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Consumi di energia elettrica in Italia ad aprile 2020

aprile 2020 - marzo - 2020 - febbraio 2020 - gennaio 2020 - dicembre 2019 - novembre 2019 - settembre 2019 - consumi di energia elettrica

Nel mese di aprile 2020, secondo quanto rilevato da Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale, la domanda di elettricità in Italia è stata di 19,9 miliardi di kWh, in diminuzione del 17,2% rispetto allo stesso mese del 2019.

Questo valore è stato ottenuto con un giorno lavorativo in più (21 contro 20) e una temperatura media mensile sostanzialmente in linea rispetto ad aprile dello scorso anno.

La riduzione dei consumi registrata risente dell’impatto delle misure introdotte per far fronte all’emergenza sanitaria da Covid-19.

Il dato destagionalizzato e corretto dagli effetti di calendario e temperatura porta la variazione a -18,2%.

La domanda del primo quadrimestre del 2020 risulta in flessione del 7,4% rispetto al corrispondente periodo del 2019. In termini rettificati la variazione è pari a -8,4%.

Aprile 2020: la richiesta di energia in Italia

A livello territoriale la variazione tendenziale di aprile 2020 è risultata ovunque negativa: -20,3% al Nord, -16% al Centro e -11,2% al Sud.

In termini congiunturali, il valore destagionalizzato e corretto dagli effetti di calendario e temperatura dell’energia elettrica richiesta ad aprile 2020 ha fatto registrare una variazione negativa (-7,5%) rispetto al mese precedente (marzo 2020).

Nel mese di aprile 2020 la domanda di energia elettrica è stata soddisfatta per il 95,9% con produzione nazionale e per la quota restante (4,1%) dal saldo dell’energia scambiata con l’estero.

La produzione da fonti rinnovabili ha coperto il 47% della domanda, in aumento rispetto allo stesso periodo del 2019 (36%). In dettaglio, la produzione nazionale netta (19,4 miliardi di kWh) è risultata in flessione (-10,8%) rispetto ad aprile 2019.

In crescita le fonti di produzione geotermica (+1,1%), idroelettrica (+10,4%) e fotovoltaica (+26,9%); in flessione le fonti eolica (-14,3%) e termoelettrica (-21,4%).

L’analisi dettagliata della domanda elettrica mensile provvisoria del 2019 e del 2020 è disponibile nella pubblicazione Rapporto Mensile sul Sistema Elettrico, consultabile alla voce Sistema elettrico – Dispacciamento – Dati esercizio.

Andamento mensile dei consumi di energia elettrica in Italia

Di seguito il dettaglio del consumo energia elettrica in Italia dei mesi scorsi:

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Le associazioni animaliste chiedono un rapporto più sano con animali e natura

associazioni animaliste

La pandemia ha evidenziato tutte le fragilità del nostro sistema. Le associazioni animaliste italiane insieme all’Eurogroup for Animals chiedono alle istituzioni di intervenire sul Green Deal per un cambiamento concreto a tutela del pianeta e di tutti i suoi abitanti, animali e vegetali

Ormai l’abbiamo capito. Molte delle nostre attività, abitudini, sistemi industriali e di consumo stanno diventando sempre più insostenibili e pericolosi. È necessario un cambiamento rapido perché rischiamo il collasso del pianeta.

Le principali associazioni animaliste italiane, fra cui Lav, Animal Equality Essere Animali e Lega Nazionale del Cane, insieme all’Eurogroup for Animals, l’organizzazione che si batte in Europa per la difesa degli animali, si stanno mobilitando per sollecitare europarlamentari e commissioni competenti con una lettera sottoscritta da più di 70 associazioni.

La leadership europea in questo momento ha l’enorme responsabilità di stabilire il destino delle generazioni future attuando scelte responsabili e lungimiranti soprattutto in tema ambientale, animale e di salute pubblica.

È dunque il momento di individuare strategie Biodiversity to 2030 e Farm-to-Fork, attualmente in fase di elaborazione come parti integranti del Green Deal europeo, per rendere sostenibile l’economia e le attività umane nell’ambito dell’UE.

Ci troviamo di fronte a una grande opportunità per cambiare direzione e passo. Questi due piani strategici prevedono anche la messa al bando del commercio di animali esotici e l’abbandono degli allevamenti intensivi per tutelare la salute delle persone, gli animali e la biodiversità.

L’esperienza del Covid-19 ha chiaramente mostrato i pericoli dello sfruttamento degli animali e del nostro rapporto con essi, non più sostenibile.

Il 70% delle malattie infettive, compreso il Covid-19, che hanno infestato il mondo negli ultimi decenni sono infatti di origine animale. Molti studi che stanno dimostrano che il Covid-19 abbia fatto il salto di specie dagli animali selvatici all’essere umano nei wet market asiatici ma è possibile che la malattia possa avere avuto origine anche in territorio europeo.

L’Unione Europea è infatti una delle principali destinazioni del commercio, spesso illegale, di animali esotici. E non si può escludere che la prossima pandemia potrebbe nascere proprio negli allevamenti intensivi dove miliardi di animali che vengono allevati in condizioni intensive potrebbero diventare veicoli di virus estremamente pericolosi.

Per ridurre il rischio di future pandemie con conseguenze enormi per la salute pubblica e per la tenuta economica del nostro pianeta è necessario eliminare proprio queste crudeltà sugli animali.

Le associazioni animaliste italiane si stanno mobilitando anche per stimolare l’Italia a sensibilizzare la Commissione Europea su questi temi.

È stata inviata una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio, ai Ministri della Salute, dell’Ambiente, delle Politiche Agricole e Forestali e degli Affari Europei segnalando le criticità e le possibili soluzioni, fra cui:

  1. l’immediata restrizione del commercio di animali selvatici in Europa
  2. l’introduzione di un piano d’azione per il bando definitivo della commercializzazione della fauna selvatica
  3. la riforma della Pac in modo che il denaro pubblico non sia più destinato a metodi di allevamento intensivi, ma piuttosto alla riconversione delle attività
  4. l’inserimento del benessere animale come pilastro a sé stante per un cambiamento reale delle condizioni di vita degli animali
  5. il sostegno concreto ad agricoltori e ricercatori impegnati nello sviluppo di proteine vegetali
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Stop ai maltrattamenti degli animali, o a morire saremo anche noi

lav - non torniamo come prima
immagine Lav

Gianluca Felicetti, presidente di Lav riflette sulle cause del Covid-19 e rilascia a greenplanner.it una accorata intervista a favore della salvaguardia degli animali. Le soluzioni ci sono: punti e passaggi da adottare a livello governativo, aziendale, ma anche nella vita di tutti noi

Le cause di questa disastrosa emergenza umano sanitaria sono davanti a noi“. Esordisce così Gianluca Felicetti, presidente da ben 16 anni della Lav, Lega antivivisezione italiana, la Onlus che nel nostro Paese si batte da tempo per la difesa degli animali.

Gran parte delle epidemie e delle pandemie dell’ultimo secolo che hanno colpito gli esseri umani, come il Covid 19, si sono sviluppate da animali – fa notare Felicetti – perché questi sono sempre più braccati e venduti per i più diversi motivi, tant’è che il traffico di specie è una delle illegalità più diffuse al mondo. Si usano animali in cucina, negli spettacoli, nei laboratori, nella prigionia delle case. Si rincorrono i sopravvissuti in natura che hanno sempre meno spazi vitali come le foreste divorate dai tagli cui si ricorre anche per produrre mangimi per altri animali. E poi negli allevamenti“.

Giusto: gli allevamenti per lo più intensivi. Felicetti continua: “150 miliardi sono gli animali che ogni anno secondo la Fao, popolano con un affollamento e un inquinamento inverosimile gli stabilimenti di produzione, dove si trasformano esseri viventi in macchine da ingrassare sempre di più per carni, uova e latte, tenuti in piedi con un uso, solo in Italia, del 70% degli antibiotici totali venduti, come denunciato dall’ultimo Rapporto dell’Agenzia Europea per i Medicinali“.

È a causa di questi maltrattamenti – sottolinea il presidente – che è avvenuto il salto di specie a virus come Sars, Mers, influenza suina H1N1, influenza aviaria H5N1, H7N2…

Felicetti è uno di quelli che non lo dice solo oggi: “Già nel 2004 l’Oms, l’Oie-Organizzazione mondiale della salute animale e la Fao segnalarono l’incremento della domanda di proteine animali e l’intensificazione della loro produzione industriale come principali cause dell’apparizione e propagazione di nuove malattie zoonotiche sconosciute, ossia di nuove patologie trasmesse dagli animali agli esseri umani. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, nel suo Report del 2016 ha calcolato circa 2 miliardi di persone colpite e circa 2 milioni di vittime l’anno“.

Il motivo? “Mai prima di oggi gli agenti patogeni hanno avuto così tante opportunità di passare da animali selvatici e in prigionia, alle persone. Poi come dimenticare i pipistrelli per Ebola, le grandi scimmie vittime di caccia per la nascita dell’Aids, gli uccelli della West Nile Diseas, le mucche pazze dell’encefalopatia spongiforme bovina, la crisi prodotta dalla salmonella Dt104, quella causata dall’escherichia coli 0157, la lingua blu degli ovini…“.

L’appello di Felicetti è combattere le cause strutturali dell’epidemia, non solo l’emergenza. “La mascherina teniamola su naso e bocca, non sugli occhi“.

Ci sono atti indispensabili al cambiamento delle normative italiane, europee e degli accordi internazionali. “Dell’economia, degli stili di vita di tutti noi: a cominciare – invita il presidente della Lav – da un cambio delle nostre scelte quotidiane, come il cibo. Indirizzarci verso quello vegetale sarà la nostra migliore azione contro le prossime epidemie. E per assicurare anche cibo per tutti“.

Le aziende si devono rifondare su criteri, concreti, di una sostenibilità che non sia – come il benessere animale – solo uno slogan. Anche con una assunzione di reale Responsabilità Sociale.

Stop alla cattura e alla riproduzione per farne cibo, spettacolo, prigionia, pelli e pellicce, sperimentazione, trasformando l’attuale Cites, la Convenzione sul commercio delle specie in pericolo d’estinzione, in un nuovo accordo internazionale di ampio divieto, potenziando gli organismi nazionali e internazionali, le Forze di Polizia, per la prevenzione e la repressione dell’illegalità. Chiusura degli ultimi venti allevamenti italiani di visoni per la produzione d’abbigliamento.

Sono necessari a livello nazionale, internazionale, europeo – anche con un vero nuovo Green Deal e la Strategia 2030 sulla biodiversità anche con il prossimo voto del nostro Governo a Bruxelles – per mettere non un metro ma chilometri tra noi e gli animali selvatici, conseguenti interventi normativi che fermino il commercio, i mercati, le fiere, l’uso anche come richiami, l’allevamento pronto sparo, l’uccisione degli animali selvatici ed esotici. Stop alle attività venatorie in Italia, ai collegati wet market tricolori e alla caccia degli italiani nei viaggi all’estero“.

Stop ai finanziamenti pubblici alla zootecnia (solo fra marzo e maggio sono stati resi spendibili 14,5 milioni di euro per i comparti suini, ovini e bufalini oltre ai 100 milioni di euro del Decreto Legge Cura Italia al comparto allevamenti e pesca) e ai Sussidi Ambientalmente Dannosi catalogati dal Ministero dell’Ambiente; riforma della Politica Agricola Comune e della Strategia Ue From farm to fork anche per dare il costo reale di mercato ai prodotti di origine animale; si all’incentivazione delle proteine vegetali portando l’Iva dal 22% al 4% anche dei latti non animali e portando i pasti interamente vegetali da 1 ad almeno 7 ogni 14 giorni nei nuovi Criteri Ambientali Minimi della ristorazione collettiva in vigore dall’agosto 2020.

Va aiutata la ricerca scientifica human based, va riconosciuta la sperimentazione con metodi che guardano al futuro basati su tecnologie alternative almeno come primo passo verso una effettiva libertà di ricerca e devono essere dati incentivi alla prevenzione delle malattie e alla preparazione dei piani per fronteggiarle con i necessari dispositivi di protezione.

E poi, tornando agli animali da compagnia Felicetti si augura un aiuto alle adozioni: “la strada è quella intrapresa  nella conversione del Decreto Legge rilancio con la creazione di un incentivo alle  adozioni responsabili e alle fasce più deboli che già vivono assieme a un cane o un gatto, o per chi ne adotterà da rifugi o dalla strada, di una Quattrozampe Social Card di buoni spesa per cibo e spese veterinarie, la cancellazione dell’Iva che li considera incredibilmente beni di lusso per cibo e prestazioni veterinarie, aumentando la relativa deducibilità fiscale delle relative spese e intervenendo sui prezzi e sulla vendita dei farmaci veterinari che costano, a parità di molecola, fino a quindici volte di più di quelli per uso umano“.

Il non torniamo come prima di Felicetti allarga così la posizione degli ambientalisti agli animali parte intrinseca di quella biodiversità che va rispettata. Anche a nome della nostra sopravvivenza.

I 6 punti del cambiamento proposti da Lav

  1. iniziamo da noi stessi. Dal cibo che mangiamo. Preferiamo i cibi vegetali. Perché carne, latte e uova fanno tagliare foreste, inquinano, causano sofferenza
  2. le aziende, a partire da quelle dell’alimentazione e dell’abbigliamento, devono essere rifondate sulla base di criteri di reale sostenibilità e Responsabilità Sociale. E lo Stato sia d’aiuto in questa trasformazione, con una diversa fiscalità
  3. fermiamo i mercati, le fiere, l’uso e l’uccisione degli animali selvatici ed esotici. Basta caccia, catture e riproduzione di animali per farne cibo, spettacolo, pelli e pellicce a partire dall’Italia e nel resto del mondo
  4. spostiamo i finanziamenti pubblici dagli allevamenti alla produzione di alimenti vegetali. Per esempio, equipariamo l’Iva sui prodotti alimentari vegetali e incentiviamo i pasti di origine non animale nella ristorazione pubblica
  5. investiamo concretamente nella prevenzione delle malattie e nella ricerca scientifica human based. Riconosciamo la sperimentazione con metodi sostitutivi all’uso degli animali come un primo passo verso una effettiva libertà di ricerca
  6. tuteliamo gli animali domestici per aiutare le loro famiglie in difficoltà. Favoriamo l’adozione di cani e gatti e l’accesso ai farmaci veterinari e cancelliamo l’Iva da beni di lusso su cibo e prestazioni veterinarie
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Inquinamento auto elettriche: facciamo chiarezza

Le azioni dell’uomo sono la causa dei cambiamenti climatici e, poiché il trasporto veicolare pesa molto sulla quantità di emissioni nocive immesse in atmosfera, rendere la nostra mobilità più sostenibile aiuterebbe a risolvere il problema… Vero, falso, probabile… verità e falsità sul tema dell’inquinamento auto elettriche si sprecano ed è per questo che cerchiamo di fare un po’ di chiarezza basandoci non sulle nostre opinioni ma su fatti e dati concreti

Le azioni antropiche sono alla base di tutti i nostri problemi attuali? I dibattiti si sprecano e, come abbiamo visto con le manifestazioni dei giovani, i Fridays for Future, la società si è divisa in due; una completamente dalla parte dell’ambiante, invocando una riduzione dei comportamenti che incrementano l’inquinamento – plastica usa e getta, auto con motori termici, consumismo sfrenato – e un’altra invece porta motivazioni a favore dell’attuale società dei consumi e controbatte le tesi opposte.

