscono come fossero in un oceano in miniatura.

È il primo contatto con le tematiche della mostra: i visitatori calpestano il monitor contaminando un ambiente che, prima del loro passaggio, vive indisturbato.

Lo spazio successivo denominato Il vortice è caratterizzato da una installazione artistica che rappresenta un labirinto realizzato con pareti di plastiche riciclate nel quale il visitatore vivrà una sensazione di fastidio e smarrimento, venendo in continuo contatto con materiali plastici.

Segue la zona delle Vasche dei pesci con opere luminose che richiamano lo scioglimento dei ghiacciai fino ad arrivare al Giardino d’inverno, cuore dell’esposizione Blau, con 14 grandi opere dell’artista rappresentative della tematica dell’acqua nelle sue diverse forme.

Quindi si arriva alla sala dell’immersione nella quale un gioco di proiezioni di opere di Festa su temi legati all’acqua e alle plastiche, accompagnato da effetti musicali con musiche di Piero Salvatori, accresce la suggestione di camminare su fondali oceanici al di sotto delle grandi isole di plastica, completamenti immersi nell’acqua.

I visitatori di Blau diventano quindi ospiti in un ambiente di cui al contempo scoprono di essere la causa del disagio che hanno nell’esplorarlo.

Lungo il percorso sono inoltre collocate le opere di altri artisti, chiamati da Elia Festa a dialogare con lui sui temi del cambiamento climatico e della salvaguardia ambientale.

Alfredo Rapetti Mogol, Eve Carcan, il duo artistico formato da Claudia Cantoni e Patricia Carpani, è presente con un’opera dedicata ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile promulgati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

In accordo con Michelangelo Pistoletto è allestito un Terzo Paradiso.

Durante il periodo della mostra è previsto lo svolgimento di incontri sul tema del rapporto fra arte e sostenibilità, oltre a iniziative didattiche per bambini, scuole e famiglie gestite dall’Associazione Verdeacqua.

Il catalogo della mostra è di Skira Edizioni con firme e pensieri dei curatori Giancarlo Lacchin, Fortunato D’Amico ed Erlindo Vittorio.

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C’è un’agricoltura in Lombardia che fa “rumore”

progetto europeo rumore - agricoltura periurbana

È quella periurbana che con il Progetto Europeo Rumore tenta nuove strade di sviluppo. Se ne è parlato in Regione Lombardia presentando i distretti e le loro peculiarità

C’è un’agricoltura che non sembra, ma fa “rumore”. È Questo il nome di un progetto europeo che va a indagare come l’agricoltura periurbana possa tenere botta e anzi svilupparsi. Se ne è parlato lo scorso 12 settembre in Regione Lombardia.

Nella seconda parte del convegno Buone pratiche green in agricoltura. Innovazioni nell’area metropolitana milanese i protagonisti sono stati i distretti agricoli del milanese che, non sembra forse, ma sono pieni di vita e iniziative.

La Regione Lombardia, rappresentata da Anna Rossi, portavoce in questa sede dell’Accordo Quadro di Sviluppo Territoriale Milano Metropoli Rurale che riguarda la pianura irrigua tra il Ticino e l’Adda, è intervenuta sul tema del sistema acqua che è alla base della riqualificazione ambientale e dei processi dell’intera filiera.

L’area metropolitana milanese ha sviluppato negli anni miglioramento delle strutture esistenti, promozione e valorizzazione del territorio e della cultura rurale attraverso una pianificazione di 125 attività e progetti.

Gli obiettivi strategici per il prossimo decennio riguardano la sostenibilità, l’incontro fra diversi settori economici a e la multifunzionalità del territorio.

Il Progetto Europeo Rumore, ecco cos’è

Andrea Patrucco ha esposto il Progetto Europeo Rumore (Interreg Europe) che unisce rurale e urbano attraverso scambi reciproci, nuovi asset e sinergie per valorizzare le aziende agricole e creare un dialogo con le città.

Capofila del progetto è Amburgo seguito da Salonicco, Burgas in Bulgaria e Milano. Concretamente si cercano fondi per progetti creativi e innovativi come quello di Amburgo che valorizza gli scarti agricoli e alimentari per applicare l’economia circolare al territorio.

Giovanni Molina ha raccontato come è nato il distretto DiNAMo per tutelare le piccole aziende che si sono innovate come produttori di servizi ecosistemici trasformandosi in aziende agro-turistiche, fattorie sociali e associazioni in un’area che racchiude il Ticino, il Villoresi e il Naviglio Pavese, i parchi Agricolo Sud, Lombardo del Ticino e Piemontese del Ticino e le provincie di Milano, Pavia, Varese e Novara.

Marco Pezzetta di Davo, Distretto agricolo della Valle Olona, è intervenuto sottolineando le criticità dell’attuale realtà agricola. I prodotti agricoli oggi sono considerati esclusivamente delle commodity, manca una politica corretta a partire dal reddito agricolo indiretto.

Secondo Pezzetta siamo in piena emergenza agricola, non conviene più coltivare la terra a meno che non si sviluppino strategie nella direzione della sostenibilità ambientale ed economica.

Ottimistica invece la posizione di Andrea Falappi di DAM, Distretto agricolo milanese, che ha parlato di uno sviluppo territoriale positivo per imprese, territorio e comunità.

Attraverso attività diversificate come vendita diretta, ristorazione, recupero delle cascine e delle produzioni si è potuto realizzare uno sviluppo economico di un territorio che si stava impoverendo.

Interessante il progetto di sviluppo sostenibile esposto da Marco Magni del distretto Riso e Rane che raggruppa 23 Comuni nell’area sud-ovest di Milano dove si produce riso.

Una sessantina di aziende hanno infatti sviluppato in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano una tecnologia per il supporto alla concimazione delle risaie basata sull’integrazione di simulatori, telerilevamento satellitare e smart app per cellulari.

Questo sistema consente di monitorare le piante e intervenire nelle modalità necessarie distribuendo la concimazione in modo variabile per ogni campo (agricoltura di precisione) evitando così sprechi e limitando i costi e l’impatto ambientale.

Ha preso la parola anche Paola Ferrari di Dama, Distretto agricolo Adda Martesana, l’ultimo distretto nato e riconosciuto nel 2017 da Regione Lombardia.

La Ferrari ha portato l’esempio di un’imprenditrice agricola che nei suoi 30 ettari sta coltivando grani antichi come mais rosso, ardito, mentana e gentil rosso.

Nell’area si trovano aziende di trasformazioni, produttori di cereali, agriturismo, nessuno è certificato biologico ma, assicura Paola Ferrari, tutti praticano una buona agricoltura.

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Milano è città anche agricola con i suoi buoni progetti verdi

convegno

Dagli scarti delle attività agricole all’eco-design, dal territorio rurale alla città attraverso un dialogo costruttivo supportato dalla ricerca per sviluppare attività economiche e sostenibili in Lombardia

Si è svolto il 12 settembre in Regione Lombardia il convegno Buone pratiche green in agricoltura. Innovazioni nell’area metropolitana milanese organizzato dal Cluster Lombardo della Chimica Verde riferimento regionale per la bioeconomia e per lo sviluppo dell’economia circolare e dal progetto europeo RUMORE – Interreg Europe.

L’obiettivo di questo incontro (scaricate le presentazioni della giornata) è stato quello di fare il punto sulle potenzialità di un territorio come quello milanese nello sviluppare buone pratiche di economia circolare mettendo in collegamento diversi attori, dai fornitori di scarti agricoli che diventano materie prime ai produttori di materiali innovativi ed ecologici come le bioplastiche.

Melissa Balzarotti, project manager di Italbiotec ha presentato lo studio Verso una bioeconomia circolare per la Regione Lombardia spiegando che le bioplastiche rappresentano il cuore della bioeconomia che si basa su risorse rinnovabili ad alto valore aggiunto.

La Lombardia è capofila con 300 impianti di biogas agricolo, 1.206.000 tonnellate di rifiuti organici recuperati per un investimento pari a 1,6 miliardi di euro.

Cifre importanti che dimostrano come questo modello possa essere esportato anche in altre regioni, non solo in Italia.