Un fatto è però che, a causa del lockdown, con la circolazione veicolare ridotta al minimo, i benefici per l’ambiente e la qualità dell’aria sono sotto gli occhi di tutti. Partiamo quindi da qui, dai vantaggi della mobilità elettrica nel miglioramento della nostra aria.

Lo spunto è un articolo del giornalista Sandro Orlando che, sul Corriere della Sera, commenta un documentario del 2019 di Michael Moore e Jeff Gibbs intitolato Planet of the Humans.

Gianni Catalfamo, il nostro esperto di mobilità elettrica, ci accompagna in un ragionamento sulle obiezioni portate al tema inquinamento auto elettriche, con annessi e connessi che analizziamo di seguito.

Inquinamento auto elettriche: il dibattito

Per Catalfamo, nell’articolo si trovano “insieme a osservazioni assolutamente condivisibili, altre dal valore scientifico molto dubbio, spesso supportate con metodi per lo meno discutibili, come quella di utilizzare spezzoni del documentario che parlano dei problemi di tecnologie obsolete, commentandoli come se fossero attuali, senza minimamente nominare gli avanzamenti tecnologici che, nel frattempo, hanno permesso di superarli. Come sostenere che alla TV le immagini si vedono male usando come esempio un apparecchio a tubo catodico in bianco e nero!“.

Su YouTube è facile trovare filmati che hanno aspramente criticato il documentario. Chi fosse interessato può effettuare una ricerca e documentarsi direttamente online.

In questa sede però – per evitare ai nostri lettori la visione di ore di documentari in lingua inglese – a favore e contro le tesi – preferiamo esplicitare le tesi esposte dal giornalista del Corriere e andare a verificarle o a commentarle direttamente.

Le obiezioni su auto elettrica e inquinamento

Secondo Orlando, nell’articolo Gli ambientalisti Usa contro Michael Moore: “Quante bugie sul clima”:

  1. l’auto elettrica cammina con l’energia della rete, che al 95% dipende dal carbone
  2. l’idrogeno, che pure viene utilizzato come carburante, si ricava dal metano, cioè sempre da una fonte fossile. Il bioetanolo, che passa per essere un’altra alternativa pulita alla benzina, si produce coltivando canna da zucchero, che richiede però molti fertilizzanti, e altrettanto carbone per la distillazione
  3. il silicio delle celle fotovoltaiche si estrae dalle miniere, e poi va fuso negli altoforni che bruciano carbone
  4. per accendersi ogni mattina la più grande centrale solare del mondo, a Ivanpah, in California, deve essere alimentata per ore a gas, producendo emissioni altamente inquinanti
  5. le auto elettriche della Tesla sono fatte di alluminio, litio e grafite. L’alluminio richiede otto volte più energia dell’acciaio
  6. l’estrazione del litio libera sostanze tossiche; la grafite è un’altra forma di carbone

A questo punto, Gianni Catalfamo è andato a vedere, punto per punto, cosa ci dicono i dati scientifici e di mercato.

  1. l’energia elettrica non viene per il 95% dal carbone; Our World in Data ci dice che questo non è vero a livello globale (41,8%) non è vero negli USA (31,15%), non è vero nell’Unione Europea (26%) né tantomeno in Italia (16.44%). Non è vero persino nel paese che usa più carbone di tutti, la Polonia, dove si arriva a sfiorare il 90%
  2. sono sostanzialmente vere le osservazioni su idrogeno e bioetanolo, la cui sostenibilità come carburanti per autotrazione è poco… sostenibile
  3. il silicio costituisce il 28% della crosta terrestre e dunque è estremamente abbondante. La maggior parte viene usato dall’industria dell’acciaio (guarda un po’…), del vetro, dei materiali edili; nelle sue forme più pure (per ricavare le quali si parte dalla quarzite) ma in quantitativi molto minori viene utilizzato dall’industria del fotovoltaico e in quelle ancora più pure per i semiconduttori. Seguendo il ragionamento dell’articolo, prima di rinunciare ai pannelli solari dovremmo perciò abbandonare computer e telefoni cellulari
  4. la centrale di Ivanpah nel deserto di Mojave è il più grande impianto solare termico degli Stati Uniti (superato a quello di Ouarzazate in Marocco); si tratta di una tecnologia completamente diversa dal fotovoltaico che nella fase di avvio richiede l’alimentazione a combustibile fossile, ma la sua impronta carbonica è comunque inferiore di circa il 75% a un impianto fossile di pari potenza: nel 2014 ha prodotto 419 GWh di energia elettrica usando una quantità di gas che in un impianto a turbogas ne avrebbe prodotti circa 124
  5. una Tesla Model S contiene circa 190 kg di alluminio; un veicolo di segmento C in Europa ne contiene mediamente circa 133 kg, uno di segmento D 199 kg e uno di segmento E (il segmento cui appartiene la Model S) addirittura 356 kg, cioè quasi il doppio! Non si capisce dunque perché prendersela in particolar modo con Tesla…
  6. ogni estrazione mineraria presenta problemi di impatti ambientali e interrogativi etici; il litio non fa eccezione, ma ancor peggio è il cobalto che infatti oggi è in via di sostituzione. Non fanno eccezione neppure petrolio o metano, per i quali negli ultimi cent’anni sono state combattute innumerevoli guerre

Inoltre, tra le obiezioni più frequenti contro le auto elettriche che incontriamo nei dibattiti, le principali sono le seguenti:

1) le auto elettriche inquinano più dei diesel
2) bisogna considerare anche l’inquinamento batterie auto elettriche

Vediamo se, nei fatti, è davvero così

Le auto elettriche inquinano più dei diesel?

Rse (Ricerca sul Sistema Energetico) ha pubblicato a fine 2019 una ricerca che illustra molto bene la complessità di analisi comparativa tra le due tecnologie affermando che “la maggior parte della letteratura scientifica […] dimostra che l’auto elettrica, considerando l’intero ciclo di vita, emette meno CO2 equivalente di auto a combustione interna simili per prestazioni e dimensioni“.

Gli esperti di Rse chiariscono infatti che nell’analisi Lca (Life Cycle Assessment) sul ciclo di vita delle automobili entrano in gioco fattori che possono condizionare molto i risultati finali se non viene seguita un’analisi rigorosa.

In estrema sintesi, il ciclo di vita completo di una vettura elettrica riduce l’emissione di climalteranti nell’atmosfera di oltre la metà. Ancor più importante è notare che il 68% di queste emissioni residue sono il cosiddetto Well-To-Tank (WTT) cioè le emissioni legate alla generazione di energia elettrica e se la media di queste emissioni nell’Europa dei 28 è pari oggi a circa 300 g/kWh, il cammino verso la decarbonizzazione deliberato dalla UE prevede di ridurre questo valore a 200 g/kWh nel 2030 ed addirittura a 80 g/kWh nel 2050.

Qui potete trovare un approfondimento con link a numerosi studi a riguardo: Climalteranti sul ciclo di vita. Inoltre per documentarsi anche sul tema dell’impronta ambientale delle energie usate per la ricarica dei veicoli elettrici.

Inquinamento batterie auto elettriche: smaltimento e riciclo

Le critiche su questo punto sono sostanzialmente tre:

  • la questione etica attorno all’estrazione dei metalli rari (soprattutto il Cobalto, il cui primo produttore al mondo, la Repubblica Democratica del Congo, effettivamente si piazza maluccio per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e del lavoro minorile)
  • la questione del riciclo: cosa faremo delle tonnellate di batterie che tra qualche anno non utilizzeremo più perché esauste?
  • la questione della sicurezza: le auto elettriche, in caso di incidente prendono fuoco, e si tratta di incendi difficilissimi da spegnere

Ecco allora, come a queste critiche, nell’articolo Criticare la critica: le batterie Gianni Catalfamo risponde in modo fattuale.

Sul tema, infine, legato alle materie prime utilizzate nella produzione delle batterie, scrive Catalfamo che “la scarsità del metalli come il Litio e il Cobalto, fondamentali nella produzione delle attuali batterie, è uno dei babau più spesso citati da chi vuol fare terrorismo sulla mobilità elettrica” e per saperne di più vi lasciamo all’articolo Imparare dalla Storia: i metalli rari.

ha collaborato Gianni Catalfamo

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Rifiuti tessili urbani: i cassonetti sono pieni e le aziende in difficoltà

rifiuti tessili urbani

Conau lancia un grido d’allarme. Il lockdown ha bloccato il settore della raccolta differenziata dei rifiuti tessili urbani. Servono misure da parte delle istituzioni per far ripartire le attività collegate e salvare posti di lavoro

L’emergenza Covid-19 non ha risparmiato nemmeno il settore della raccolta differenziata dei rifiuti tessili urbani. I mercati di sbocco di questi rifiuti sono fermi da oltre due mesi creando problemi per le imprese del settore sia finanziari sia di stoccaggio.

Il presidente Conau (Associazione Nazionale Abiti Usati aderente a Fise Unicircular), Andrea Fluttero, ha inviato una lettera al ministro dell’ambiente e ai presidenti delle commissioni parlamentari ambiente di Camera e Senato in cui si chiedono misure urgenti e una moratoria di 12 mesi sul pagamento delle royalty ai comuni.

Oggi, con il fermo dei mercati di sbocco causato dalla pandemia, le cooperative sociali (poco capitalizzate) che effettuano le raccolte sono a rischio sopravvivenza – evidenzia Fluttero che aggiunge – A una situazione già di per sé critica si aggiunge la previsione, all’auspicabile ripresa dei mercati, di un crollo verticale dei prezzi di vendita del materiale raccolto. Allo scopo di salvare le tante piccole realtà esistenti e i relativi posti di lavoro e di non distruggere un tassello del sistema che diventerà strategico dal 1° gennaio 2022 con l’obbligatorietà della raccolta differenziata (come previsto dal Pacchetto per l’economia circolare e dal relativo schema di decreto legislativo di recepimento), chiediamo un incontro immediato per valutare le misure urgenti a sostegno del settore: in primis una moratoria di 12 mesi sul pagamento delle royalty alle pubbliche amministrazioni“.

Il mercato del riciclo dei rifiuti tessili in Italia

Un rapporto realizzato da Unicircular segnala un tasso di riutilizzo tra il 65% e il 68% dei rifiuti tessili urbani in Italia, valore in linea a quello di altre fonti internazionali, che si posizionano nell’intervallo 60-70%.

Quando però si parla di riutilizzo, si deve intendere la procedura di avvio al riutilizzo, dal momento che questo flusso di materiali, sia in Italia che nei paesi in cui il materiale viene inviato, prima di ottenere il massimo di riuso deve essere rilavorato; la restante parte è quindi avviata a riciclo sotto forma di pezzame industriale e di sfilacciature.

Il recupero di questi rifiuti urbani è molto importante perché consente ogni anno di sottrarre alla discarica e alla termovalorizzazione oltre 130.000 tonnellate di rifiuti tessili, che vengono recuperati e destinati al riuso o al riciclo.

Le raccolte sono svolte in gran parte da cooperative sociali che hanno creato numerosi posti di lavoro. I mercati di sbocco sono aziende italiane, tunisine e dell’Europa dell’Est che attuano una selezione successiva e procedono alla commercializzazione. Dal ricavo le aziende pagano ai comuni delle royalty.

Smaltimento dei rifiuti tessili

In Italia, scrive Unicircularl’attività di raccolta differenziata della frazione tessile dei rifiuti urbani (abbigliamento, scarpe e accessori usati Cer 200110 e 200111), viene svolta in forma permanente ma non obbligatoria sui territori comunali.

Per migliorare e rendere più omogeneo lo svolgimento di questo servizio, tra Anci, l’associazione dei comuni, e Conau, che rappresenta il mondo delle imprese e delle cooperative che si occupano della raccolta differenziata, della commercializzazione e della lavorazione dei rifiuti tessili, è stato siglato un accordo che definisce standard minimi.

La raccolta viene svolta con periodicità programmata utilizzando contenitori posizionati su suolo pubblico e presso le isole ecologiche. Si riscontra saltuariamente la presenza di raccolte mirate effettuate in occasione di manifestazioni o presso enti religiosi.

Il trasporto del materiale raccolto, classificato come rifiuto, deve essere effettuato da operatori autorizzati e in possesso dell’iscrizione all’Albo gestori ambientali, in grado di emettere regolare formulario qualora siano trasportatori nazionali, al fine di garantire la piena tracciabilità dei flussi di rifiuto“.

La gestione del fine vita dei rifiuti tessili

Dopo la loro raccolta e una prima fase di deposito temporaneo, i rifiuti tessili possono essere inviati presso gli impianti di trattamento dove vengono effettuate lavorazioni di selezione, che si compongono di queste fasi:

  • riutilizzo di indumenti, scarpe e accessori di abbigliamento, per reimmetterli nei cicli di consumo (circa il 68% del totale)
  • riciclo per ottenere pezzame industriale o materie prime seconde per l’industria tessile – imbottiture, materiali fonoassorbenti (circa il 29% del totale)
  • smaltimento (il restante 3%)

I rifiuti tessili più ingombranti – materassi, moquette, tappeti – non entrano in questo circolo virtuoso di rilavorazione e, anche quando sono raccolti, vengono per lo più avviati allo smaltimento.