Nello studio è stata fatta una mappatura per valutare le industrie emergenti, le potenzialità delle nuove filiere dei biopolimeri, dalle materie prime alle bioraffinerie fino al post-consumo e alle attività di riciclo e riuso.

In questa occasione sono stati presentati i risultati del progetto PHA-STAR finanziato da Regione Lombardia con il bando Smart Fashion and Design che ha permesso dopo due anni di sperimentazione di ottenere un biopolimero dagli scarti dell’industria lattiero-casearia.

Un materiale affidabile e sostenibile realizzato da scarti costosi da smaltire sfruttando le risorse di una filiera particolarmente importante in Lomellina dove ha sede Agromatrici, startup specializzata in biomasse.

Elisa Casaletta, responsabile Ricerca e Sviluppo di Agromatrici ha raccontato l’iter di questa sperimentazione fino alla realizzazione di oggetti di eco-design destinati alla cura del verde.

Il PHA-STAR è stato utilizzato dalla designer Antonella Andriani che si è interrogata sulla destinazione di questo biopolimero innovativo scegliendo oggetti per il giardinaggio dal valore simbolico.

La cura del verde per le persone che abitano in città rappresenta un’opportunità di contatto con la natura. Si è così deciso di creare oggetti destinati al pubblico e non a un settore iper-specializzato: un kit ispirato alle foglie, dal forte impatto estetico, costituito da annaffiatoio, vanga, rastrello, paletta, trapiantatore, fascette e annaffiatoio da applicare alle bottiglie.

Diego Bosco, Presidente Cluster Lombardy Green Chemistry Association, tra gli organizzatori del convegno, ha sottolineato la dedizione e l’impegno di Elisa Casaletta e di Fabrizio Adani, docente DISAA Università degli Studi di Milano che ha spiegato come alla base della bioeconomia ci sia il riciclo.

L’economia circolare è un concetto di riduzione dell’impatto delle attività produttive e della valorizzazione degli scarti. A oggi solo l’1% della plastica prodotta è bio, un dato che fa capire la potenzialità enorme dello sviluppo delle bioplastiche per coniugare ritorno in termini ambientali ed economici.

Il PHA-STAR per esempio, ha spiegato Adani, presenta delle caratteristiche di lavorabilità superiori alle altre plastiche. Il prezzo è ancora elevato (si parla di 4/5 euro a kg contro l’euro della plastica convenzionale) per questo bisogna lavorare su un’economia di scala per ridurre i costi e diffonderne gli utilizzi.

E un esempio di binomio riuscito fra realtà produttive e bioplastiche è quello di eKoala, azienda che produce oggetti e giocattoli per la prima infanzia in Mater-Bi 100% biodegradabile.

Daniele Radaelli, co-founder di eKoala ha spiegato che utilizzare la bioplastica è sicuramente più costoso per un’azienda, ma i risultati ci sono. Dal 2016, anno di produzione della prima linea, a oggi sono presenti in 300 negozi, compresa la grande distribuzione.

Durante l’incontro si è affrontata un’importante questione inerente il fine vita delle bioplastiche che non sono idrosolubili. I relatori hanno concordato sul fatto che è necessario un approccio sistemico a cui tutti gli attori devono contribuire.

Sono in atto studi sullo smaltimento della bioplastica che dovrà essere differenziata in sede di raccolta dalla plastica. Deve esserci una costante interazione fra ricerca, azienda e le diverse filiere per trovare insieme la strada migliore.

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A Roma si discute di una nuova cultura della mobilità

nuova cultura della mobilità

Nella Capitale appuntamento con una nuova cultura della mobilità attraverso eventi e iniziative in occasione della Settimana Europea della Mobilità Sostenibile

Tra mobilità sostenibile e Roma non ci sono moltissimi punti di contatto: le cronache testimoniano la difficoltà della città a offrire ai suoi cittadini trasporti efficienti e sostenibili.

Ovviamente per sopravvivere i romani devono gioco forza ricorrere ai mezzi privati – auto e moto – dando alla Capitale il triste primato di città più trafficata d’Italia.

Secondo i dati del TomTom Traffic Index 2019 inoltre, la nostra capitale nella classifica del disagio è la 31esima al mondo e la 12esima in Europa.

Del resto, metropoli europee come Londra e Parigi, rispettivamente al 40° e 41° posto, hanno una proporzione automobili/abitanti molto inferiore: a Roma ci sono infatti circa 62 macchine ogni 100 abitanti (dati Mobilitaria), mentre a Parigi e Londra il rapporto è di 36/100.

Serve allora una nuova cultura della mobilità, che solleciti fortemente chi governa la città ma anche chi governa il nostro Paese per mettere in campo, finalmente, una politica e una strategia di lungo corso verso una mobilità pulita, efficiente e sostenibile.

Ecco allora che in occasione della Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, proprio a Roma, nascono iniziative per dare risposte innovative a un problema antico, quello dei trasporti.

Ci siamo chiesti allora cosa succederebbe se i romani utilizzassero di più i mezzi pubblici o scegliessero di muoversi a piedi o in bicicletta per coprire le distanze che lo consentono.

Quante emissioni di CO2 in meno si produrrebbero, se la presenza delle auto scendesse ai livelli delle grandi capitali europee?

La risposta l’ha calcolata Green Genius, azienda specializzata nelle energie rinnovabili: la media di emissioni di CO2 per autoveicolo si attesta intorno ai 118 g/km e, sempre in media, gli automobilisti in Italia percorrono circa 12.000 km all’anno con la propria auto.

A partire da questi dati, possiamo stimare che vengano emessi annualmente circa 1.400kg di CO2 per automobile. Considerando poi che il Comune di Roma ha poco meno di 2.900.000 abitanti e che il rapporto è 62/100, Green Genius ha stimato che le auto in città siano poco meno di 1.800.000: moltiplicando con le emissioni di CO2 medie di ciascuna di loro, il risultato è 2.520.000 tonnellate di CO2 emesse.

Emissioni che potrebbero essere eliminate, nel sogno utopistico di una Roma con meno auto e più pedoni, ciclisti e mezzi pubblici. Senza arrivare all’estremo, l’impatto ambientale della città potrebbe essere ridotto drasticamente già scendendo ai livelli di automobili di proprietà di Londra e Parigi.

Con un rapporto auto/abitanti pari a quello delle due metropoli europee, le emissioni di CO2 generate dalle automobili scenderebbero a poco più di 1.400.000 tonnellate – con un risparmio di oltre 1.100.000 tonnellate di CO2.

A cosa corrispondono? Alle emissioni generate per coprire i consumi energetici di 119.495 abitazioni o per ricaricare ben 127.244.946 smartphone.

Nuova cultura della mobilità: è O.R.A. di muoversi

Per muoversi meglio e in modo più pulito è necessario rompere gli schemi, allargare gli orizzonti, immaginare e percorrere nuove strade.

Il 19 settembre sarà presentato a Roma anche il progetto O.R.A. – Open Road Alliance – un percorso formativo e un contest di idee per giovani – promosso da Fondazione Unipolis e Cittadinanzattiva – pronti a costruire l’alleanza dei ragazzi delle città metropolitane italiane, uniti per progettare le comunità del futuro e realizzare il nuovo Manifesto della Mobilità Sostenibile – La Mobilità del Futuro.

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Un mondo sostenibile in 100 foto, per riflettere su sfide e rischi ambientali

un mondo sostenibile in 100 foto

Un mondo sostenibile in 100 foto è un libro per riflettere su quanto sta accadendo al nostro Pianeta: perdita di biodiversità, cambiamenti climatici, qualità dell’aria sempre peggiore nelle nostre città, fiumi inquinati, povertà, diritti delle donne, ma anche nuove scoperte scientifiche ed economia circolare

Il libro, edito da Laterza e scritto da Enrico Giovannini e da Donato Speroni, fa il punto della situazione delle condizioni economiche, sociali e ambientali del nostro mondo. Ogni giorno diventa più evidente che per garantire un futuro alla nostra specie dobbiamo preservare l’esistenza di una natura sana e vitale.

Tuttavia, la sostenibilità non riguarda soltanto il rapporto dell’uomo con l’ambiente: l’aumento demografico e la crescita delle legittime aspettative di benessere da parte di tutte le popolazioni, uniti alla diffusa percezione di squilibri inaccettabili nel reddito e nella ricchezza, tendono ad accentuare le tensioni, l’instabilità sociale, la conflittualità.