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Come muoversi senza inquinare, con Moia

moia - mobilità sostenibile in città

Per prima cosa: stop all’auto di proprietà. Secondo step: intermodalità ovviamente in elettrico. Il progetto Moia mostra la strada. Ecco come si fa a Londra

La mobilità è una necessità umana, ma i trasporti di oggi devono cambiare completamente: non solo per proteggere l’ambiente, ma anche per diminuire gli ingorghi e ridurre il rumore nelle città.

“Per farlo dobbiamo passare dal motore a combustione a quello elettrico” afferma Gunnar Luderer, professore ordinario di Analisi dei sistemi energetici globali presso l’Università Tecnica di Berlino e vicepresidente del Dipartimento per i percorsi di trasformazione sostenibile presso l’Istituto di Ricerca sull’Impatto Climatico (PIK) di Potsdam.

A Luderer piacciono anche le nuove formule di mobilità come quella prospettata dal progetto Moia che affronta il divario tra il trasporto pubblico e gli spostamenti individuali a piedi o in bicicletta.

Nelle città sarà più facile rinunciare all’auto personale rispetto ad altre zone, come le aree rurali, dove l’elettrico sarà quindi sempre più importante.

Cos’è il progetto Moia

Ma che cos’è il progetto Moia? Si tratta di un servizio di ride sharing che ha preso piede, per ora, solo in Germania e a Londra. Per l’esattezza nella capitale inglese si sta eseguendo un test a cura di Ratp Dev, una delle principali aziende di trasporto a livello mondiale.

Il progetto pilota interessa il quartiere di Ealing, nella zona ovest di Londra: qui circa il 40% dei residenti va al lavoro con la propria vettura. Lo scopo del progetto è analizzare come le persone accoglierebbero un’alternativa all’auto privata, sotto forma di servizi di mobilità più sostenibile come, appunto, quello offerto dal progetto Moia: un ride sharing è anche quello di rendere più efficiente l’utilizzo delle strade e delle infrastrutture urbane, riducendo ingorghi ed emissioni così da limitare l’impatto ambientale.

I veicoli di Moia e di Ratp Dev affiancheranno gli autobus pubblici, migliorando anche l’interscambio con la metropolitana e le stazioni dei treni.

Un progetto internazionale

Il progetto di Londra assume un significato particolare, per diversi motivi. Innanzitutto è il primo esempio concreto di collaborazione tra Moia e un’azienda locale di trasporti pubblici, e sarà quindi un’opportunità per raccogliere spunti interessanti per sviluppare futuri modelli di cooperazione.

Naturalmente si tratta della prima esperienza internazionale per la controllata del Gruppo Volkswagen. La fase di test si svolgerà sotto la supervisione di Transport for London (TfL), a cui è affidata la gestione dei trasporti della capitale inglese.

Secondo un piano approvato già da Londra, entro il 2041 l’80% del traffico urbano sarà composto da pedoni, biciclette o dal trasporto pubblico.

Gli esperti di Moia considereranno le varie opzioni disponibili per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo.

Questa sperimentazione fornirà a Transport for London indicazioni importanti sulla disponibilità delle persone ad abbandonare l’auto privata in cambio di servizi on-demand flessibili – e saranno informazioni rilevanti soprattutto per capire se l’offerta on-demand possa essere integrata nella rete dei trasporti, affiancando gli autobus, in particolare in zone difficili da raggiungere con i mezzi pubblici convenzionali

Tecnologia e sperimentazione

Per il test congiunto, Moia metterà a disposizione la propria tecnologia, incluse le app per utenti e conducenti, così come l’algoritmo per il calcolo dei tragitti. Ratp Dev, azienda leader nel settore del trasporto pubblico e già attiva in 14 Paesi, si occuperà della gestione della flotta di veicoli.

Il servizio avrà le stesse caratteristiche di quello già operativo ad Amburgo e Hannover, quindi con percorsi completamente flessibili e tarati in tempo reale in base alle richieste degli utenti.

Con un ulteriore valore aggiunto: una fitta rete di fermate virtuali fa sì che gli utenti debbano camminare al massimo per 200 metri, sia per prendere il mezzo che dopo averlo lasciato.

A Londra il servizio sarà attivo dalle sei di mattina all’una di notte. Chissà magari un giorno lo vedremo anche in una delle città italiane. Milano per esempio non si è mai tirata indietro dallo sperimentare nuove forme di mobilità.

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Giornata mondiale delle api: chi sono i paladini della biodiversità

giornata mondiale delle api

Per chi ama la natura e l’ambiente questa è settimana di festa. Due le date cui tenere pronte le bottiglie da stappare: 20 maggio, giornata mondiale delle api, e 22 maggio giornata mondiale della biodiversità

Le due cose sono direttamente collegate. Soprattutto in tema di sopravvivenza proprio delle api. Se pensate, infatti, che producano solo miele siete fuori strada. L’ape è anche la regina della biodiversità. Per questo è importante sia celebrare la giornata mondiale delle api sia quella della biodiversità…

Tra la classe degli impollinatori le api rappresentano la specie più importante ed efficiente e senza di loro sarebbe a rischio il 70% delle varietà agricole che finiscono sulle nostre tavole ogni giorno.

Grazie all’impollinazione delle api, si produce un terzo del cibo che viene consumato in tutto il mondo.

Le api, fantastici esseri perfettamente regolate dalle loro leggi, oltre al nettare, raccolgono polline, acqua, resina, e percorrono normalmente più di un chilometro per farlo. Quindi, le api di un alveare possono “bottinare” in un’area di circa 7 km quadrati, e sul loro corpo ricoperto di peli possono trattenere particelle di vario genere.

Per questo, in alcuni progetti, le api sono utilizzate come bio-indicatori, in grado di fornire una misura del livello di contaminazione di un agro- ecosistema da pesticidi, metalli pesanti o altre sostanze.

Per studiarle al meglio il Crea nel suo centro di ricerca Agricoltura e Ambiente, erede dell’Istituto Nazionale di Apicoltura nato negli anni ’30, si occupa da anni di monitorare lo stato di salute di queste sentinelle ambientali. E, proprio a tale attività, è finalizzato il progetto “BeeNet: api e biodiversità nel monitoraggio dell’ambiente”, attraverso postazioni, dislocate su tutto il territorio italiano ed equipaggiate con dispositivi tecnologici (smart hives), in grado di misurare e trasmettere dati in maniera automatica.

Nonostante la loro evidente importanza, le api sono esposte a sempre più pericoli, che potrebbero addirittura condurle all’estinzione.

Tra le principali cause, vi sono le modifiche di destinazione del suolo, l’impiego di pesticidi, i sistemi agricoli monocolturali e i cambiamenti climatici, che possono interferire con le stagioni di fioritura. Proprio come è successo quest’anno.

Iniziative per la giornata mondiale delle api 2020

L’apicoltura così come noi la conosciamo è a rischio – denuncia Giancarlo Naldi dell’Osservatorio Nazionale Miele su api e apicoltura, quaderno edito da Veneto Agricoltura – Il cambiamento climatico, con il ripetersi di fenomeni meteo avversi e prolungati che determinano mancata o ridotta produzione, è fra i principali fattori di rischio“.

Altra criticità segnalata da Naldi sarebbe la “perdita di nettare per l’affermarsi di colture caratterizzate da cultivar selezionate con l’unico obiettivo di aumentarne la produttività per le finalità date come nel caso del girasole per le oleaginose a discapito della loro vocazione nettarifera“.

Ma c’è chi combatte al fianco delle api. Sono gli apicoltori, una professione che a volte sfida le leggi dell’economia che vorrebbe efficientare al massimo ogni ora di lavoro. Qui, le ore di lavoro sul campo sono molte.

E alla fine, anche se l’ape è un insetto selvatico, ci si prende così tanta cura dell’arnia che  l’ape stessa diventa un animale da fattoria. Quasi domestico. E vengono fuori grandi storie di agricoltura sostenibile.

L’esperienza dell’Apiario di Comunità

Come quella legata allo sviluppo delle aree interne dell’Appennino molisano dove si è creata una comunità, quella dell’Apiario di Comunità di Castel del Giudice (IS), in Molise. Siamo in una zona che confina con l’Abruzzo. Qui a metà aprile di quest’anno sono state posizionate tra i meleti 142 alveari, la casa di oltre 5 milioni di api

Una pratica agricola, quella del servizio di impollinazione, complementare all’agricoltura biologica, in sintonia con la tutela del territorio e della sua biodiversità, attraverso metodi di coltivazione che aboliscono l’uso di pesticidi e rispettano la natura e le api, le quali sono garanzia della salubrità dell’ambiente e indicatori di sicurezza alimentare.

L’arrivo di nuove api nel borgo molisano – che ha improntato il suo sviluppo all’insegna della rigenerazione ambientale e l’agricoltura sostenibile, come strumenti per abbattere lo spopolamento e attrarre nuovi abitanti -, segna anche l’inizio della fase operativa dell’Associazione Apiario di Comunità di Castel del Giudice, che vede il coinvolgimento attivo di 30 neo apicoltori, i quali dopo il percorso formativo intrapreso nel 2019 grazie alla collaborazione tra il Comune di Castel del Giudice, Legambiente Molise e il Gruppo Volape.

Il sindaco di Castel del Giudice Lino Gentile è felice: “L’inizio delle attività dell’Apiario di Comunità è doppiamente positivo: sia perché si sono formate nuove piccole imprese che ora entrano nella fase operativa, sia perché si dimostra quanto sia importante l’agricoltura a tutela dell’ambiente per lo sviluppo del territorio. Ed è questa la vera sfida per la rinascita dei piccoli borghi, ma anche per l’intero pianeta“.

Alveari in città: esempi virtuosi in occasione della giornata mondiale delle api

La cosa bella è che anche nelle città si stanno vedendo sempre più alveari. E questo grazie agli apicoltori urbani.

Giuseppe Manno che ha dato vita a Apicolturaurbana.it: “Facciamo parte di un network di apicoltori urbani di tutte le principali città italiane, non esiste purtroppo a oggi un censimento di chi ha le api in città, sappiamo chi come noi lo fa di mestiere in ambito urbano ma troppo spesso i privati, per i motivi legati alla regolamentazione che dicevo prima, non vengono allo scoperto“.

Manno fino al 2005 si occupava di tutt’altro, poi fu punto dall’idea di rendere l’apicoltura la propria passione “finchè nel 2017 – spiega – grazie all’aiuto di Mauro Veca, storico apicoltore meneghino, siamo partiti con il progetto B2C e B2B“.

Da un paio di anni infatti Apicolturaurbana.it ha lanciato un servizio per le aziende chiamato BaaS che significa Bees as a Service che permette alle società di qualsiasi tipo di adottare arnie nei propri spazi con i nostri operatori che se ne prendono cura; è possibile in questo modo tutelarle e raccontare l’attenzione per la biodiversità e impatto ambientale; un bellissimo esempio di questo servizio lo abbiamo con MiCo il centro congressi di Milano Fiere che ha installato le api a fine 2019“.

Milano come Berlino, capitale dell’apicoltura urbana? Magari. Nel suo hinterland, intanto, 100mila api hanno trovato in Monini, l’azienda che produce olio, un valido paladino. I preziosi insetti sono ospitati nei terreni dell’azienda agricola biologica Terrafiena di Carugate, dove dal 2015 le api vengono allevate grazie a un progetto di salvaguardia promosso da LifeGate, Bee My Future.

Se non ci fosse stato il Covid-19 – spiega ancora Mannotanti altri progetti non si sarebbero arenati“.

Ma non quello di Carrefour che proprio in questi giorni sta tenendo a battesimo quattro alveari degli Orti di Via Padova del circolo Legambiente Reteambiente Milano proprio a fianco di Apicolturaurbana.it così come ci racconta Alfio Fontana, Corporate Social Responsibility Manager, in questa video intervista:

Il progetto Carrefour per la giornata mondiale delle api

A Carrefour piace vendere sui propri scaffali il miele, ma ne fa anche un progetto agricolo di salvaguardia della biodiversità nei campi degli agrumi siciliani.

Con questo intento è nato Bee-Api. La lotta ai pesticidi usati nella coltivazione torna alla nostra attenzione. Così, Carrefour, insieme ai fornitori di agrumi Fqc e con l’appoggio tecnico scientifico del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) ha iniziato una revisione completa dei requisiti di produzione previsti per i prodotti Fqc.

Nonostante i nostri agrumi fossero già coltivati nel rispetto dei disciplinari di produzione integrata regionali – fa notare ancora Alfio Fontanaabbiamo voluto andare oltre, identificando 13 principi attivi più dannosi tra quelli ammessi e utilizzati: tra questi, 9 sono stati vietati e 4 sottoposti a restrizioni d’uso“.

Inoltre, all’interno delle aree coltivate sono state create delle zone di rifugio per le api: siti di svernamento, nascondigli e opportunità di nutrimento con piante appartenenti alla flora spontanea locale, che offrono una fioritura scaglionata nel tempo.

Così, ora capiamo cosa c’è dietro a un barattolo di miele: tanta passione e un’intera catena produttiva anche italiana che è fatta da paladini dell’ambiente: al Conapi, il Consorzio nazionale apicoltori aderiscono 259 aziende individuali o collettive, oltre 600 apicoltrici e apicoltori, con circa 100.000 alveari in tutta Italia, che conferiscono da 2.000 a 3.000 tonnellate di miele ogni anno.

In occasione della giornata mondiale delle api, Conapi ha attivato una campagna social denominata #BeeLifeBeeGreen per diffondere i concetti base delle richieste che BeeLife – progetto che propone alle Politiche Agricole Comunitarie di considerare le api come un indicatore di sostenibilità dell’agricoltura – ha portato presso le Istituzioni Europee.

E ora anche la Csr delle aziende. Bene. Ma c’è un altro paladino che va citato in questa nostra storia. Sono i laboratori che testano la bontà del miele prodotto per garantire gli standard di sicurezza e qualità su prodotti di miele o a base di miele, cere d’api, derivati e trasformati da apicolture, anche sulla base di esigenze specifiche concordate con i clienti. Tra questi anche i Laboratori pH di TÜV Italia.

Nel settore specifico del miele e dei prodotti derivati da apicoltura, i laboratori di TÜV Italia che si trovano nei pressi di Firenze eseguono test sugli animali, sui prodotti finiti e anche sull’ambiente.

Lavoro ed economia legati al mondo delle api

Il lavoro non manca: l’Unione Europea, in base ai dati della Commissione Agricoltura, produce circa 230mila tonnellate di miele ed è il secondo produttore mondiale con un totale di circa 17,5 milioni di alveari e oltre 650 mila apicoltori.

In Italia, secondo le stime dell’Osservatorio Nazionale sul miele (che utilizza i dati dell’anagrafe apistica), la reale produzione di miele nel 2018 è stata di oltre 23,3mila tonnellate per un valore stimato di circa 141 milioni di euro, con il Piemonte (con 5.000 tonnellate) in testa, seguito da Toscana (con 3.000 tonnellate) ed Emilia Romagna (con 2.000 tonnellate).

Ma non bisogna abbassare la guardia. “Negli ultimi 30 anni – fa notare – Niccolò Calandri, Ceo di 3Beequesti preziosissimi insetti sono diminuiti di quasi il 70% con una conseguente riduzione della produzione di miele e di biodiversità“.

Calandri è a capo di una giovane startup agri-tech che assieme a Riccardo Balzaretti ha ideato un sistema di monitoraggio che permette con una rete di sensori IoT interni all’alveare, di monitorare il benessere delle api, consentendo agli apicoltori di dormire sonni tranquilli. Almeno fino a che il sistema di monitoraggio non squilla.

Anche l’Alma Mater di Bologna pensa alle api. E lo fa con un’analisi del genoma del miele. È questa la sintesi del progetto di ricerca Bee-Rer, finanziato dalla Regione Emilia Romagna e realizzato con la collaborazione delle associazioni degli apicoltori e delle organizzazioni apistiche regionali.

Luca Fontanesi, professore dell’Università di Bologna spiega così cosa sia Bee-Rer: “Analizzando il Dna del miele puntiamo a mettere a punto strategie e metodologie analitiche in grado di garantire la conservazione sostenibile dell’ape italiana (conosciuta come ape ligustica, Apis mellifera ligustica Spinola)“.

Oltre alla tracciabilità si punta a sviluppare innovative soluzioni per combattere la diffusione di nuovi e vecchi patogeni che colpiscono gli alveari.

Packaging a basso impatto ambientale peer la salvaguardia delle api

Save The Queen è l’appello che Frosta, azienda alimentare che ha scelto di adottare un packaging a basso impatto ambientale, ha lanciato proprio in questi giorni con Legambiente.

Da qui è partita una campagna informativa che punta a sensibilizzare sui pericoli connessi alla moria delle api a causa di cambiamenti climatici, innalzamento delle temperature, processi di inquinamento e utilizzo di pesticidi.

Ma se le parole non bastano, proviamo a entrare nel mondo delle api con delle immagini. Forti. Ci aiuta un documentario Honeyland – Il Regno delle Api prodotto dalla Stefilm di Torino. Inno puro alla naturalità.

20 maggio: giornata mondiale delle api

La data in cui si è deciso di celebrare l’opera fondamentale di questi instancabili insetti è il 20 maggio. La giornata mondiale delle api fu istituita dalle Nazioni Unite il 20 dicembre del 2017 e venne festeggiata per la prima volta il 20 maggio 2018.

Quest’anno saranno più di 115 le nazioni in tutto il mondo a festeggiare l’evento ma un ruolo di primo piano nell’istituzione di questa giornata va attribuito alla Slovenia.

In questo paese, in cui la produzione di miele è molto importante, la Federazione slovena degli Apicoltori, vista l’emergenza api legata alla diffusione di inquinamento e pesticidi che mettono a rischio la sopravvivenza di questi insetti, sollecitò l’Onu a riconoscere ufficialmente la giornata.

La popolazione mondiale delle api

In questa giornata mondiale delle api 2020 vale la pena evidenziare come la popolazione di questi insetti, a livello mondiale, stia attraversando una crisi senza precedenti.

I dati elaborati dal mondo scientifico sono eloquenti quanto drammatici: negli ultimi anni infatti quasi il 50% degli insetti impollinatori, primi fra tutti le api, sono andati perduti

Ma quali sono le cause che hanno portato a questa perdita? I fattori collegati alla scomparsa delle api sono diversi: l’inquinamento, la perdita di habitat, il riscaldamento globale e l’uso di pesticidi che porta a una drastica diminuzione della biodiversità agricola.

Le campagne – come ha rivelato uno studio dell’Università di Halle – sono diventate un habitat sfavorevole agli impollinatori che, invece, si trovano meglio in città.

Le conseguenze della diminuzione nella popolazione mondiale delle api non può che avere conseguenze gravissime: gli insetti impollinatori aiutano i fiori a espandere il proprio areale e a riprodursi, contribuiscono alla sicurezza alimentare e permettono il ripristino delle aree prossime alla desertificazione.

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I nuovi scenari della moda dopo il Covid-19

la moda dopo il covid-19

Quali gli scenari della moda dopo il Covid-19? Molti esperti concordano sul fatto che la pandemia cambierà il sistema accelerando l’introduzione di tecnologie innovative in tutta la filiera. Nuovi valori diverranno le leve di sviluppo per le aziende. La domanda accelererà la richiesta di trasparenza e sostenibilità per limitare i danni delle azioni umane sul Pianeta

Il sistema tessile-moda già da tempo si stava interrogando sul proprio impatto sull’ambiente e, in alcuni casi, responsabilmente si stava avviando verso soluzioni di innovazione sostenibile.

Il Covid-19 ha dato un’accelerazione alla riflessione in atto e molti concordano che la strada della sostenibilità e il ridimensionamento di produzione e distribuzione saranno irrevocabili. Le aziende stanno già intraprendendo questi cambiamenti che in epoche come la nostra devono essere rapidi e decisi.

Già ai primi di marzo Anna Wintour, direttrice di Vogue America, una delle voci più autorevoli del settore, intervistata in quarantena da Naomi Campbell su youtube, ha dichiarato che il lockdown deve rappresentare una pausa di riflessione importante sui ritmi frenetici della pletora di eventi moda non più efficaci e che bisogna puntare più sulla sostenibilità e sulla creatività e meno sul lusso.

Una riflessione importante quella di Anna Wintour che ha anche dichiarato che la pandemia ci deve far ripensare i valori del sistema moda per indurci al cambiamento e abbandonare sprechi, consumismo ed eccessi.

Gli scenari della moda dopo il Covid-19

Gli effetti di questo cambiamento sono già visibili nell’annuncio di Camera Nazionale della Moda Italiana che ha reso note le nuove modalità per lo svolgimento della prossima edizione della Fashion Week di Milano che diventerà Milano Digital Fashion Week, ispirandosi alla Fashion Week di Shangai dello scorso febbraio tenutasi sul web.

La Milano del post-Covid-19 quindi punta su sostenibilità e digitalizzazione. Dal 14 al 17 luglio le collezioni primavera-estate 2021 saranno presentate online, così come le presentazioni negli showroom.

Molto probabilmente assisteremo nel prossimo futuro a un’accelerazione nei cambiamenti in nuce o progettati per il futuro dal sistema moda, come quelli anticipati dall’ultima pubblicazione di Francesca Romana Rinaldi, docente Sda Bocconi ed esperta di moda sostenibile, dal titolo Fashion Industry 2030, uscito a ottobre dell’anno scorso.

Moda e tecnologia, l’innovazione a sostegno del settore

In questo libro si indicano le strade principali che l’industria della moda dovrà percorrere per ridurre il proprio impatto ambientale e rimanere competitiva per rispondere a una domanda sempre più attenta alla sostenibilità.

Le aziende dovranno fornire informazioni dettagliate sulla tracciabilità dei prodotti e sul loro modus operandi anche in termini di sostenibilità sociale.

Secondo Rinaldi non basta più soltanto integrare etica ed estetica ma è necessario rimodellare i modelli di business aggiungendo anche l’innovazione responsabile.

E l’innovazione responsabile si affida alla tecnologia che sta spingendo il settore verso la quarta rivoluzione industriale grazie a dispositivi indossabili, tecnologia blockchain, IoT, realtà aumentata, realtà virtuale, stampa 3D, robotica, intelligenza artificiale e apprendimento automatico.

Questo processo di cambiamento, alla luce della crisi globale causata dalla pandemia, sembra debba anticipare il suo corso ben prima del 2030.

Cambiamenti nella comunicazione

Per quanto riguarda i cambiamenti nella comunicazione della moda ne ha parlato Giulia Rossi, giornalista e docente allo Ied, in occasione di una recente presentazione, rigorosamente online, del suo ultimo libro Digital Fashion Media, insieme a Maria Elena Molteni, direttore responsabile di Luxury & Finance, che si sono anche soffermate sui cambiamenti prevedibili nell’industria della moda dopo il Covid-19 e del modo in cui cambieranno i consumi.

La comunicazione digitale degli ultimi anni, quella basata su influencer, social, instagram, è in crisi. Nell’ultimo periodo, sostiene Giulia Rossi, sembra che si sia verificato un ridimensionamento a favore della qualità più che della quantità (calcolata sul numero di like e follower).

Le stesse informazioni e rappresentazioni dello storytelling si stanno sempre più costruendo attorno ai contenuti. Questa crisi globale porta tutti a riconsiderare i propri valori in maniera più responsabile.

Nel caso specifico della moda bisognerà abbandonare la frivolezza inconsistente per approdare verso la leggerezza consapevole e saggia, teorizzata da Italo Calvino, come indica Giulia Rossi.

La moda che è aspirazionale deve però essere un mezzo in cui le persone si riconoscono e dovrà essere in grado di rappresentare la nuova normalità post Covid. Le aziende saranno sempre di più editori di contenuti in cui ci possiamo riconoscere.

Maria Elena Molteni ha parlato di comunicazione Figital ovvero fisico e digitale per sostenere le nuove abitudini di acquisto e di ricerca di informazioni e creare un ponte tra i due mondi: punto di contatto fra digitale e customer experience fisica.

Ci si informerà online prima di andare fisicamente in negozio e si farà molta più attenzione alle certificazioni del prodotto per conoscerne tutta la storia, dalle origini dei materiali e delle composizioni tessili a tutta la filiera produttiva.

Si può affermare che app ed etichette saranno i nuovi influencer per gli acquisti. Attraverso la tecnologia l’azienda potrà raccontare la qualità e la sostenibilità delle proprie produzioni. E paradossalmente, sostiene Maria Elena Molteni, questa richiesta arriverà in primis dal consumatore cinese che eleverà qualità e sostenibilità a indicatori di distinzione e raffinatezza.

Il cambiamento della moda dopo il Covid-19 avverrà dall’alto

A iniziare questo trend saranno i grandi brand che avranno i mezzi e l’interesse a mostrare una filiera specchiata trascinando verso nuovi standard più elevati anche gli altri.

L’aumento della forbice fra ricchi e poveri nel prossimo futuro, tipico dell’economia post-guerra, come la definiscono alcuni economisti, prosegue Maria Elena Molteni, non penalizzerà le catene di moda low cost, che probabilmente si adegueranno al loro target e nemmeno il lusso avrà grandi contraccolpi.

La fascia media si orienterà invece su un nuovo trend, il ritorno delle produzioni sartoriali realizzate in piccoli laboratori, spesso da giovani professionisti, che propongono prodotti autentici e più vicini alle consumatrici.

Questi sarti contemporanei hanno dimestichezza con le nuove tecnologie per confezionare su misura, creare azioni di marketing e comunicare in un dialogo diretto con la clientela, riducendo sprechi e ottimizzando la produzione, insomma dei veri e propri sarti digitali.

Proseguirà la ricerca del vintage, una tendenza già in atto negli ultimi anni, accolta con favore anche dai più giovani. Il look non dovrà per forza assoggettarsi all’egemonia del concetto di nuovo, alla base della moda, ma prevarrà il piacere di indossare anche per molto tempo un abito di qualità, con una storia e si valorizzerà la capacità di conservarlo. Un’espressione perfetta del fatto che la moda collega passato, presente e futuro.

Insomma la crisi ci indurrà a comprare meno ma comprare meglio, come auspicato da anni dai sostenitori della moda sostenibile. Giulia Rossi e Maria Elena Molteni infine concordano sul fatto che il mercato della moda dopo il Covid-19 favorirà il consumo made in Italy e questo darà un nuovo impulso alle aziende italiane.

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Mangiare sano: la dieta vegana è una prerogativa per sé e per l’ambiente

dieta vegana e settimana veg

Cambiare abitudini alimentari è necessario – magari con una dieta vegana o a basso tenore di proteine animali. Infatti, una dieta equilibrata è un’azione sostenibile per la tutela della nostra salute e dell’ambiente. Tra le iniziative di sensibilizzazione di questo nuovo modo di vedere salute, alimentazione e ambiente è la Settimana Veg

Mangiare sano, mangiare responsabilmente: uno slogan importante non solo per ricordarci che mangiare bene giova alla salute, ma che uno stile alimentare cosciente apporta grandi benefici all’ambiente.

Non c’è dubbio, i nostri consumi alimentari in un modo o nell’altro hanno un impatto sulle risorse del Pianeta: che si consumi più carne o più soia, un impatto è inevitabile, che sia più o meno grande.

Seguire diete equilibrate, sia attraverso il consumo di prodotti di origine animale che non, è quindi fondamentale sia per preservare le risorse del nostro pianeta che tutelare la nostra salute, in un’ottica totalmente sostenibile.

Sia la dieta vegana – e le iniziative per far conoscere questa modalità di alimentarsi, come la Settimana Veg – sia quella mediterranea hanno risvolti positivi in questo senso. Vediamole insieme.

La dieta vegana, alimentazione senza proteine animali

Molte organizzazioni si battono da anni per promuovere un’alimentazione che non solo tuteli l’ambiente e la vita degli animali, ma che sia anche sana per la nostra salute.

L’iniziativa lanciata da Essere Animali è la Settimana Veg, un progetto all’insegna della scoperta dell’alimentazione vegana, che vi permetterà di scoprire questo stile alimentare per il corso di un’intera settimana.

La Settimana Veg è cominciata lunedì 18 maggio 2020 e proseguirà fino al 24 maggio, con l’obiettivo di trasmettere l’importanza di un’alimentazione attenta alla sostenibilità ambientale e alla tutela della vita degli animali, prova che un’alimentazione di questo genere può garantire gli apporti nutrizionali necessari alla vostra salute.