C’è una risposta a tutto questo? Nel settembre 2015 i governi di 193 nazioni, compresa l’Italia, hanno sottoscritto l’Agenda 2030, un programma di azione articolato in 17 obiettivi di sviluppo sostenibile da realizzarsi entro il 2030.

Una base comune da cui partire per dare a tutti, e in particolare ai più giovani, la possibilità di vivere in un mondo che non sia degradato, ma sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.

Un mondo sostenibile in 100 foto fa il punto, attraverso il dialogo tra testi e testimonianze della migliore fotografia documentaria, sullo stato del nostro Pianeta e delle nostre società: un lungo viaggio che parte dall’Alaska, attraversa il deserto africano, passa per l’Italia, e arriva fino in India e America latina.

L’introduzione del libro, destinato soprattutto ai giovani, descrive il percorso necessario per arrivare davvero a un mondo sostenibile, come delineato dall’Agenda 2030 dell’Onu. Un percorso reso possibile dalle fotografie selezionate dalla photo editor Manuela Fugenzi.

Le cento foto, ciascuna accompagnata da un testo, sono raccolte in sei capitoli: Clima ed energia, la questione più urgente; Lotta alla fame e alla povertà; Lavoro ed economia circolare; Sanità e istruzione, pilastri del capitale umano; Salvare il Pianeta, salvare noi stessi; Vivere in pace, decidere insieme.

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Il Forum CompraVerde-Buy Green torna il 17 e 18 ottobre

Forum CompraVerde-Buy Green 2019

Il Forum CompraVerde-Buy Green, manifestazione dedicata a politiche, progetti e azioni di Green Procurement, pubblico (GPP) e privato, torna a Roma per la sua XIII edizione, il 17 e il 18 ottobre

Il Forum CompraVerde-Buy Green, promosso dalla Fondazione Ecosistemi e di cui Green Planner è Media Partner, è affermato come il luogo dove avviene l’incontro tra i principali attori coinvolti nella diffusione e attuazione degli acquisti di beni e servizi sostenibili.

Quest’anno, la XIII edizione, si arricchisce di contenuti e di autorevoli interventi, divenendo sempre più, non solo l’occasione per valutare lo stato dell’arte in ambito di acquisti verdi, ma anche il luogo adatto al confronto e alle nuove sfide.

Tanti i temi e le personalità coinvolte: dal Ministro all’Ambiente, Sergio Costa, passando per Lucia Leonessi di Cisambiente, il Direttore delle Politiche Industriali di Confindustria, Andrea Bianchi, fino al Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti e ad altre autorevoli personalità del mondo della cultura, della politica e dell’economia.

Nella due giorni si affronteranno i temi della transizione possibile dentro un quadro di definizione di politiche per un Green New Deal. Tra gli argomenti, si approfondiranno anche quelli delle Food Policy e dei modelli di città sostenibile.

Formazione, workshop, condivisione di buone pratiche e presa in carico di responsabilità, nel pubblico e nel privato, saranno i pilastri di questo appuntamento, organizzato in tre sezioni – We Green, We Network e We Change – attraverso le quali i progetti green, l’economia circolare, le realtà già avviate e le sfide del futuro saranno più fruibili e accessibili.

Una importante novità del Forum CompraVerde-Buy Green 2019 è rappresentata dall’intervento di Grete Solli per l’Ocse (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), prima volta in Italia: si tratta di un focus sulla Tutela dei diritti umani e sociali nella catena di fornitura nel settore pubblico, che vedrà coinvolti esponenti del governo nazionale e di governi internazionali.

La concretezza di questa iniziativa si evince dai numeri e dalla qualità dei contributi” ha spiegato Silvano Falocco, Presidente di Ecosistemi, che ha aggiunto “è ormai sotto gli occhi di tutti la necessità di un cambiamento da praticare subito, per questa ragione anche il Forum si pone come strumento dinamico e in continua evoluzione. Occorre concepirlo come momento in cui spingere un po’ più in avanti l’asticella delle sfide. Quell’occasione in cui i maggiori attori dell’economia, le piccole e medie imprese, la grande industria e la politica guardano al presente per costruire le condizioni di una economia sostenibile e circolare. Abbiamo in mano le chiavi per un nuovo modo di concepire lo sviluppo ed è necessario condividerne i saperi“.