Per partecipare è sufficiente registrarvi online sul sito dell’iniziativa per avere a disposizione un ricettario completo, comprensivo sia delle indicazioni nutrizionali di Silvia Goggi, medico specialista in scienza dell’alimentazione, sia dei menù giornalieri elaborati appositamente dai food blogger del progetto Elefanteveg.

Attraverso l’evento Facebook sarà inoltre possibile confrontarsi condividendo esperienze, dubbi, difficoltà ma anche le foto dei piatti preparati.

Un’altra novità nel panorama vegano è Cracker Salta Pasto, un alimento elaborato dal team di ricerca e sviluppo di Brn Food, un prodotto ricco di fibre, con un rapporto salutare e fisiologico fra proteine, carboidrati e lipidi, tutti rigorosamente di origine vegetale.

Realizzato con farine di avena e teff, Cracker Salta Pasto è senza glutine, senza soia, senza lattosio, senza zuccheri aggiunti e senza lieviti. Il 20% di ciascun cracker è costituito da un mix proteico ottenuto dalle proteine di canapa, del riso e dell’avena.

Inoltre, spicca la presenza del licopene, un antiossidante che contribuisce a combattere l’invecchiamento, le malattie cardiovascolari e persino alcune forme tumorali.

La dieta mediterranea, tradizione e benessere

Mangiare troppa carne non fa bene né alla salute né all’ambiente. Cambiare però radicalmente le proprie abitudini alimentari, passando da una dieta onnivora a una dieta vegana o vegetariana, non è per tutti.

Seguire una dieta mediterranea equilibrata è una soluzione efficace per aumentare il nostro benessere e tenere basso il nostro impatto ambientale. Come conferma la Fondazione Umberto Veronesi, alla base della piramide alimentare della dieta mediterranea ci sono tante verdure, un po’ di frutta e cereali.

piramide alimentare: preferire una dieta vegana
Immagine della Fondazione Veronesi

Salendo, è presente il consumo di latte e i derivati a basso contenuto di grassi e olio extravergine di oliva, assieme ad aglio, cipolla, spezie ed erbe aromatiche.

Al vertice della piramide ci sono infine gli alimenti da consumare con moderazione: due porzioni o meno a settimana per le carni rosse, mentre quelle processate come gli affettati e i salumi sarebbero da consumare con ancor più parsimonia. Infine, i dolci sono da consumare il meno possibile.

Uno studio condotto dall’Università di Parma e pubblicato sulla rivista scientifica Nutrition, Metabolism & Cardiovascular Diseases, conferma che la dieta mediterranea ha un importante impatto positivo sulla salute.

La ricerca, diretta della professoressa Francesca Scazzina, è stata condotta per un anno su settantatré soggetti obesi, proponendo due tipologie di dieta mediterranea: una high pasta diet, in cui la pasta veniva consumata più di cinque volte a settimana e una low pasta diet per cui la pasta veniva consumata meno di tre volte a settimana.

In poche parole, lo studio ha evidenziato che una dieta ipocalorica, disegnata secondo i principi della dieta mediterranea e allineata con le abitudini o preferenze dei soggetti obesi a cui era destinata, è risultata efficace per la riduzione di peso e quindi portatrice di un beneficio per la salute, in quanto l’obesità induce spesso allo sviluppo di malattie croniche, quali diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e tumori, oltre a essere limitante per lo svolgimento di una vita sana e attiva.

Entrambi i trattamenti dietetici hanno migliorato significativamente i parametri antropometrici, di composizione corporea (con riduzione della massa grassa), il metabolismo glicidico e lipidico, mentre non si sono riscontrati cambiamenti relativamente ai parametri di pressione sanguigna e frequenza cardiaca.

Tuttavia, i pazienti del gruppo high pasta hanno riportato un miglioramento della qualità della vita percepita, relativamente all’aspetto salute fisica che i pazienti della dieta low pasta non hanno riportato.

Iniziative per una corretta alimentazione

Anche Legambiente Lombardia, che sin dall’inizio dell’emergenza sanitaria si è impegnata nel progetto #iorestosano, offre schede sugli alimenti, le loro proprietà, i nutrienti e spiegazioni sul perché fanno bene non solo a noi stessi, ma anche al Pianeta.

L’iniziativa si inserisce nella campagna di Legambiente Change Climate Change e si sviluppa all’interno del progetto Ecco (economie circolari di comunità), finanziato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

I consigli di Legambiente sono diversi, come portare il consumo di frutta e verdura almeno a cinque porzioni al giorno e dedicare maggiore attenzione e tempo alla preparazione di cibi più salutari e più gustosi, seguendo anche le ricette della cucina mediterranea.

Avere delle abitudini di spesa e consumo più coscienziose e verificare sia la salubrità che la sostenibilità dei prodotti e delle preparazioni è il miglior atteggiamento sostenibile che possiamo avere per la salute di noi stessi, per gli altri e per l’ambiente.

Come per la Settimana Veg, questa iniziativa va nella direzione di sensibilizzare i cittadini italiani a porre più attenzione al modo di nutrirsi – si segua una dieta vegana, vegetariana, ipocalorica o mediterranea – perché le proprie abitudini alimentari sono collegate anche all’ambiente e alla sostenibilità.

Così come è importante preservare la biodiversità agricola. Va in questo senso un progetto del CreaAgent (Activated GEnebank NeTwork) – che si propone di costituire una rete europea di banche dei semi per una più efficiente gestione delle risorse genetiche, in grado di far fronte alle grandi sfide della nostra agricoltura, dai cambiamenti climatici, alla sostenibilità ambientale, alla sicurezza alimentare.

Agent vuole sbloccare il potenziale del materiale biologico conservato nelle banche dei semi convertendole da semplici depositi di semi a centri attivi di risorse digitali. Il progetto quinquennale è coordinato dalla banca europea di germoplasma Ipk e fa parte di Horizon 2020.

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Della quercia di sughero non si butta via niente

sughero

Il sughero, una cultivar da riscoprire anche per combattere i cambiamenti climatici. Ce lo spiega Carlos Veloso Dos Santos, direttore generale di Amorim Cork Italia sulla base di un progetto portoghese da più di 2.500 ettari

C’è chi considera il sughero una chiusura alternativa a plastica o alluminio. Ma forse andrebbe proprio visto come il tappo per eccellenza. Vuoi mettere stappare una buona bottiglia e trovarti in mano un tappo di plastica?

Anche dal punto di vista ambientale il sughero fa bene. E potrebbe tornare a essere un ottimo investimento agricolo. Perché quella della quercia da sughero, o sughera, è una cultivar che sta rispondendo bene alla crisi dei cambiamenti climatici.

Un progetto avviato in Portogallo dal Gruppo Amorim Cork lo dimostra. L’azienda che detiene il 40% del mercato mondiale di produzione di tappi in sughero (e il 26% del mercato globale di chiusure per vino) è ormai una paladina di questa cultivar.

L’obiettivo è far crescere la pianta del sughero in maniera efficace (leggi veloce). Così sotto la supervisione dell’Università di Evora su 2.866 ettari nella zona Castelo Branco/Tejo Internacional si sta facendo un grande esperimento di resilienza.

Un modello avanguardistico di gestione del patrimonio nazionale di sugherete che ci racconta Carlos Veloso dos Santos, direttore generale di Amorim Cork Italia proprio perché ha i sacri crismi per essere replicato anche nel nostro Paese. Con varie ricadute positive. Anche economiche.

L’attenzione per il mondo del sughero da parte di Amorim Cork non si limita alla coltivazione e  produzione. C’è un chiodo fisso è ed è quello di non gettare il tappo di sughero in spazzatura. Sarebbe un sacrilegio, anche se in effetti sarebbe compostabile.

Ma recuperarlo e riusarlo è sempre più un must. Perché la seconda vita del sughero è varia e versatile. Impiegabili come materiale isolante o materia di ispirazione nell’arte o nel bricolage. Un tema molto caro ad Amorim Cork Italia.

Sfruttando la granina dei tappi usati, che vengono raccolti attraverso il progetto solidale e ambientale Etico, ora Amorim sta preparando il lancio della prima linea di oggetti di alto design Suber, frutto di puro ingegno e ardente rispetto per l’ambiente.

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Usare l’intelligenza artificiale per controllare l’avanzamento della deforestazione

deforestazione - cambiamenti climatici- intelligenza artificiale

Per proteggere il Pianeta è necessario, tra le altre azioni, anche arrestare l’avanzamento della deforestazione: un progetto in crowdsourcing sfrutta l’intelligenza artificiale per monitorare la situazione

La buona notizia è che “la deforestazione globale continua, anche se a un ritmo più lento, con 10 milioni di ettari all’anno convertiti ad altri usi dal 2015, in calo rispetto ai 12 milioni di ettari all’anno dei cinque anni precedenti“; lo annuncia la Fao presentando il rapporto Global Forest Resources Assessment 2020 ma è indubbio che c’è ancora molto lavoro da fare.

Già, perché come commenta il ricercatore Giorgio Vacchiano, esperto in gestione e pianificazione forestale, “il rapporto ci dà una buona e una cattiva notizia. La cattiva notizia è che la deforestazione sta continuando. E i 178 milioni di ettari scomparsi sono un risultato netto, non lordo, perché la perdita lorda è parzialmente compensata dall’aumento delle foreste in varie zone del mondo“.

I dati della Fao mostrano infatti una perdita lorda di 400 milioni di ettari con un risultato netto ancora in perdita. E, naturalmente, con il decrescere delle foreste, diminuisce anche gradualmente il loro contenuto complessivo di carbonio – le foreste assorbono infatti un terzo dei gas serra mondiali.

Però, conclude Vacchianosebbene il contenuto mondiale di carbonio sia diminuito, il contenuto nelle foreste che sono rimaste registra un aumento della densità. In parole povere, le foreste sono cresciute, si sono ingrandite e sono diventate più forti”; inoltre la deforestazione nel decennio 2010-2020 è sembrata rallentare“.

Controllare la deforestazione attraverso l’intelligenza artificiale

Le foreste sono il nostro polmone di ossigeno perché contribuiscono attraverso la fotosintesi clorofilliana a convertire anidride carbonica in ossigeno. Ma la strada da compiere è ancora lunga e, in questo difficile percorso, la tecnologia può darci una mano preziosa. Soprattutto attraverso l‘intelligenza artificiale.

Come vuole fare un progetto in modalità crowdsourcing che ha l’obiettivo di aiutare a comprendere meglio il nostro pianeta attraverso l’intelligenza artificiale; Sas e Iiasa (International Institute for Applied Systems Analysis) stanno lavorando a un’applicazione online per raccogliere l’intelligenza collettiva delle persone e chiarire l’interconnessione degli ecosistemi terrestri.

In che modo? Segnalando le aree che hanno visto segni di un’attività umana per rendere i modelli di IA più intelligenti. Per esempio, è facile per noi distinguere la differenza tra una strada e un fiume, ma un modello di IA non conoscerà la differenza fino a quando non otterrà una formazione sufficiente attraverso l’apprendimento dalle osservazioni umane.

I risultati del modello assicureranno che l’applicazione di crowdsourcing focalizzi l’attenzione delle persone dove la loro competenza è più necessaria, consentendo di aumentare l’efficienza di un’ampia gamma di progetti di controllo del cambiamento globale.

Usare l’intelligenza artificiale per studiare i cambiamenti climatici

Una cosa analoga viene fatta per lo studio dei cambiamenti climatici. Infatti, una ricerca recente dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Iia-Cnr) in collaborazione con l’Università di Torino e l’Università di Roma Tre – pubblicata sulla rivista Scientific Reports – ha mostrato come modelli di reti di neuroni artificiali siano in grado di comprendere i complessi rapporti tra i vari influssi umani o naturali e il comportamento climatico.

Il modello di cervello artificiale sviluppato dal Cnr e dalle università ha studiato i dati climatici disponibili e ha trovato le relazioni tra i fattori naturali o umani e i cambiamenti del clima, in particolare quelli della temperatura globale.

Finora tutti i modelli utilizzati per studiare la relazione tra cambiamenti climatici e azioni antropiche attribuiscono all’emissione di gas serra l’aumento delle temperature nell’ultimo mezzo secolo.

Un’analisi completamente diversa consentirebbe di capire meglio se e quanto questi risultati siano solidi; ed è quanto hanno realizzato i ricercatori, utilizzando un modello che impara esclusivamente dai dati osservati e non fa uso della conoscenza fisica del clima.

Il modello fornisce quindi informazioni sulle cause di tutte le variazioni di temperatura dell’ultimo secolo e chiarisce nel dettaglio i ruoli umani e naturali sul clima, confermando la conclusione che i primi siano stati molto forti e influenti almeno a partire dal secondo dopoguerra.

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La tecnologia in campo per la salvaguardia dei sistemi marini, contro l’inquinamento del mare

inquinamento del mare

Le attività antropiche possono determinare la presenza di inquinanti nocivi nei nostri mari: la tecnologia ci aiuta a prevenire la catastrofe ambientale, a salvaguardare la biodiversità dei sistemi marini e a combattere l’inquinamento del mare

L’inquinamento del mare è sotto gli occhi di tutti: dalle plastiche alle sostanze inquinanti, la maggior parte dei rifiuti dell’uomo finisce in acqua. Ma la tecnologia gioca in aiuto di flora e fauna marine.

Un’eccessiva presenza di rifiuti – molto spesso plastiche – o gli sversamenti di inquinanti causati da incidenti di manutenzione o ingrandimenti di aree portuali, rappresentano un rischio concreto per il benessere degli ecosistemi marini.

La tecnologia in aiuto dell’ambiente contro l’inquinamento del mare

Un primo intervento è il progetto Impact – impatto portuale su aree marine protette. L’iniziativa, cominciata nel 2017 e parte del programma di cooperazione Interreg Italia-Francia Marittimo 2014-2020, promuove la tutela dell’ecosistema marittimo delle aree comprese tra Toscana e Liguria e delle regioni costiere francesi della Provenza, delle Alpi e della Costa Azzurra.

Il progetto ha come obiettivo quello di monitorare l’andamento dell’inquinamento del mare a causa della presenza di sostanze nocive, permettendo così attività di prevenzione e conservazione del patrimonio marittimo.

Gli studiosi hanno utilizzato in particolare due tecnologie: i radar ad alta frequenza e i cosiddetti drifter.

Grazie ai radar ad alta frequenza, presenti oggi su 200 chilometri di costa, è stato possibile reperire informazioni aggiornate sullo stato del mare e delle correnti.

Attraverso la loro identificazione è stato infatti possibile individuare l’andamento delle sostanze inquinanti presenti in mare e cercare così di prevenire e ridurre al minimo il potenziale impatto di questi inquinanti sull’ambiente marittimo.

Con l’utilizzo invece dei drifter, boe flottanti che si muovono sulla spinta dalle correnti superficiali e la cui posizione viene telerilevata via satellite, è stato possibile determinare il trasporto di contaminanti chimici tra i porti e le aree marittime protette.

Inoltre, lo studio delle correnti marine in relazione al trasporto di fitoplancton e zooplancton, comprese uova e larve di organismi marini, contribuiscono a valutare le proprietà di ritenzione ecologica delle aree marittime protette e la resilienza delle specie marine di adattarsi a cambiamenti.

Le uova e le larve rilasciate in acqua a seguito della riproduzione risultano per la loro dimensione facilmente trasportabili dalle correnti marine, producendo due effetti sul mantenimento della popolazione di un’area marina protetta: da un lato, diminuisce il mantenimento locale della popolazione a causa di tassi di ritenzione (la percentuale di individui che rimane nell’ambiente di origine), talvolta troppo bassi per garantire il rinnovo di una popolazione; dall’altro lato, aumenta la distribuzione regionale delle popolazioni attraverso la distribuzione delle specie su più siti, aumentando così la resilienza (capacità di un sistema/specie di adattarsi a cambiamenti) ai disturbi locali.

Quest’ultima diffusione si verifica però solo se le larve incontrano un luogo favorevole al loro sviluppo.

Il progetto vedrà la sua fine proprio nel 2020, ma Impact è inserito in un programma di finanziamento europeo che vede altri progetti in corso: Sicomar plus e Sinapsi, entrambi legati direttamente o indirettamente alle attività e ai prodotti di Impact.

I progetti Sicomar plus e Sinapsi

Il progetto Sicomar plus, nel periodo 2018-2021, prevede di investire sulla tecnologia dei radar ad alta frequenza, così da continuare il sistema di monitoraggio delle correnti superficiali nell’area di cooperazione e garantire la realizzazione di diversi obiettivi: dalla sicurezza in mare alla riduzione dell’incertezza dei sistemi di previsione meteomarina e di circolazione marina, dall’attività di formazione e attività dimostrative quali il pilotaggio in aree marine pericolose alla realizzazione di modelli di supporto alle emergenze e di gestione del rischio di servizi per la sicurezza in mare e, infine, la protezione dell’ambiente.

Dall’altra parte, l’obiettivo generale del progetto Sinapsi (2019-2022) consiste nello sviluppo e nella promozione di strumenti Ict di supporto alle decisioni per aumentare la sicurezza della navigazione in prossimità dei porti commerciali dell’area transfrontaliera, riducendo così il rischio di incidenti e aumentando la sicurezza e l’efficienza delle operazioni portuali.

Un obiettivo possibile sia attraverso lo studio delle caratteristiche fisiche del mare dell’area transfrontaliera quali correnti, onde e vento sia con tecnologie tradizionali (come i drifter) che con strumenti innovativi (radar costieri).

Accobams survey initiative

Altra attività di tutela del patrimonio faunistico del mare è Accobams survey initiative. Questo programma, che vede la partecipazione di ventiquattro paesi tra cui l’Italia, ha tenuto sotto controllo, tra l’estate 2018 e l’estate 2019, le popolazioni di cetacei, tartarughe marine, mante mediterranee, squali e uccelli marini al fine di creare un censimento.

Come specifica Simone Panigada, coordinatore scientifico del progetto, “Il monitoraggio si è svolto con due modalità: survey aerei e survey navali. I primi si basano sull’osservazione degli individui o gruppi di individui da piccoli aerei, mentre i secondi vengono svolti da imbarcazioni“.

Anche questa volta la tecnologia ha aiutato gli osservatori scientifici nella raccolta dei dati. Grazie ai materiali resistenti e all’impermeabilità dei notebook della linea ToughBook di Panasonic è stato possibile condurre le spedizioni marittime che hanno caratterizzato il progetto.

I risultati ottenuti dai ricercatori costituiscono la base per monitorare le tendenze future della popolazione marina, come dichiara PanigadaAl momento non è possibile notare aumenti o diminuzioni in quanto si tratta della prima volta che un monitoraggio viene svolto su tutto il bacino Mediterraneo. Uno degli scopi è proprio quello di avere un valore di base, da confrontare con i prossimi monitoraggi, che idealmente dovrebbero essere organizzati ogni 6 anni“.

Blue Growth, tutela della biodiversità e lotta all’inquinamento del mare

Non ci resta che attendere – e sperare – che i trend della popolazione marina non diminuiscano. L’impegno della tutela degli ecosistemi naturali e la lotta contro l’inquinamento del mare, rimangono aspetti centrali della ricerca, non solo per garantirne la biodiversità, ma anche per permettere il proseguo – sostenibile – delle attività umane legate all’utilizzo del mare.

È sotto questa necessità che già nel 2012 nasce la strategia europea Blue Growth, volta a sostenere una crescita sostenibile nei settori marino e marittimo e che nel 2020 troverà la sua conclusione.

La strategia riconosce che i mari e gli oceani rappresentano un motore per l’economia europea, con enormi potenzialità per l’innovazione e la crescita, e rappresenta il contributo della politica marittima integrata al conseguimento degli obiettivi della strategia Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, dove proprio la tecnologia rappresenta uno degli strumenti centrali per la riuscita di questi obiettivi.

(testo redatto da Sara Pavone)

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La vita e i riti quotidiani degli Ximil

i podcast di sentichestoria - ximil

Episodio 6: La vita e i riti quotidiani degli Ximil

Come vivevano gli Ximil? Quali erano i loro riti e le loro abitudini quotidiane? Quali gli amuleti portafortuna che questo popolo misterioso utilizzava? Lo scopriamo in questa nuova puntata del nostro podcast.

I podcast di SentiCheStoria

SentiCheStoria, questa volta la senti veramente: nascono infatti i podcast di FataMataAzzurRra che scende dal palcoscenico per stare ancora più vicino ai bimbi.

Troverai una storia registrata proprio qui: una alla settimana. Ascoltala dove vuoi, quando vuoi.

E se ti sono piaciute faccelo sapere su Facebook alla pagina di SenticheStoria, dove potrai postare un pensierino, una foto, un disegno di te mentre ascolti i podcast di SentiCheStoria.

Quando poi torni a scuola, racconta le fiabe di SentiCheStoria ai tuoi amici e alle tue maestre. Potrebbe succedere che un giorno arrivi anche FataMataAzzurRra a trovarvi… lo sai: basta chiamarla e lei arriva in un battibaleno.

Ascolta tutti i podcast di Green Planner!

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Giornata internazionale dei musei: ecco cosa fare lunedì 18 maggio

Giornata internazionale dei musei

Scienza e cultura non si sono fermate durante il Covid-19 e non lo faranno nemmeno per la Giornata Internazionale dei Musei 2020. Tra mostre online e dal vivo le cose da fare sono diverse

Nonostante le difficoltà dovute al Covid-19, la Giornata Internazionale dei Musei 2020 si svolgerà e il tema scelto per l’edizione di quest’anno è Musei per l’eguaglianza: diversità e inclusione.

Alcune realtà hanno deciso di organizzare tour virtuali, ma altre, a seguito del decreto legislativo del 16 maggio, hanno scelto di riaprire da oggi, lunedì 18 maggio 2020.

Le iniziative organizzate per la Giornata Internazionale dei Musei

Un esempio è il Museo Poldi Pezzoli di Milano, che torna con la mostra Memos. A proposito della moda in questo millennio, a cura di Maria Luisa Frisa.

Grazie all’Associazione Amici del Museo Poldi Pezzoli, per i primi tremila visitatori l’ingresso sarà offerto al prezzo di un euro.

L’accesso è chiaramente permesso solo al pubblico munito di guanti e mascherina e il personale all’ingresso misurerà la temperatura con un termo scanner e inviterà i visitatori a disinfettarsi le mani con il gel messo a disposizione dal museo.

All’ingresso è presente inoltre un apposito tappeto igienizzante per pulire le suole delle scarpe.

Come anticipato, altri musei e realtà universitarie hanno preferito organizzare la Giornata Internazionale dei Musei 2020 attraverso dei tour digitali.

Le iniziative del Muse

Il Muse – Museo delle scienze ha deciso di presentare il video racconto a più voci intitolato Ottone primitivo col nasone: storia semiseria di un’evoluzione umana. Il progetto di Romana Scandolari è stato scritto in Easy to Read, il linguaggio che semplifica parole e concetti in modo che siano facilmente comprensibili da chiunque, invitando così a riflettere sulle diversità e la forza dell’incontro.

L’obiettivo del progetto è quello di proporre al pubblico una riflessione e di sorprenderlo grazie a un cambio di prospettiva: un’opportunità di incontro inusuale che possa essere da stimolo e condurre fuori dalla propria zona di comfort a favore dell’incontro e del dialogo.

Il filmato verrà mostrato sui canali social del Muse ed è stato realizzato grazie alla collaborazione con Anffas Trentino onlus, Ente nazionali sordi, Associazione culturale Il Gioco degli Specchi e i bambini della scuola materna di Tiarno (Ledro) che hanno curato i disegni.

Università di Pisa: incontri online sull’arte

Anche il mondo universitario apre le sue porte – virtuali – in occasione della Giornata Internazionale dei Musei 2020. Una prima iniziativa è quella dell’Università di Pisa, che organizza la serata di lunedì 18 maggio con una serie di incontri online.

La serata di incontri comincerà alle 17:45 con l’introduzione al programma della serata, per proseguire alle 18 con la premiazione di Fi/oto 2020, un concorso fotografico a tema botanico organizzato dall’Orto e Museo Botanico di Pisa.

Alle ore 19 sono previsti due webinar, che illustreranno le attività e approfondiranno la storia di due realtà espositive legate al Sistema Museale di Ateneo. Il primo di questi interventi sarà su Il congresso dei dotti e la nascita del Museo di Anatomia Umana, tenuto dal direttore del Museo Gianfranco Natale; a seguire, verrà presentato il seminario su Il Museo Scientifico: quale fruizione possibile? L’esempio della Fisica nel Sistema Museale dell’Università di Pisa, condotto da Sergio Giudici, direttore del Museo degli Strumenti di Fisica.

Infine, il programma si concluderà alle ore 21 con l’iniziativa Restart360, una visita guidata virtuale del Museo degli Strumenti per il Calcolo: un tour su quanto presente prima della ristrutturazione attuale.

Oltre alla collezione permanente, sarà possibile apprezzare la mostra Congetture Isomorfe dell’artista Francesco Zavattari, curata da Cláudia Almeida e prodotta da Cromology Italia.

Il tour virtuale de La Sapienza di Roma

Seconda proposta dal mondo universitario è quella dell’Università La Sapienza di Roma, che offre un tour virtuale delle collezioni artistiche e naturalistiche dell’ateneo, disponibile online.

A condurre il tour ci saranno esperti nazionali e internazionali che racconteranno e illustreranno i reperti delle preziose collezioni dei diciotto musei interni.

L’iniziativa vi consentirà di passeggiare virtualmente nell’Orto botanico di Roma a Trastevere, conoscere la collezione anatomica e leggere la storia del discobolo ritrovato, così come anche osservare antichi dispositivi acustici per la misurazione del suono e macchine storiche per il calcolo della potenza idraulica.

Inoltre, saranno disponibili le geografie da ascoltare e la possibilità di ripercorrere l’evoluzione dell’uomo e delle specie animali.

Una sezione sarà inoltre dedicata alla scoperta della Sapienza museo a cielo aperto, alle sue architetture e al grande affresco svelato di Mario Sironi nell’Aula magna del Rettorato. Infine, un video mapping suggestivo presenterà il Polo Museale Sapienza che raccoglie e comprende l’intero patrimonio museale della Sapienza.

Lo scorso anno – lontani dall’emergenza sanitaria – l’iniziativa si svolse in corrispondenza con la Festa dei Musei e con la Notte dei Musei, intorno al tema Musei come hub culturali: il futuro della tradizione.

I musei che parteciparono alla Giornata Internazionali dei Musei 2019 proposero eventi innovativi e attività inerenti al tema proposto, coinvolgendo il proprio pubblico, evidenziando l’importanza del ruolo dei musei come istituzioni al servizio della società e del suo sviluppo.

Fu un esempio di aggregazione culturale e di scambio di idee e di esperienze formanti importante. Oggi, l’International Museum Day, promosso in tutto il mondo dall’International Council of Museums (Icom), verrà festeggiato grazie a un palinsesto ricco di eventi virtuali, che permetteranno al pubblico di accedere al mondo dell’arte ovunque essa si trovi.

Comunque voi decidiate di farlo, rimanendo nelle vostre case o accedendo di persona agli spazi adibiti ad accogliere il pubblico in sicurezza.

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Monopattino elettrico: il mezzo di trasporto green per la mobilità in città

monopattino elettrico

E se il mezzo di trasporto più adatti per spostarsi in città fosse il monopattino elettrico? Per conoscere tutti i vantaggi offerti da questo tipo di soluzione green abbiamo chiesto aiuto allo staff di monopattinoelettrico.online, la guida per scegliere un buon monopattino elettrico disponibile sul web.

Quali sono le caratteristiche più interessanti di un monopattino elettrico?

Per i piccoli spostamenti, questa è senza dubbio la soluzione più ecologica e comoda al tempo stesso. In versione elettrica, il monopattino si è già diffuso da molto tempo in diversi Paesi europei, e a partire dallo scorso anno un vero e proprio boom è stato registrato anche in Italia.

Non è certo difficile intuire le ragioni di un tale successo: ideali per gli spostamenti brevi e medi, il monopattino non produce smog e non genera inquinamento.

Anche per questo motivo esso è ricercato soprattutto nelle città del Nord Italia che più delle altre devono fare i conti con le polveri sottili.

Scegliere di comprare un monopattino elettrico, in sintesi, vuol dire poter approfittare di una soluzione per gli spostamenti urbani più che innovativa. Si può dire addio ai fumi nocivi in virtù del motore elettrico, alimentato da una batteria.

I monopattini elettrici si possono anche noleggiare?