Il Forum CompraVerde-Buy Green 2019 donerà anche un premio alle migliori esperienze italiane di GPP, valorizzando, in diverse sezioni, istituzioni e imprese che si sono distinte nell’ambito delle loro attività: Compraverde, Mensa Verde, Vendor Rating e Acquisti Sostenibili, Cultura in Verde, Edilizia Verde e Social Procurement.

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La mobilità elettrica porterà anche posti di lavoro

batterie elettriche

Dal trattamento delle batterie elettriche scaturiranno almeno 70.000 posti di lavoro nei prossimi anni; la mobilità elettrica potrebbe quindi aiutare l’ambiente ma anche l’economia del nostro Paese

Oggi in Italia non esiste ancora un impianto per il trattamento delle batterie elettriche al litio, sebbene sia previsto dalla legislazione comunitaria; il settore del riciclo e della dismissione delle batterie per le auto elettriche potrebbe quindi creare in Italia 70.000 posti di lavoro nei prossimi anni.

Manca ancora, anche per le responsabilità della politica, una filiera nazionale del settore: la conseguenza diretta di questa situazione è una perdita di possibilità di occupazione, di business per le aziende italiane e anche di maggiori rischi per l’ambiente.

Le batterie elettriche al litio usate per la trazione di veicoli elettrici, infatti, sono altamente infiammabili e nel loro fine vita vanno trattate in maniera adeguata. La sfida italiana alla creazione di una filiera nazionale per il riutilizzo delle batterie di trazione delle auto elettriche è fondamentale.

Le batterie che per esempio raccoglie Cobat, oggi sono inviate a impianti esteri, primariamente in Europa, soprattutto in Germania, dove esistono delle tecnologie che sono in grado di garantire il riciclo di queste batterie o un loro corretto fine vita” ricorda Camillo Piazza, presidente di Class onlus, associazione di coordinamento di e_Mob, il Festival dell’eMobility in calendario a Milano dal 26 al 28 settembre 2019.

Il trattamento delle batterie elettriche in Italia

Il problema italiano non è legato né alle tecnologie né ai contributi finanziari. Il contributo governativo dello scorso anno al settore è stato infatti di 60 milioni di euro che tuttavia risultano ancora non interamente investiti perché case automobilistiche come Nissan o Renault preferiscono scegliere una piattaforma norvegese, francese o tedesca, Paesi in cui il governo ha già deciso da quattro o cinque anni la linea politica su questi argomenti.

Continua Piazzain Italia non abbiamo un mercato maturo: governo ed enti pubblici non hanno ancora dato una certezza a questo mercato. Non è una questione di costi, è un problema di scelta industriale da parte della politica“.

Non è come detto un problema tecnologico; Cobat infatti ha sviluppato una tecnologia innovativa per il riciclo delle batterie al litio, attualmente in fase di ottenimento di brevetto, che permette di trattare la parte chimica della batteria al litio, consentendo di riottenere i metalli all’interno contenuti come il cobalto e lo stesso litio, nickel, manganese, rame e alluminio.

Questo processo, spiega Luigi De Rocchi, responsabile della divisione ricerca di Cobat, offre la massima efficienza del recupero e consente di riottenere metalli che possono essere utilizzati per fabbricare nuove batterie, un tema particolarmente importante in un contesto come quello europeo, notoriamente privo dei metalli utilizzati per la costruzione di batterie al litio.

Cosa serve allora per dare il via a una filiera nazionale del recupero delle batterie elettriche?

La tecnologia c’è, la politica deve scegliere con decisione la strada della mobilità sostenibile, mostrando costanza, impegno e affidabilità per attirare gli investimenti stranieri. È importante infine una riqualificazione della forza lavoro italiana.

Conclude Piazza dicendo che già da ora bisogna iniziare a prepararsi: i meccanici si devono trasformare in meccatronici, e l’Italia deve puntare su una buona formazione professionale.

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