Sì, anche se questa opportunità per il momento è limitata soprattutto alle grandi città, come per esempio Milano, dove si va diffondendo la cultura dello sharing.

Qui il noleggio dei monopattini si rivela utile non solo per i residenti, ma anche per i turisti che desiderano spostarsi in città in autonomia e senza dipendere dai mezzi pubblici.

In effetti il monopattino può essere utilizzato per i motivi più diversi: per andare all’università o al lavoro, per esempio.

Il tutto senza che si sia costretti a compiere chissà quali sforzi fisici. Insomma, se si è intenzionati a limitare l’emissione di gas inquinanti e smog, è auspicabile rinunciare alle auto e alle moto per prediligere i mezzi di mobilità alternativa.

I monopattini elettrici non bruciano carburante, e di conseguenza non generano né polveri sottili né anidride carbonica.

Ci sono delle regole particolari da rispettare quando si va in giro con un monopattino?

La notevole diffusione di questi mezzi ha fatto sì che varie amministrazioni comunali adottassero delle misure di sicurezza finalizzate a regolare la loro circolazione, in modo particolare per ciò che concerne le zone pedonali.

Di conseguenza il consiglio è quello di informarsi in anticipo a proposito delle norme in vigore nei vari Comuni relative proprio alla circolazione di questi mezzi.

Nel caso in cui si volesse acquistare un monopattino elettrico, quali aspetti andrebbero presi in considerazione?

La varietà di scelta è molto ampia in relazione alla fascia di prezzo e alle caratteristiche dei modelli: ci sono proposte per tutti i gusti e per tutte le esigenze, a seconda delle caratteristiche di cui si è in cerca, degli accessori di cui si ha bisogno e della marca che si preferisce.

Il mercato si è diversificato in misura notevole per effetto della crescita della domanda, il che vuol dire che chiunque può vedere assecondati i propri bisogni. Sono molteplici, comunque, i componenti che possono avere peculiarità differenti, dal sellino alle ruote, passando per la batteria e il manubrio. Altri fattori che è consigliabile valutare, poi, sono il peso e la velocità.

Per quali motivi, in sintesi, è consigliabile comprare un monopattino elettrico?

Perché per spostarsi in città usare un monopattino è molto più conveniente, dal punto di vista economico, che andare in giro con la macchina o con il motorino.

Infatti, vengono meno un bel po’ di spese: non solo quelle relative alla benzina, ma anche quelle per l’assicurazione, per il bollo, per le revisioni, e così via.

Senza contare che nelle grandi città spesso i parcheggi sono a pagamento. Inoltre scegliere il monopattino significa fare esercizio fisico, tenendo in allenamento sia gli arti inferiori che il resto del corpo: un ottimo modo per bruciare i grassi e le calorie.

Qual è il momento più adatto per acquistare un monopattino?

Con l’inizio della Fase 2 dell’emergenza coronavirus, il governo sta ipotizzando di offrire un bonus per la mobilità alternativa pari a 200 euro: si tratta di un incentivo che potrà essere sfruttato per l’acquisto di un monopattino, oltre che per altri mezzi come per esempio le bici, gli hoverboard e i segway.

È facile immaginare che nei prossimi mesi chiunque avrà la possibilità di evitare di salire sui mezzi di trasporto pubblici lo farà: non solo per la paura del contagio, ma anche perché gli autobus, i tram e i vagoni della metropolitana non potranno certo viaggiare a pieno carico.

Insomma, meglio capire come muoversi in autonomia piuttosto che rimanere in attesa del primo mezzo vuoto: ed ecco che il monopattino è il prodotto più adatto a cui ci si possa affidare.

Visitate monopattinoelettrico.online per verificare quale tra i modelli sul mercato è il più affine alle tue esigenze di mobilità in città.

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Casole d’Elsa, turismo in bicicletta tra le colline senesi

casole d'elsa - siena - terre di casole bike hub
immagine tratta da Wikipedia

A Casole d’Elsa, piccolo borgo di 3.700 abitanti in provincia di Siena, si potrà godere appieno della bellezza delle colline senesi per una vacanza all’insegna della natura, dei buoni sapori genuini e del turismo in bicicletta, grazie al progetto Terre di Casole Bike Hub

Un piccolo paese virtuoso situato tra le colline senesi e a adatto a un turismo in bicicletta e green perché mette i visitatori a diretto contatto con la natura, in un ambiente in cui il traffico veicolare è limitato e le occasioni di immergersi nelle bellezze naturali sono numerose.

Un territorio vasto che, in questo periodo, ha registrato zero contagi e grazie alle buone pratiche messe in campo dall’amministrazione comunale per evitare che il virus potesse arrivare e diffondersi anche in queste zone felici.

A Casole d’Elsa, infatti, il sindaco Andrea Pieragnoli ha dato chiare indicazioni ai cittadini sui comportamenti da tenersi e sull’importanza delle responsabilità che ognuno di loro doveva assumersi.

Individualmente ma anche collettivamente: per questo l’associazione Casole Eventi si è prodigata nel produrre in proprio mascherine protettive per ognuno degli abitanti e per distribuirle in forma gratuita, nel momento in cui erano introvabili.

Inoltre le produzioni e le industrie del territorio di Casole d’Elsa sono sempre rimaste operative nei limiti dei decreti ministeriali, mantenendo attive le norme di sicurezza ed evitando inutili uscite per non mettere a rischio la popolazione.

Turismo in bicicletta, tra le colline del territorio di Casole d’Elsa

In questo territorio – poco meno di 4.000 abitanti che vivono in 141 kmq – in cui nel 2019 si sono registrati 33.000 arrivi per un totale di 108.200 presenze (di cui circa il 70% provenienti dall’estero) si trovano le tracce di un forte legame tra arte, natura e capacità dell’uomo di coltivare la terra e creare prodotti di eccellenza.

Qui si è anche sviluppato anche un interessante progetto di turismo in bicicletta, il Terre di Casole Bike Hub che, attraverso un mezzo sostenibile e green come la bicicletta, permette ai turisti di godere della bellezza assoluta del territorio, tra chiese centenarie, aziende agricole e percorsi integri, mai scontati e ricchi di sorprese.

Terre di Casole Bike Hub, una proposta turistica green

L’emergenza sanitaria, per quest’anno almeno, ci costringerà a pianificare una vacanza diversa, in località più tranquille e che consentono un distanziamento di sicurezza e una vita all’aria aperta, in luoghi sani e verdi.

In bicicletta, ma anche a piedi, attraverso la proposta del Terre di Casole Bike Hub si potranno vivere esperienze ed emozioni, conoscere i luoghi e le persone che li vivono, ascoltare le loro storie e imparare.

Una vacanza adatta non solo a chi vive in città ma anche a chi vive nei dintorni ma, per rilassarsi e recuperare le energie nervosa ha deciso di visitare un’oasi naturale, lasciando da parte i luoghi affollati ma immergendosi nella bellezza del territorio e della natura.

La distanza tra una bicicletta e l’altra, il territorio isolato, l’esperienza delle guide turistiche disponibili anche per tour self guided, saranno gli ingredienti di giornate su
misura ed esclusive, su percorsi che grazie alle biciclette elettriche sono pedalabili da tutti.

Vacanza in bicicletta ma anche scoperta della sostenibilità, nel territorio di Casole d’Elsa

La bicicletta è il mezzo ideale per fruire di questa proposta turistica green ma l’esperienza in questi territori è soprattutto alla scoperta della sostenibilità dei luoghi e dei prodotti agroalimentari.

Così diventano parte essenziale di questo viaggio anche il mondo del vino locali, tra i racconti nelle vigne e la visita alle cantina per la degustazione; le passeggiate nel bosco
imparando a riconoscere i comportamenti dei rapaci e degli animali, per vedere come vivono nel loro habitat naturale.

Ma anche proposte per conoscere i profumi e le proprietà di erbe e fiori, attraverso laboratori olfattivi e di cosmesi botanica; escursioni a caccia di tartufi e tante altre iniziative che trasformeranno la sosta, il week end o la vacanza in un senso di
appartenenza alla comunità di Casole d’Elsa e la riempiranno di energia positiva.

Una scelta turistica sostenibile e sicura

Le strutture del territorio di Casole d’Elsa, insieme all’amministrazione locale, hanno
studiato e steso dei protocolli in linea con le nuove disposizioni dell’Oms seguendo anche la proposta avanzata da Confindustria Alberghi, Federalberghi e Assohotel come Protocollo Nazionale Accoglienza Sicura.

In questo modo sono state attivate tutte le azioni corrette nella totale sicurezza per garantire lo svolgimento della vacanza, del week end o dell’esperienza turistica in maniera serena e spensierata.



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Le scelte d’acquisto per gli animali di affezione sono basate sul loro benessere

animali di affezione
foto di PxHere

Un mercato quello del pet food e degli accessori in grande espansione ma le scelte d’acquisto per gli animali di affezione privilegiano la qualità, per il benessere del proprio pet. Il rapporto Assalco-Zoomark 2020 ha fotografato i trend attuali

Gli italiani amano gli animali di affezione e li accolgono nelle famiglie. Una media di un animale per ogni abitante della penisola. Il rapporto è 1 a 1: sono infatti circa 60,3 milioni gli animali da compagnia presenti nelle nostre case.

Secondo le ultime stime i gatti sono 7,3 milioni, i cani sono 7 milioni, 29,9 milioni di pesci, 12,9 milioni di uccelli, 1,8 milioni di piccoli mammiferi, 1,4 milioni di rettili.

La tredicesima edizione del Rapporto Assalco-Zoomark (Assalco, Associazione Nazionale tra le imprese per l’Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia) con il contributo dell’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani (Anmvi) ha fotografato la situazione attuale.

Animali di affezione: i risultati del rapporto sui trend del mercato dei prodotti per i pet

La metà degli animali di affezione vive in appartamento e nel 55% dei casi in famiglie con bambini o ragazzi. In particolare questa tipologia di famiglia accoglie il maggior numero di piccoli mammiferi (73%).

Pet food: i trend

Il pet food si conferma un mercato in crescita che vale oltre 2 miliardi di euro (+2,8% rispetto al 2019). La quasi totalità dei proprietari di cani e gatti acquista alimenti industriali confezionati e sceglie un mix di alimenti umidi e secchi.

Alimenti confezionati anche per pesci, tartarughe, piccoli mammiferi e uccelli, integrati a seconda delle specie con semi, frutta e verdura.

Prodotti per il benessere e i giochi per i pet

Molta attenzione al benessere dei propri animali: i proprietari di cani e gatti si rivolgono al veterinario mentre per gli altri animali la figura di riferimento è il negoziante.

Per quanto riguarda i giochi per i pet la scelta è determinata dalla qualità dei materiali e per cani e gatti c’è molto interesse per quei giochi che favoriscono l’autonomia e lo sviluppo mentale e cognitivo.

I trend del mercato dei pet

I trend più attuali riguardano l’aumento degli animali adottati per famiglia (una media di 2,16 animali da compagnia in famiglia), l’utilizzo di internet per informarsi e per valutare i prodotti prima dell’acquisto.

Si cercano inoltre accessori innovativi come le lettiere autopulenti per i gatti, il pettine elettrico per la pulizia del pelo e l’eliminazione dei parassiti e i collari Gps per cani e gatti.

Il rapporto quest’anno non poteva non tenere conto dell’emergenza Covid-19 e in particolare al benessere che i proprietari anche in situazioni come questa ricevono dalla compagnia dei loro animali, dal loro affetto e dalla possibilità di uscire con il cane mantenendosi in movimento e in salute.

La raccomandazione è quella di evitare effusioni, rispettare le norme igieniche per ridurre il più possibile l’esposizione degli animali al contagio.

Gianmarco Ferrari, presidente di Assalco ha commentato i dati emersi dal Rapporto Assalco-Zoomark 2020: “L’importanza degli animali d’affezione in Italia appare già evidente dal dato numerico: si stima che in Italia nel 2019 fossero presenti più di 60 milioni di pet, confermando quindi il rapporto di 1 a 1 tra gli animali da compagnia e la popolazione residente nel nostro Paese. Non solo: i pet sono a tutti gli effetti parte integrante della famiglia e contribuiscono al suo benessere.

Anche ai tempi di Covid-19, quando il beneficio di avere un animale da compagnia, sia per il singolo sia per la famiglia, è di valore inestimabile riducendo lo stress e la solitudine. Come evidenziato dalla ricerca che abbiamo condotto con Iri, l’importanza degli animali d’affezione nella nostra società si traduce in scelte d’acquisto essenzialmente finalizzate al benessere del pet, a prescindere dalla specie di appartenenza e dalla tipologia di prodotto oggetto d’acquisto (alimentazione, accessoristica e igiene, snack e supplementi)“.

Animali di affezione: come sono definiti e disciplinati?

La disciplina relativa ai cosiddetti animali di affezione, è contenuta nell’articolo I, comma 2 del Dpcm 28/02/2003 che così si esprime: “animale di affezione o da compagnia si intende ogni animale tenuto, o destinato a essere tenuto, dall’uomo, per compagnia o affezione senza fini produttivi o alimentari, compresi quelli che svolgono attività utili all’uomo, come il cane per disabili, gli animali da pet-therapy, da riabilitazione, e impiegati nella pubblicità“.

Se ne evince quindi che gli animali selvatici non sono considerati animali da compagnia, tuttavia, il testo lascia la porta aperta a considerare che gli animali destinati a fini diversi da quelli produttivi o alimentari, quindi anche quelli selvatici, possano essere considerati animali di affezione.

Interpretando quindi i regolamenti comunali, si può chiaramente considerare che i seguenti pet possono essere considerati animali di affezione:

  • cani
  • gatti
  • furetti
  • invertebrati (escluse api e crostacei)
  • pesci tropicali decorativi
  • anfibi e rettili
  • uccelli (esclusi i volatili previsti dalle direttive 90/539/Cee e 92/65/Cee)
  • roditori e conigli domestici

Devono essere obbligatoriamente iscritti all’anagrafe degli animali di affezione i cani; gatti e furetti invece devono essere registrati soltanto per ottenere il passaporto, qualora espatriando si voglia portarli con sé.

Iscrizione dei pet all’anagrafe degli animali di affezione

L’anagrafe degli animali di affezione è stata istituita con la legge 281 del 14 agosto 1991 e rappresenta il registro nazionale dei cani, gatti e furetti identificati con microchip. Cani e gatti, che tutti noi consideriamo pet companion per antonomasia, sono stati addomesticati dall’uomo migliaia di anni fa.

Il nostro animale da compagnia più antico è senza dubbio il cane, che si pensa sia stato addomesticato 15mila anni fa – recenti scoperte però datano il loro addomesticamento addirittura 33mila anni fa.

I gatti, invece, furono addomesticati inizialmente in alcune aree dell’oriente per poi raggiungere l’Egitto e, in seguito anche l’Europa; la data a cui si fa risalire l’addomesticamento risale quindi a circa 11mila anni fa.

Come si iscrive dunque il nostro animale di affezione all’anagrafe? Il proprietario deve rivolgersi ai Servizi Veterinari dell’ASL del Comune di residenza/domicilio, oppure al proprio medico veterinario accreditato, presentando un documento di identità e il codice fiscale.

A questo punto il veterinario provvede a inoculare il microchip e a iscrivere l’animale all’anagrafe degli animali di affezione regionale, rilasciando al proprietario il certificato di iscrizione.

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Il Prosecco Superiore Docg, archivia un 2019 positivo e guarda a un futuro sempre più sostenibile

consorzio tutela prosecco docg - innocente nardi

Archiviato un 2019 positivo, il Prosecco Superiore Docg guarda al suo futuro sempre più in ottica di sostenibilità ambientale e di qualità; tra gli importanti traguardi raggiunti la tutela Unesco e il non uso del glifosato

I buoni risultati si devono alla vendemmia 2018, particolarmente generosa, che hanno fatto lievitare fino a 92 milioni di unità le bottiglie prodotte e vendute lo scorso anno; numeri record dalla nascita della denominazione, avvenuta nel lontano 1969.

Anche tenuto conto del fatto che la superficie coltivabile a vigneto è rimasta pressoché stabile, grazie al raggiungimento della massima estensione produttiva, il valore del prodotto è aumentato del 1,2% a conferma di un riconoscimento da parte del mercato della qualità del prodotto.

Il Prosecco Superiore Docg sta ricevendo adesso il risultato delle azioni di valorizzazione del prodotto e della denominazione attuate dal consorzio.

Tra queste le iniziative in ambito sostenibilità, anche da parte delle cantine e degli agricoltori, che hanno contribuito a incrementare il valore del prodotto.

È infatti diffuso oggi un sistema di accoglienza in cantina che le singole aziende stanno incrementando e in cui stanno investendo sia in termini di strutture ricettive sia in termini di personale dedicati.

Un impegno sempre più incisivo anche sul fronte della sostenibilità. Impegno che ha visto mettere in campo un’iniziativa tra Fondazione Symbola e il Consorzio di Tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg per la realizzazione di uno studio finalizzato a mappare le principali soluzioni tecnologiche disponibili per migliorare prodotti e processi produttivi della filiera vitivinicola italiana nel segno della sostenibilità e della qualità.

Un percorso che andrà a rafforzare le diverse azioni a protezione dell’ambiente già messe in campo dal Consorzio in questi anni, tra i primi al mondo ad aver promosso e fatto approvare presso le amministrazioni comunali dell’area un provvedimento che prevede già dal 2019 il divieto assoluto all’uso di glifosato, facendo diventare così l’intera area della denominazione il più vasto territorio viticolo d’Europa libero da questo erbicida.

Lo studio svolto con Fondazione Symbola indaga cinque dimensioni della sostenibilità: la riduzione dell’uso dei prodotti fitosanitari; l’uso razionale delle risorse idriche nel processo vitivinicolo; la protezione delle caratteristiche chimico-fisiche del terreno; la riduzione di emissioni gas climalteranti e la promozione di misure di efficienza energetica e di produzione di energia da fonti rinnovabili nel processo vitivinicolo; il recupero e riciclo dei materiali/scarti di produzione e promozione di packaging eco-compatibili.

Sostenibilità, ma anche bellezza e difesa del paesaggio: il Consorzio di Tutela infatti è stato capofila dell’associazione che ha portato le Colline del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene a essere inserite nel 2019 nella lista del patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

Un traguardo importante che impone all’intera area produttiva scelte sempre più rigorose e rispettose dell’ambiente e del paesaggio. Come per esempio la protezione e la valorizzazione della biodiversità attraverso l’integrazione tra discipline agronomiche ed ecologiche e azioni per la cura e la salvaguardia dei ciglioni.

Le azioni a tutela dell’ambiente del Consorzio, che alla fine portano qualità e valore al Prosecco Superiore Docg, riguardano anche attività – in collaborazione con Enel X – di formazione e di sensibilizzazione specifica sui temi dell’economia circolare nella produzione di energia rinnovabile, dell’efficientamento energetico, dell’energy management e dello sviluppo della mobilità elettrica per le attività nei vigneti, per i processi di produzione e per quelle accessorie svolte in cantina.

Inoltre, in collaborazione con Novamont, verrà avviata la sperimentazione di bio-erbicidi di origine totalmente naturale e l’impiego del telo per la pacciamatura in Mater-Bi biodegradabile in suolo, in sostituzione dei teli in plastica tradizionale.

Infine, il Consorzio di Tutela prevede l’adozione di tecnologie 4.0, in particolare l’uso di droni in vigneto per la creazione di mappe tematiche georeferenziate con cui elaborare carte di prescrizione per operazioni colturali, rafforzando così l’azione dei bollettini agronomici.

Aver lavorato bene su questi aspetti qualitativi ha permesso al Consorzio di aumentare la riconoscibilità del territorio, conferendogli una percezione positiva che, attraverso gli investimenti in strutture ricettive portano a immaginare una ricaduta dai risvolti positivi, anche in questo periodo difficile a causa del Covid-19.

Stiamo vivendo un momento storico senza precedenti che sta minacciando il mondo intero in tutti i settori produttivi – ci racconta Innocente Nardi, presidente del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg – Ma in questo scenario non facile siamo fieri di aver contribuito a consolidare nel corso degli anni passati la nostra Denominazione, che oggi può affrontare questa crisi con le competenze e le esperienze che l’hanno portata lo scorso anno, proprio il Cinquantesimo anniversario, a raggiungere i risultati economici migliori di sempre: 92 milioni di bottiglie vendute e un’ulteriore crescita a valore del 1,2%“.

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Erba alta: diamoci un taglio

tosatura del prato
foto di PxHere

Consigli e trucchi per come e quando intervenire sul taglio del manto erboso per avere un prato da farci invidiare dai nostri vicini 

Sfoggiare un bel prato curato è il desiderio di tutti gli amanti della natura, ma quando si ha la fortuna di possederne uno, è indispensabile non abbandonarlo alle intemperie e curarlo al meglio. Non è necessario avere un eccezionale pollice verde per ottenere un prato folto e luminoso.

Tagliare l’erba evitando tagli troppo radicali e prestare particolare attenzione ai periodi più indicati per effettuarne l’operazione: queste sono le due regole base per ottenere il prato più bello della città.

Le stagioni di maggior crescita dell’erba sono la primavera e l’autunno, durante il quale il manto erboso va incontro a un particolare stress. Il concetto base da rispettare nell’effettuare la tosatura del prato è di tagliare con una frequenza tale da non dover asportare ogni volta più di 1/3 della lunghezza.

È allora necessario tagliare il prato almeno 1 volta a settimana: il taglio frequente favorisce infatti il suo infoltimento e ostacola lo sviluppo delle erbe infestanti e a foglia larga.

Inoltre sarebbe bene rimuovere, di volta in volta, solo una piccola quantità di massa fogliare, per garantire alle radici e al cotico, una protezione adeguata nei confronti del caldo estivo o del freddo invernale. Ma attenzione a non fare di tutta l’erba un fascio.

L’altezza di taglio varia a seconda del miscuglio di cui è costituito il nostro prato; nel caso di distese d’erba dotate di rizomi e di stoloni, (destinate molto spesso alla formazione di campi da golf) come nel caso dell’Agrostis, si può procedere con tagli di altezza piuttosto bassa, che sfiora addirittura i 3-5mm!

I tipi di erba più comuni con cespi come il Lolium perenne, la Festuca arundinacea, la Poa pratensis, invece, non possono essere tagliati al di sotto dei 3-5cm.

Come abbiamo già accennato la tosatura del prato andrebbe effettuata il più frequentemente possibile, al massimo ogni 10 giorni, per favorire l’emissione dei germogli laterali e quindi una fitta crescita d’erba.

Se ritardiamo troppo, dopo il passaggio del tosaerba, rischiamo di trovare la base del manto ingiallita a causa della mancanza di luce, che impedisce alla nostra distesa verde di svolgere un sano processo di fotosintesi clorofilliana.

La giusta altezza di taglio di un tappeto erboso di utilizzo normale va dai 3,5 ai 5cm, tenendo conto delle diverse condizioni climatiche e di temperatura con una frequenza che varia da 5/6 sino ai 10/12 volte l’anno.

In estate non tagliamo troppo basso, altrimenti causeremo la disidratazione dei fili d’erba per evaporazione ma in autunno, al contrario, eviteremo la comparsa di funghi e malattie.

Un consiglio? Tosiamo sempre il prato quando è ben asciutto: procediamo nelle ore pomeridiane in queste settimane, quando la rugiada è oramai evaporata. Se seguirete i miei suggerimenti, il proverbiale detto “l’erba del vicino, è sempre più verde” vi strapperà solo un sorriso.

[Box Stefano Pagano]

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Montascale: comodità e sostenibilità ambientale

montascale

Quando si hanno problemi di deambulazione, si ha cioè bisogno dell’aiuto di un bastone, di una stampella o ci si muove su una sedia a rotelle, portare a termine le attività di tutti i giorni può risultare difficile se non addirittura impossibile.

Anche spostarsi in totale tranquillità e sicurezza all’interno di casa propria può diventare un’impresa ardua se sono presenti rampe di scale o dei semplici piani rialzati di pochi centimetri.

L’assenza della comodità che dovrebbe essere invece parte integrante della nostra abitazione può mettere in difficoltà noi o i nostri cari rendendo la vita quotidiana difficile da affrontare. Per fortuna però esistono degli strumenti come i montascale che possono aiutarci a ritrovare la sicurezza e il comfort di una casa.

Possono essere installati in pochi e semplici passaggi direttamente sulle scale oppure su delle rampe particolarmente inclinate e grazie al continuo aggiornamento delle tecnologie, sono diventati ausili sempre più moderni e all’avanguardia garantendo un utilizzo facile e intuibile, il tutto completato da una tecnologia eco sostenibile che rispetta l’ambiente all’insegna del risparmio energetico.

Installare un montascale in casa, rappresenta sempre di più una soluzione ecologia e conveniente. Grazie alle sue caratteristiche di funzionamento, non incide sul bilancio familiare, non andando a gravare né sulla bolletta elettrica tanto meno sull’inquinamento ambientale.

La sostenibilità di questo importante strumento non è legata solo al suo consumo ma anche ai materiali con cui è realizzato. I montascale moderni infatti sono tutti realizzati con materiali di altissima qualità durevoli nel tempo. Questa peculiarità è molto importante in modo particolare per i montascale destinati ad ambienti esterni, perché gli garantisce di resistere perfettamente a problematiche come la ruggine e agli agenti atmosferici.

L’utilizzo di materiali di alta qualità ha quindi un duplice vantaggio: in primo luogo garantisce il corretto, sicuro e duraturo funzionamento del montascale anche dopo anni di utilizzo; in secondo luogo, avendo una durata della vita del prodotto particolarmente lunga, si evita di produrre rifiuti inquinanti.

Tornando al consumo del montascale, comunque, si parla di cifre veramente irrisorie addirittura inferiori a quelle di un asciugacapelli o di un ferro da stiro. Infatti questo apparecchio non deve essere alimentato direttamente dalla corrente elettrica ma, anzi, funziona a batterie ricaricabili alimentate da un trasformatore.

Per questo motivo non occorre effettuare alcun tipo di lavoro all’impianto elettrico in quanto una presa da 220V è più che adeguata a permettere al trasformatore di ricaricare la batteria.

È da considerare, inoltre, che la potenza massima assorbita dal montascale in funzione è pari a 1,5KW e questo picco viene raggiunto solamente in fase di salita, durante la fase di discesa, infatti, il motore non viene neppure messo in funzione.

Per quanto riguarda i lavori di installazione, invece, non si parla affatto di interventi invasivi, non vengono procurati danni all’ambiente, non viene creato disagio agli inquilini e non viene tanto meno sconvolto l’assetto originale dell’abitazione.

Infatti prima dell’installazione viene normalmente eseguito un sopralluogo per effettuare una misurazione al millimetro della scala sulla quale si ha intenzione di applicare il montascale. Tale misurazione serve proprio a garantire la costruzione del binario su misura onde evitare errori ed inutili ingombri.

Una volta pronto il servoscala su misura, questo verrà fissato alla rampa di scala senza alterarne la struttura né tanto meno danneggiare le pareti. Verrà prima montata la guida di ancoraggio che serve a fissare il binario ai gradini, così da garantire allo strumento stabilità e sicurezza. Dopodiché il team di montatori passerà al montaggio della poltrona o della pedana elevatrice e il motore.

L’installazione del binario può essere effettuata su entrambi i lati della scala in base alla conformazione della stessa così da evitare eventuali lavori in più.

Nonostante i prezzi legati al consumo del montascale siano veramente irrisori è pur vero che l’acquisto e l’installazione abbiano costi totalmente diversi. Essendo però il servoscala uno strumento fondamentale per il benessere fisico e psichico dei nostri cari con disabilità, è possibile usufruire di detrazioni e agevolazioni fiscali sulla spesa di acquisto e installazione.

Si ricorda che, grazie alla legge n° 13/89 sull’abbattimento delle barriere architettoniche, è possibile ottenere detrazioni pari al 19% sull’intera spesa sostenuta per tutti i contribuenti che fanno parte della categoria delle persone disabili o per tutti coloro che hanno fiscalmente a carico la persona portatrice di handicap.

Inoltre, grazie al Bonus Ristrutturazioni 2020 (facente parte del Bonus Casa 2020), è possibile ottenere una detrazione pari al 50% su una spesa massima di 96.000 euro, messa a disposizione per tutti quei lavori che hanno lo scopo di eliminare le barriere architettoniche, incluso l’acquisto e l’installazione di un montascale.

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